Regno di Francia

Storia, Araldica, confini, alleati e nemici, gesta ed imprese...

Regno di Francia

Messaggio da leggereda Veldriss il 17 febbraio 2010, 9:05

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IL GIOCO DEI DADI FECE INFURIARE SAN LUIGI IX DI FRANCIA

Messaggio da leggereda Veldriss il 8 aprile 2011, 17:23

Anche il Medioevo amava l'azzardo. E aveva le sue slot machine: si chiamavano dadi.
Si tiravano accompagnandoli a scommesse sul numero che sarebbe uscito.
Il passatempo era già noto tra gli antichi Romani e apprezzato in tutte le classi sociali.
Nel Medioevo si diffuse ancora di più grazie ai cavalieri erranti e menestrelli, ceh ne fecero lo svago preferito nelle taverne.
Vizio. Ma non tutti li amavano. Sulla nave che lo riportava a San Giovanni d'Acri dopo la sua liberazione (era stato fatto prigioniero dai musulmani) il re crociato Luigi IX (1214-1270) chiese cosa stesse facendo il fratello, Carlo d'Angiò. Saputo che giocava "alle tavole" (cioè a dadi) con Gualtiero di Nemours, andò su tutte le furie.
Provato dalla morte in guerra dell'altro fratello (Roberto d'Artois) si recò da Carlo e gettò in mare tavole e dadi, furioso.
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L’ORGANIZZAZIONE INTERNA DELLO STATO FRANCESE TRA XII E XIV

