ASTRONOMIA e CARTOGRAFIA

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Veldriss
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ASTRONOMIA e CARTOGRAFIA

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Vedi anche MADE IN MEDIOEVO per le invenzioni come la bussola, ecc.: https://www.medioevouniversalis.org/phpB ... =25&t=2341

La carta nautica e il portolano
Così, quando una nave lasciava il porto, il nauclerius (nocchiero o pilota) procedeva ad orientare la carta con la pixidis, in maniera che le quattro direzioni principali o “linea settentrionale-meridionale” e “linea dell’oriente e dell’occidente” coincidessero con i punti cardinali; quindi tracciava con il piombino una linea che univa il punto di partenza con quello di arrivo segnati sulla carta: quella linea così segnata rappresentava la rotta da seguire. Durante la navigazione il nocchiero dirigeva l'asse della nave lungo tale linea; aiutandosi sempre con la pixidis, fissava sulla carta il cammino percorso e con il compasso indicava le direzioni e misurava le distanze.
Sulla carta nautica erano indicati i contorni delle coste e i nomi dei luoghi costieri; alla sua realizzazione contribuirono i naviganti con le loro conoscenze. Essa non presentava la rete di meridiani e paralleli, poiché era costruita senza l'aiuto delle determinazioni astronomiche. Nel Medioevo, infatti, non si usavano ancora i gradi di latitudine e di longitudine.
Il portolano, invece, era un libro di istruzioni marinare, una sorta di descrizione delle coste, erede diretto dei peripli classici.

La cartografia medievale
La cartografia altomedievale (X-XI secolo), relativa a carte d'interesse terrestre, si sviluppò specialmente presso la scuola di geografia di Baghdad: da quella città giunse per visitare l'Italia meridionale il geografo arabo Ibn Havqal verso il 977. In una sua opera egli descrisse molte città del Meridione, tra cui anche Amalfi.
La più antica carta nautica conosciuta fu ritrovata nel 1957; ora è conservata presso la biblioteca dell'Accademia Etrusca di Cortona. Secondo l'opinione di alcuni studiosi essa sarebbe stata disegnata dopo il 1232 e prima del 1258, in quanto non riporta ancora la città di Manfredonia, fondata nella prima data dal re Manfredi, bensì la città di Agusta, ricostruita nella seconda data. Questa carta, in precedenza attribuita erroneamente al secolo XIV, fu di certo realizzata mediante l'applicazione della pixidis nautica, la quale favorì, in particolar modo dopo l'inserimento in essa della Rosa dei venti, la produzione di molte altre carte nautiche. Genova divenne, tra XIII e XIV secolo, il principale centro di realizzazione.

La Carta Pisana del XIII secolo
Una nuova carta perfezionata e più precisa della precedente fu disegnata entro il 1275. Essa viene comunemente detta Carta Pisana, perché fu posseduta da una famiglia di Pisa; secondo il parere dell'eminente studioso Revelli (1923) l'autore della stessa sarebbe stato un genovese. La Carta Pisana rappresenta il Mediterraneo, una sezione dell'Atlantico ad occidente e ad oriente il Mar Nero appena delineato. Essa fu prodotta grazie alla pixidis nautica perfezionata mediante la Rosa dei Venti.
In particolare, la Carta Pisana fu realizzata mediante due circonferenze di grande raggio centrate una sul Mar di Sardegna e l'altra sulla costa dell'Asia Minore. Tali circonferenze erano suddivise da 16 raggi, che indicavano i 16 venti della Rosa, di cui, nella carta, otto recavano le denominazioni attribuite in precedenza dagli amalfitani (Tramontana, Grecale, Levante, Scirocco, Mezzogiorno, Libeccio, Ponente, Maestrale). I 16 punti d'incontro dei raggi con le circonferenze diventavano a loro volta centri di altri cerchi minori, suddivisi in 32 direzioni. Al di fuori di questo intricato reticolato ve n'era un altro a maglie quadrate. Inoltre erano segnate due scale con suddivisioni decimali.
Per costruire questo reticolato si tracciava un rettangolo, nel cui centro si disegnava un cerchio del diametro uguale al lato corto del rettangolo; sulla circonferenza di quel cerchio si indicavano 16 punti equidistanti. Ciascuno di essi era unito a tutti gli altri punti della circonferenza mediante linee; queste erano prolungate sino ad incontrare il perimetro del rettangolo. Era su questa fitta rete di linee che si disegnavano i contorni delle coste, dopo aver trovato il loro giusto orientamento con l'ausilio dello strumento nautico magnetico provvisto di Rosa dei Venti, cioè la pixidis perfezionata.

Il contributo dei genovesi
Una carta ancor migliore è certamente quella raffigurante il Mediterraneo orientale, prodotta dal genovese Pietro Vesconte nel 1311. La Rosa centrale è segnata sull'Egeo; sulla sua circonferenza si diramano altre 16 rose tutte equidistanti tra di loro, alcune con 16 raggi e altre con 32.
Altre carte nautiche furono realizzate, verso il 1325, dai genovesi Giovanni da Carignano e Angelino Dalorto. Fra i migliori cartografi del XIV secolo vi erano anche due veneziani, Marco e Francesco Pizzigani.
Non è da escludere che la scuola cartografica di Genova sia nata grazie alla frequentazione assidua e numerosa di navigatori e mercanti genovesi della terra di Positano, appartenente al ducato di Amalfi, in special modo nel corso del Duecento angioino (1265-1300). In quel centro marinaro, infatti, essi avrebbero conosciuto la pixidis nautica nella nuova versione con l'imperniata Rosa dei Venti, perfezionamento realizzato proprio in quegli anni dall'esperta marineria locale (v. Sezione II).
È molto probabile, in aggiunta, che l'inventore della più antica versione della pixidis nautica, il quale potrebbe essere stato l'amalfitano-ravellese Giovanni Gioia (v. Sezione II), abbia anche ideato la prima charta da navegare e, forse, contribuito alla stesura del primo portolano medievale. Costui doveva necessariamente possedere una solida formazione matematico-trigonometrica e astronomica appresa dai continui ed intensi contatti col mondo arabo, che furono, tra l'altro, alla base delle fortune non solo marinare e mercantili, ma anche artistiche, architettoniche e culturali dell'area amalfitana.
A bordo delle caravelle di Colombo, agili e alquanto sicure navi d'invenzione spagnola, provviste di velatura quadrata e triangolare, la pixidis nautica o bossolo assunse un ruolo fondamentale per solcare l'ignoto “Mare Oceano”.

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http://it.wikipedia.org/wiki/Pixidis_na ... _portolano
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Andalò del Negro

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Andalò del Negro (Genova, 1260 – Napoli, 1334) è stato un astronomo, geografo e scrittore italiano.
Andalò di Negro (o anche Del Negro), nato a Genova negli anni Sessanta del XIII secolo, morto probabilmente a Napoli prima del giugno 1334. Nominato nel 1314 ambasciatore in Oriente come rappresentante della Repubblica di Genova, è documentata la sua presenza a Trebisonda dove operava una cospicua comunità di mercanti liguri. Nel 1318, dopo aver conosciuto a Genova Roberto d'Angiò, si aggregò al suo seguito e si trasferì alla corte di Napoli dove ebbe modo di conoscere, tra altri, anche il Boccaccio dal quale sarà ricordato con simpatia nell'opera De Genealogiis deorum gentilium, e l'attitudine a viaggiare per conoscere i vari popoli del mondo. I suoi studi sulla rilevazione delle latitudini sono da contestualizzare in una cultura scientifica genovese che nei medesimi anni esprimeva cartografi importanti come Giovanni di Carignano e Pietro Vesconte.
Scrisse numerosi trattati di astronomia e di astrologia dimostrando la conoscenza dell'Almagesto di Tolomeo, probabilmente attraverso la versione in lingua latina di Gerardo da Cremona, oltre a quella delle Tavole alfonsine.
Sue opere principale sono l'Introductorius ad iudicia astrologie, inedito, l'Opus praeclarissimum astrolabii e il Tractatus spherae del quale si possiede anche una versione in volgare anonima e incompleta.

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http://it.wikipedia.org/wiki/Andal%C3%B2_del_Negro
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Nasir al-Din al-Tusi

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Nasīr al-Dīn al-Tūsī , persiano نصير الدين الطوسي (trascritto anche Nassir Eddin al-Tusi), (Razavi Khorasan, febbraio 1201 – Baghdad, 26 giugno 1274) è stato un astronomo e matematico persiano. Fu anche fisico, chimico, biologo, filosofo, teologo, ma soprattutto uno studioso interdisciplinare al servizio di Hülegü (Hulag Kan).

Vita
Nacque nella antica città di Tous, appartenente alla regione iranica nord-orientale del Razavi Khorasan, in una famiglia presumibilmente ismailita. Perdette il padre in giovane età e intraprese con impegno e serietà l'attività di studente e studioso. Da giovane si trasferì a Nishapur per studiare filosofia sotto la guida di Farid al-Din al-ʿAttār e matematica grazie agli insegnamenti di Muhammad Hasib.
Successivamente si recò nel Quhistan per inserirsi nella comunità ismailita come novizio.
Tusi fu coinvolto dall'invasione dei Mongoli e assistette al collasso del potere politico ismailita. In seguito a questo sconvolgimento politico, Tusi prestò il suo servizio del condottiero Hulag Khan; questo periodo fu molto fertile e produttivo dato che Tusi scrisse approssimativamente centosessantacinque opere di argomenti vari, occupanti tutto lo scibile umano.

Lavori e ricerche
Dette la prima esposizione completa del sistema di trigonometria piana e sferica.

Astronomia e geometria
Tusi convinse Hulegu a costruire un osservatorio astronomico per migliorare le conoscenze in materia. Iniziato nel 1259, il Rasad Khaneh Observatory fu costruito ad ovest di Maragheh, la capitale dell'Ilkhanato mongolo persiano. Grazie alle sue osservazioni, Tusi, realizzò tabelle delle posizioni e dei movimenti planetari molto accurate e dette nome ad alcune stelle.
Il suo lavoro si può considerare uno dei più completi svolti fino al suo tempo e si dovette attendere almeno quello di Niccolò Copernico, per assistere ad un ulteriore balzo in avanti nei modelli astronomici. Il lavoro e le teorie che elaborò Tusi possono essere paragonate a quelle dell'astronomo cinese Shen Kuo vissuto nel XI secolo.
Per i suoi modelli astronomici, inventò una tecnica geometrica che prese il suo nome, in grado di generare moti lineari dalla somma dei moti circolari; con questa tecnica fu capace di rimpiazzare le equazioni tolemaiche, di calcolare il valore della precessione degli equinozi; inoltre perfezionò la tecnica di calcolo delle declinazioni e contribuì alla costruzione di alcuni strumenti astronomici, tra i quali l'astrolabio.
Tusi fu anche il primo a presentare osservazioni empiriche evidenzianti la rotazione terrestre, usando come parametro di riferimento la posizione delle comete. Le argomentazioni addotte da Tusi furono simili a quelle usate da Niccolò Copernico nel 1543 per spiegare la rotazione della terra.[3]

Biologia
Tusi si occupò lungamente di biologia e fu uno dei pionieri di evoluzione biologica affrontata con un taglio scientifico.
La sua teoria dell'evoluzione si basò sulla convinzione che inizialmente l'universo fosse consistito di elementi piccoli ed eguali, definibili come particelle elementari. In una seconda fase, sostanze piccolissime iniziarono a svilupparsi rapidamente e a differenziarsi le une con le altre.
Con questo modello sull'evoluzione, Tusi, arrivò a spiegare come gli elementi si trasformino in minerali, in piante, in animali e infine in esseri umani.
Tusi riuscì a dissertare come la variabilità ereditaria sia stata un fattore importante per l'evoluzione biologica delle cose viventi.
In seguito Tusi discusse sulla capacità di adattamento degli organismi all'ambiente;[4] e per ultimo come gli umani si siano evoluti e distinti dagli animali.

Chimica e fisica
Nelle discipline della chimica e della fisica, Tusi elaborò una versione anticipatrice della legge della conservazione della massa; scrisse che un corpo è abile a cambiare e a trasformarsi, ma non a scomparire.

Matematica
Tusi, fu probabilmente il primo ad occuparsi di trigonometria come una disciplina separata dalla matematica, e nel suo trattato Trattato sui quadrilateri, fornì la prima esposizione completa di trigonometria sferica,[5] riuscendo ad essere il primo ad elencare i sei distinti casi di un triangolo retto nella trigonometria sferica.
Nel suo trattato On the Sector Figure, formulò la famosa legge dei seni per i triangoli piani:
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I suoi studi matematici approfondirono le leggi dei seni e delle tangenti relative ai triangoli oltre al calcolo delle radici dei numeri interi.
A lui sono dedicati il cratere Nasireddin sulla Luna e l'asteroide 10269 Tusi.

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http://it.wikipedia.org/wiki/Nasir_al-Din_al-Tusi
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Carta Pisana

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La Carta Pisana è una mappa fatta alla fine del 13 ° secolo, circa 1275-1300. E 'stato trovato in Pisa , da cui il nome. Essa mostra l'intero Mediterraneo, il Mar Nero e una parte della atlantica costa, da nord dell'attuale Marocco (fino a circa il 33 parallelo nord , con la città di Azemmour) a oggi l'Olanda, ma la precisione della mappa è per lo più limitato al Mediterraneo. E 'il più antico sopravvissuto carta nautica (cioè non semplicemente una mappa, ma un documento che precisa le direzioni di navigazione). Si tratta di una carta portolano, che mostra uno studio dettagliato delle coste, e molti porti, ma non ha alcuna indicazione sulla topografia e toponomastica del entroterra. Sulla carta, il Nord è in alto, a differenza di altre mappe dello stesso periodo come l' Hereford Mappa Mundi (ca. 1300), dove l'Oriente è in cima.

La mappa comprende la quasi totalità del Mediterraneo all'interno di due cerchi, uno per il Mediterraneo occidentale, uno per la parte orientale. Questi cerchi sono divisi in sedici parti, fornendo la mappa con sedici corrispondenti direzioni del vento . Inoltre, comprende un bi-direzionale scala subdivised in diversi segmenti corrispondenti a 200, 50, 10, e 5 miglia. Il valore esatto di questi "miglia portolano" è difficile da calcolare nell'attuale unità, date le discrepanze tra le aree geografiche su questa mappa e gli altri, ma è convenzionalmente accettato di essere di circa 1,25 km

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Ugolino e Vadino Vivaldi

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I fratelli Ugolino e Vadino (o Guido[1]) Vivaldi (date e luoghi di nascita e morte incerti) furono due navigatori genovesi del XIII secolo.
Dopo la caduta di San Giovanni d'Acri e delle ultime piazzeforti cristiane in Medioriente le vie terrestri per il commercio delle spezie erano divenute impraticabili e si avvertiva l'esigenza di aprire una via commerciale alternativa. Diversi mercanti e patrizi genovesi, tra cui Tedisio Doria finanziarono dunque una spedizione che avrebbe dovuto giungere "ad partes Indiae per mare oceanum" ("all'India attraverso il mare").
Non si conosce con certezza il tragitto che intendevano seguire per arrivare in India: per alcuni essi intendevano circumnavigare l'Africa, come poi fecero Bartolomeo Diaz e Vasco da Gama, per altri intendevano attraversare l'Atlantico, come fece Cristoforo Colombo.
Nel 1291 i due fratelli salparono da Genova con due galee (l'Allegranza e la Sant'Antonio) e 300 marinai; la spedizione era accompagnata anche da due frati francescani. Tuttavia dopo aver passato lo stretto di Gibilterra e aver iniziato la discesa lungo le coste africane, della spedizione si persero le tracce dopo capo Juby, ai confini meridionali del Marocco e nessuno fece mai ritorno.
Furono formulate diverse ipotesi sulla sorte dei navigatori. Le galee, a remi e con scafo basso e sottile non erano del resto navi adatte per la navigazione sull'oceano; inoltre non era ancora utilizzata la bussola e la navigazione poteva solo avvenire lungo la costa, con frequenti approdi. È possibile che la spedizione avesse toccato le isole Canarie e forse fece naufragio alla foce del fiume Senegal.
Nel 1315, il figlio di Ugolino, detto Sorleone, organizzò e condusse una infruttuosa spedizione sulle tracce del padre e dello zio.
Nel 1455 un navigatore genovese narrò in una lettera di aver incontrato in Africa, nei pressi del fiume Senegal, un giovane "della nostra stirpe", che diceva di discendere dai superstiti di quella spedizione.
Secondo i racconti leggendari che si svilupparono dopo il fallimento della spedizione, i due fratelli genovesi avessero effettivamente circumnavigato l'Africa e sarebbero giunti in Etiopia, dove sarebbero stati catturati dal Prete Gianni, un leggendario re cristiano. Non molti anni dopo Dante Alighieri era forse a conoscenza del fallimento della spedizione quando compose nel XXVI canto del suo Inferno la storia del viaggio di Ulisse oltre le Colonne d'Ercole.

http://it.wikipedia.org/wiki/Ugolino_e_Vadino_Vivaldi
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Mappa di Hereford

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La Mappa di Hereford è uno dei più famosi esempi di Mappa Mundi medievale. Fu dipinta fra il 1276 e il 1283 in Inghilterra da Richard di Haldingham e riproduce il mondo allora conosciuto fondando la propria rappresentazione sulla base di nozioni storiche, bibliche, classiche e mitologiche.
È conservata nella cattedrale di Hereford.

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http://it.wikipedia.org/wiki/Mappa_di_Hereford

Locations
0 – At the centre of the map: Jerusalem, above it: the crucifix.
1 – Paradise, surrounded by a wall and a ring of fire. During World War II this was printed in Japanese textbooks since Paradise appears to be roughly in the location of Japan.[4]
2 – The Ganges and its delta.
3 – The fabulous island of Taphana, sometimes interpreted as Sri Lanka or Sumatra.
4 – Rivers Indus and Tigris.
5 – The Caspian Sea, and the land of Gog and Magog
6 – Babylon and the Euphrates.
7 – The Persian Gulf.
8 – The Red Sea (painted in red).
9 – Noah's Ark.
10 – The Dead Sea, Sodom and Gomorrah, with the River Jordan, coming from the Sea of Galilee; above: Lot's wife.
11 – Egypt with the River Nile.
12 – The River Nile (?), or possibly an allusion to the equatorial ocean; far outside: a land of mutants, possibly the Antipodes.
13 – The Azov Sea with rivers Don and Dnieper; above: the Golden Fleece.
14 – Constantinople; left of it the Danube's delta.
15 – The Aegean Sea.
16 – Oversized delta of the Nile with Alexandria's Pharos lighthouse.
17 – The legendary Norwegian Gansmir, with his skis and ski pole.
18 – Greece with Mt. Olympus, Athens and Corinth
19 – Misplaced Crete with the Minotaur's circular labyrinth.
20 – The Adriatic Sea; Italy with Rome, honoured by a popular Latin hexameter; Roma caput mundi tenet orbis frena rotundi ("Rome, the head, holds the reins of the world").
21 – Sicily and Carthage, opposing Rome, right of it.
22 – Scotland.
23 – England.
24 – Ireland.
25 – The Balearic Islands.
26 – The Strait of Gibraltar (the Pillars of Hercules).
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Mappa Mundi

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Mappa mundi (plurale mappae mundi) è il termine con cui in generale si indicano le mappe del mondo di epoca medievale. Queste mappe variavano in grandezza e complessità da piccoli schemi di pochi centimetri a grandi mappe di anche qualche metro di dimensione, come ad esempio la mappa di Hereford (diametro 1,5 metri) e la mappa di Ebstorf (3,5 metri di diametro).
Approssimativamente le mappe sopravvissute dal Medio Evo ai giorni nostri sono 1.100. La maggior parte, circa 900, si trovano come illustrazioni di manoscritti, mentre le restanti sono mappe a sé stanti.

Classificazione delle mappae mundi
Le mappe medievali possono essere distinte in quattro catogorie: (1) mappe zonali o macrobiane; (2) mappe T-O tripartite e (3) quadripartite a seconda che venisse rappresentato o meno l'emisfero meridionale chiamato al tempo antipodi ; (4) mappe complesse.

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Mappe zonali
Le mappe zonali avevano lo scopo di rappresentare la Terra come divisa in cinque zone climatiche: due zone di clima freddo ai poli, un clima torrido all'equatore e due zone intermedie di clima temperato. Si riteneva che solo le due fasce di clima temperato potessero essere abitate e si credeva che fosse impossibile riuscire ad attraversare il clima torrido. Per questo motivo si discuteva sul fatto se l'emisfero meridionale (gli "antipodi") fosse o no abitato: nella prospettiva cristiana per cui tutta l'umanità discendeva da Adamo ed era stata redenta da un solo Cristo, l'ipotesi dominante era che gli antipodi fossero disabitati.
Le mappe zonali vengono anche dette macrobiane, infatti la maggior parte delle mappe di questo tipo si trovano sulle copie del Commentario di Macrobio al Somnium Scipionis di Cicerone.

Mappe T-O tripartite
Le mappe T-O mostrano solo la parte abitata conosciuta dell'emisfero settentrionale. Il loro nome deriva dal fatto che erano mappe circolari, il Mediterraneo era rappresentato a forma di T e divideva i tre continenti Asia, Africa e Europa, tutti circondati da un grande oceano, la O (vedere figura a lato). Queste mappe hanno alimentato la falsa credenza moderna che la gente medievale ritenesse la Terra piatta. In realtà questa era una rappresentazione di convenienza, dato che rappresentava solo le terre conosciute, ed aveva altresì valore simbolico, infatti Gerusalemme veniva posta al centro della mappa e l'oriente, dove si pensava fosse il Giardino dell'Eden, veniva disegnato in alto.

Mappe T-O quadripartite
Nelle mappe T-O potevano anche essere aggiunti, come quarta zona, gli antipodi. Questi venivano rappresentati come un lembo di terra separato dagli altri continenti ed ovviamente, trattandosi di un territorio sconosciuto, privo di ogni dettaglio geografico. Le mappe quadripartite sono anche dette beatìne perché molte di queste sono state trovate su un commentario all'Apocalisse scritto da Beato di Liébana.

Mappe complesse
Le mappe complesse sono le mappae mundi più famose. Sebbene la maggior parte di esse adottino uno schema T-O modificato, esse sono molto più dettagliate: raffigurano molti dettagli costieri, montagne, fiumi, città, capitali e province. Molte di esse includono personaggi ed eventi storici, biblici e mitologici. Altre mostrano piante ed animali esotici che i cartografi medievali conoscevano attraverso i testi latini e greci. Alcune di queste mappe sono anche molto grandi: prima della sua distruzione durante le Seconda guerra mondiale la più grande era la mappa di Ebstorf che aveva un diametro di 3,5 metri, mentre ora la più grande esistente è la mappa di Hereford con un diametro di 1,5 metri.

Utilizzo delle mappae mundi
Agli occhi moderni le mappae mundi possono sembrare superficiali, primitive e poco accurate. Tuttavia queste mappe non erano pensate per essere usate come carte da viaggio o navigazione, e non avevano la pretesa di mostrare le terre e le acque in maniera proporzionata. Esse erano piuttosto degli schemi per illustrare diversi concetti. Quelle più semplici, spesso inserite all'interno di trattati ed opere enciclopediche, erano in pratica dei diagrammi che servivano ad illustrare l'insegnamento di idee quali la sfericità della Terra, la distinzione delle zone climatiche, i tre continenti conosciuti.
Le mappe più grandi avevano spazio per illustrare altri concetti come i punti cardinali, i territori lontani, le storie della Bibbia, gli eventi storici e mitologici, la flora e la fauna. Nella loro forma più completa, come quelle di Ebstorf ed Hereford, le mappae mundi erano delle piccole enciclopedie della conoscenza medievale.

Fine della tradizione
Nel corso del Medio Evo cominciò a svilupparsi un altro tipo di mappa concepito per la navigazione nel Mediterraneo. Queste mappe, dette carte portolaniche erano caratterizzate dal disegno molto accurato delle coste e dalla presenza delle linee lossodromiche: un esempio famoso è l'Atlante Catalano di Abraham Cresques.
Nel Tardo Medio Evo, con l'avvento del Rinascimento, gli europei riscoprirono le opere degli studiosi greci. Nel campo della geografia ebbe molta influenza il sistema di latitudine e longitudine sviluppato da Tolomeo nel II secolo.
Nel corso del tempo queste nuove idee soppiantarono la vecchia tradizione delle mappae mundi. Uno degli ultimi esempi di questa tradizione, la grande Mappa di Fra Mauro, può essere vista come un ibrido, che incorpora il disegno delle coste nello stile portolano nello schema delle vecchie mappae mundi complesse.

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http://it.wikipedia.org/wiki/Mappa_Mundi
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Pixidis nautica

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La pixidis nautica o pisside nautica era uno strumento magnetico utilizzato per l'orientamento sul mare. A differenza dei più antichi congegni marinari, costituiti da un ago di ferro magnetizzato galleggiante in un vaso d'acqua, la pixidis nautica era una scatola di vetro che conteneva un perno di bronzo nel quale era infilato un ago magnetico d'acciaio, e sul coperchio presentava 360 tacche, per indicare i 360 gradi goniometrici. La pixidis nautica comparve in Italia meridionale verso la metà del XIII secolo; essa permetteva di orientarsi in mare aperto anche quando questo era mosso.

Un nuovo strumento a secco
Nel 1268 re Carlo I d'Angiò chiamò all'assedio di Lucera, ultima roccaforte rimasta fedele alla causa sveva, il meccanico francese Pietro Peregrino de Maricourt, abile costruttore di macchine belliche d'assalto. Costui, durante la permanenza in quella terra, conobbe un novissimum instrumentum (uno strumento nuovissimo) impiegato nell'orientamento, specialmente sul mare. Quella conoscenza lo indusse a scrivere un trattato epistolare, il De Magnete, nel quale egli passava in rassegna tutti i congegni di orientamento magnetico, per soffermarsi su questa nuova invenzione, alla quale attribuì, forse per primo, il nome di pixidis nautica.

Il nuovo strumento era differente dai precedenti perché non era “ad acqua”, bensì “a secco”, cioè non era costituito da un vaso colmo d'acqua, nel quale galleggiava un congegno. Esso era invece formato da una scatola, detta appunto pixidis, di vetro, bassa e di sezione circolare, poco profonda ed alquanto ampia. Sul coperchio, anch'esso di vetro, erano segnate 360 tacche, per indicare i 360 gradi goniometrici; due linee ortogonali indicate come diametri sul coperchio rappresentavano il settentrione-meridione e l'oriente-occidente.

Tra il coperchio e la base della scatola era collocato un perno girevole in bronzo, nel quale erano infilati, in posizione perpendicolare tra loro, ma non complanare, due aghi, uno di bronzo e l'altro di ferro o di acciaio magnetizzato per induzione mediante un magnete (l'acciaio, in particolare, conserva meglio la magnetizzazione). La magnetite, di cui era fatto il magnete, era un minerale di colore azzurro, definito adamans, e proveniva dall'Asia Minore per quanto riguarda l'area mediterranea e dalla Scandinavia per quanto concerne il Nord Europa.

Avvicinando il polo nord o il polo sud del magnete alla pixidis vitrea, si doveva attendere che il moto dell'ago di ferro, magnetizzandosi, intanto, per induzione, si arrestasse e si stabilizzasse sulla linea del settentrione-meridione incisa sul coperchio. L'ago magnetizzato, infatti, si dispone lungo le linee del campo magnetico terrestre.

Una regula in vetro, cioè una diottra o righello, alle cui estremità erano posti due chiodini (stili) in argento o in bronzo, completava la pixidis nautica. La regula serviva, in particolare, per misurare l'azimuth del sole, della luna e delle stelle, per stabilire la latitudine della nave. Tale misurazione veniva effettuata ponendo la regula in asse con il sole; l'ombra formata dal chiodino anteriore della diottra segnava l'azimuth dell'astro sulla tacca del coperchio della pixidis.

Le cassule del Mare del Nord
Nei mari del Nord, tra XII e XIII secolo, era in uso un congegno marinaro d'orientamento costituito da un vaso pieno d'acqua, nel quale galleggiavano due cassule di legno, cioè due oggetti, di cui uno a forma di semisfera piena e l'altro, dello stesso diametro, dalle fattezze di un basso e largo cilindretto. Tra le due cassule era incollato un magnete, che indicava la direzione settentrionale. Sulla cassula superiore, che aveva la sezione circolare, erano incise 360 tacche, le quali rappresentavano i 360° in cui è divisa una circonferenza goniometrica.

Lo strumento, di ideazione danese, così composto costituiva una sorta di anticipazione della pixidis per quanto concerne approssimative misure dell'azimuth degli astri.

Un frammento, costituito da un cerchio di legno, sul quale erano state incise 360 tacche, fu rinvenuto in Groenlandia negli anni '50 del XX secolo. L'idea dell'applicazione delle tacche, realizzata nei mari del Nord, passò poi nel Mediterraneo, dove fu impiegata nella costruzione della pixidis, principalmente per la misurazione dell'azimuth.

L'impiego della pixidis nautica nella marineria
L'impiego della pixidis nautica nella marineria permetteva la navigazione anche in inverno e in mare aperto; infatti l'ago magnetico imperniato resisteva molto bene alle sollecitazioni meccaniche delle onde del mare grosso.

Questo strumento era destinato a rivoluzionare le tecniche della navigazione, offrendo ai naviganti l'opportunità di muoversi sul mare con sufficiente sicurezza in tutti i periodi dell'anno, in una prima fase almeno in uno specchio d'acqua chiuso, come il Mediterraneo.

Una prova indiretta, ma decisamente esaustiva, circa l'impiego della pixidis nautica dovrebbe necessariamente essere collegata a testimonianze di navigazione lungo rotte in mare aperto nel corso dei mesi invernali, cioè tra novembre e febbraio, come affermano Heinrich Winter (1937) e Frederic C. Lane (1963). Di certo sappiamo che dovette essere proprio la pixidis nautica a favorire e incoraggiare quella pratica di navigazione, in quanto essa si diffuse proprio subito dopo l'apparizione del detto strumento, cioè tra il 1270 e il 1300, tra febbraio e maggio e da agosto fino a Natale.

1259: la testimonianza di un contratto
Un contratto di società di mare del 1259 fornisce ulteriori informazioni circa l'applicazione del nuovo congegno in campo marittimo.

L'atto in questione, stipulato tra nobili mercanti del Ducato di Amalfi, accerta la navigazione in mare aperto di un'imbarcazione amalfitana nella seconda metà dell'inverno, cioè a partire dal 20 febbraio.

Non essendo noti, allo stato, altri documenti precedenti a questo che provino navigazioni in mare aperto in pieno inverno, è possibile ritenere che i mercanti-marinai di Amalfi dovettero essere i primi in assoluto a compiere quell'impresa. Pertanto, quello fu un primo interessante passo in avanti, in quanto la partenza di navi per l'Africa e il Medioriente veniva anticipata dalla primavera al mese di febbraio. Ciò costituirebbe una prova indiretta dell'impiego di uno strumento di orientamento nautico più funzionale e sicuro rispetto a quelli precedenti, che potrebbe coincidere a giusta ragione con la pixidis.

La pixidis nautica in Puglia e le attività marinare degli amalfitani
Dieci anni dopo questa prima navigazione invernale amalfitana Pietro Peregrino trova la pixidis nautica in Puglia e la descrive; ne risulta proprio uno strumento magnetico di orientamento “a secco” praticamente utile allo scopo predetto. Pertanto, questo congegno doveva essere in uso in area pugliese al tempo dell'assedio di Lucera (1268-1269). In quell'epoca le attività marinare e fiscali, monetarie e giuridiche di quella regione erano sotto il quasi totale controllo delle famiglie nobili ravellesi, che si erano ormai consolidate, essendo ivi presenti ed attive nel settore mercantile sin dall'età normanna. I ravellesi, provenienti da una città a mezza costa, posta su alture collinari situate alle spalle di Amalfi, sin dal regno di Federico II (1198-1250) erano soprattutto funzionari regi, per la maggior parte protontini (viceammiragli dipendenti dal grande ammiraglio del regno), portolani (responsabili dei porti), secreti (alti funzionari fiscali), maestri zecchieri.

Il ritrovamento della pixidis nautica in Puglia, la partecipazione di un ravellese alla società di mare del 1259 che prevedeva la navigazione invernale in mare aperto e il controllo delle attività marinare pugliesi da parte dei ravellesi possono costituire prove a sostegno della tesi dell'ideazione di quel rivoluzionario strumento nautico magnetico da parte degli esperti navigatori della marineria amalfitana.

Già nel 1080, infatti, il poeta normanno Guglielmo di Puglia confermava che la tradizione marinara e la fama in materia di navigazione degli amalfitani erano ormai note in tutto il mondo di allora.

In quella società marinara medievale si formarono, da entrambi i punti di vista teorico e pratico, capitani, nocchieri e periti in arte maritima, puntualmente menzionati nelle fonti. Alcuni di questi insegnarono nello Studio Napoletano fondato da Federico II nel 1224.

Il bossolo: perfezionamento della pixidis nautica
Nel corso della seconda parte del XIII secolo la pixidis nautica fu sottoposta ad una trasformazione per quanto concerne la scatola, la quale non fu più fatta in vetro, bensì confezionata in legno di bosso. Questa scelta fu dettata dall'empirica scoperta della schermatura che tale qualità di legna offre all'influsso di campi magnetici esterni.

Naturalmente gli esperti di quel tempo non erano affatto a conoscenza della vera causa dell'orientamento dell'ago magnetico verso settentrione, per cui essi pensavano che il magnete fosse una sorta di “pietra magica” (adamans) che riceveva la virtù di attrarre il ferro e di fornirgli quella forza per l'influsso della Stella Polare. I naviganti notarono che in alcune circostanze inspiegabili l'ago della pixidis impazziva, cominciando a girare con il perno in cui era conficcato; ciò avveniva soprattutto quando la nave passava per determinati luoghi sottocosta. Essi per tentativi, provando a modificare il materiale di cui era fatta la scatola, scoprirono che il legno chiaro e pesante della pianta di bosso limitava molto quelle strane interferenze, che erano dovute al magnetismo delle rocce o a giacimenti di magnetite.

Il bossolo e la Rosa dei venti
L'uso della scatola di bosso fece assumere al nuovo strumento perfezionato la denominazione di “bussola”, termine che utilizziamo ancora oggi per denotare strumenti di orientamento basati sulla forza magnetica. Questo vocabolo fece la sua prima apparizione a partire dal 1270 (bossolo) e da allora in poi entrò a far parte dapprima del gergo pseudo-scientifico e della letteratura in materia e poi di quello comune.

Tra quest'ultima data e il 1300 la pixidis nautica, conosciuta ormai come bossolo, fu sottoposta ad un altro perfezionamento ben più significativo, questa volta riguardo alle tecniche di orientamento. Al perno girevole che conteneva i due aghi, di cui uno di ferro o acciaio magnetizzato e l'altro di bronzo o d'argento, fu applicata una rotula o rotella di carta a mano dalla grammatura grossa, sulla quale era disegnata una rosa con 16 o 32 venti.

Questa carta di forma rotonda era solidale all'ago magnetico, nel senso che quest'ultimo doveva restare sempre esattamente in linea con il settentrione, segnato sulla Rosa mediante un giglio angioino. Tale particolare indica che l'area geografica in cui fu ideato quel perfezionamento dovette essere il regno angioino di Napoli. Inoltre in quell'epoca le cartiere per la fabbricazione di tale tipo di carta erano diffuse lungo i fiumi dei centri amalfitani e ad Amalfi era attiva la più antica ferriera pubblica del Meridione, che produceva anche l'acciaio.

L'applicazione della Rosa nella bussola consentiva un orientamento più preciso e una ricostruzione più dettagliata della zona di mare in cui si trovava la nave, in previsione della segnatura di una rotta più sicura.

https://it.wikipedia.org/wiki/Pixidis_nautica
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