Messaggio da leggereda Veldriss il 13 novembre 2012, 12:19

L’organizzazione interna dello Stato francese tra il XII e l’inizio del XIV Secolo. Con il continuo estendersi del proprio territorio, la monarchia francese dovette pensare ad organizzare l’amministrazione statale in funzione alle nuove necessità; quest’opera durò secoli e avvenne per tentativi successivi. Fino a Filippo II Augusto, i re francesi avevano amministrato i loro territori per mezzo dei prevosti, che svolgevano diverse funzioni e godevano di grande potere: essi amministravano la giustizia, raccoglievano i tributi e convocavano i vassalli per il servizio militare. Filippo II istituì una nuova categoria di funzionari, di grado superiore ai prevosti: i balivi, il cui compito era quello di convocare una corte di giustizia al mese, prelevare i tributi raccolti dai prevosti, e comparire periodicamente alla corte di Parigi per rendere conto al re della propria amministrazione. Ogni balivo amministrava una delle 20 circoscrizioni, nelle quali vennero divisi i territori regi. Essi non appartenevano alla nobiltà locale, ma venivano scelti direttamente dal re, fra le persone a lui più fedeli. Nel sud della Francia, dove l’autorità reale era piuttosto modesta, al posto dei balivi venne istituita la figura del sénéchal, il siniscalco, scelto tra gli appartenenti alla nobiltà locale, allo scopo di avvicinarla alla monarchia. L’organizzazione dell’apparato statale venne nuovamente perfezionata da Luigi IX, risistemazione degli organi centrali del potere stataleche provvedette ad una . Il preesistente Consiglio del re, la Curia regis, venne suddivisa in due organismi separati, ognuno dei quali con incombenze diverse: il Gran Consiglio, assisteva il re nell’opera di governo, seguendolo durante i suoi spostamenti; esso si componeva di un cancelliere, un connestabile e da pochi grandi nobili amici del re, personalmente a lui devoti. Il Parlamento si occupava esclusivamente dell’amministrazione della giustizia ed era composto da una parte di consiglieri permanenti formata da ecclesiastici, cavalieri o balivi, che venivano nominati direttamente dal re che provvedeva anche alla loro retribuzione, e da una parte composta da elementi occasionali, solitamente baroni o prelati, che venivano convocati solo in determinate occasioni. Quest’organo fu tra quelli che maggiormente contribuirono ad innalzare il prestigio della monarchia, poichè consentiva di poter ricorrere in appello contro le sentenze emesse dai tribunali dei singoli feudatari. Per quanto riguardava l’amministrazione provinciale, Luigi IX fece ricorso a dei funzionari itineranti chiamati enquesteurs, inquisitori, che viaggiavano per la Francia sorvegliendo l’operato dei balivi e dei siniscalchi, per riparare agli eventuali abusi di potere da questi commessi. Il re stesso amava viaggiare attraverso la Francia, non disdegnando di rendere giustizia a chi ne faceva richiesta. I funzionari regi di Luigi IX erano ancora in massima parte provenienti dalla classe dei cavalieri e degli ecclesiastici, ma già comparivano tra essi i primi borghesi, che venivano soprannominati legisti, poichè avevano seguito studi di diritto romano nelle università, ed erano quindi in grado di preparare leggi adeguate ai tempi. Sotto i suoi successori, i borghesi divennero sempre più numerosi; essi venivano normalmente nobilitati dal re quando assicuravano un buon servizio, venendo così a costituire una nobiltà di toga, che si veniva ad affiancare alla già esistente nobiltà di spada. Dovendo il suo nuovo stato sociale al re, il ceto dei funzionari statali borghesi era fedelissimo alla monarchia, della quale costituiva uno dei più solidi sostegni per la competenza dimostrata nel disbrigo degli affari pubblici. La sua formazione palesò l’esistenza di un’alleanza fra la monarchia e l’elemento cittadino. Facendo leva sul proprio apparato statale e sulla forza delle armi, la monarchia riuscì a limitare fortemente gli arbìtri feudali. Luigi IX proibì i duelli su tutto il territorio e regolò l’esercizio della faida, che secondo le nuove disposizioni, non poteva avvenire prima di 40 giorni dall’offesa ricevuta, per dare il tempo alla parte più debole di potersi rivolgere al re. Il rafforzamento del tribunale regioapportò nuove limitazioni all’anarchia feudale. Esso funzionava infatti come corte d’appello, presso la quale si poteva ricorrere contro le sentenze emesse dai tribunali dei signori feudali. Esclusivamente al regio tribunale, spettavano le cause riguardanti la provocazione d’incendi, il rapimento di donne, la falsificazione di monete ed i delitti ai danni dello Stato. A diminuire la forza dei feudatari contribuì inoltre la riforma finanziaria di Luigi IX, che non tolse ai grandi feudatari il diritto di battere moneta, ma li obbligò ad accettare la contemporanea circolazione sul loro territorio della moneta regia, di migliore qualità che a poco a poco venne preferita a quella locale. Sotto il suo regno, le entrate nelle casse regie crebbero sensibilmente, grazie anche ai primi passi mossi verso una tassazione diretta, con l’imposizione della taglia, una imposta che sostituì le prestazioni personali obbligatorie. Vennero elevati gli obblighi dei vassalli, riordinata l’amministrazione dei beni della Corona; il clero e le città vennero sottoposti a tributo; queste ultime ottennero in cambio i privilegi comunali. Contribuirono in maniera decisiva alle entrate, l’incremento del commercio e lo sviluppo dell’industria, resi possibili dal periodo di pace del quale stava godendo la Francia. Poichè anche le spese non erano esagerate, il bilancio del regno restò in equilibrio. Filippo IV il Bello (1285-1314), consolidò la monarchia con misure di politica finanziaria e con una spregiudicata politica nei confronti della Chiesa e del Papato. In politica finanziaria vene costituita la Corte dei conti, che provvedeva alla riscossione delle entrare reali, ne amministrava le spese, e provvedeva ad imporre ai vassalli che non volevano effettuare il servizio militare l’imposta da versare in cambio dell’esonero. L’esercito fi Filippo IV era composto in gran parte da Compagnie di ventura. Il re si battè per ridurre la potenza della Chiesa in Francia e per stabilire la supremazia della monarchia sul papa. Per raggiungero questo scopo, Filippo IV soppresse L’Ordine dei Templari, molto potente in Francia, incamerandone l’enorme patrimonio e imponendo imposte al clero. Quando il papa Bonifacio VIII contestò al re tale diritto, il conflitto fra la Francia e la Chiesa esplose, raggiungendo la sua punta più drammatica con l’episodio di Anagni, nel corso del quale il papa venne schiaffeggiato da un messo reale. Il conflitto ebbe termine con l’elezione al soglio pontificio di Clemente V, arcivescovo di Bordeaux, fedelissimo del re, che nel 1309, gli consentì di trasferire la sede papale da Roma ad Avignone, dove restò per circa 70 anni. Filippo IV non avrebbe potuto condurre la sua politica senza l’appaggio del popolo francese, che sotto la protezione della monarchia andava sempre più acquisendo una coscienza nazionale. Questo apparve evidente nel 1302, quando di fronte alle minacce di papa Bonifacio VIII, il re convocò l’assemblea degli Stati Generali, composta da rappresentanti del clero, della nobiltà e della borghesia; essa respinse le richieste papali ed affermò il diritto del re di immischiarsi nelle faccende della Chiesa francese. Gli Stati Generali, vennero poi riconvocati da Filippo IV altre due volte con lo scopo di chiedere nuovi tributi: si affermò in tal modo il principio, che la richiesta di nuovi tributi dovesse passare al vaglio di quest’assemblea per l’approvazione definitiva. Nei secoli successivi quest’organo venne convocato in diverse occasioni, assumendo una notevole importanza nell’organizzazione interna dello Stato francese. La presenza al suo interno dei rappresentanti della borghesia accanto a quelli del clero e della nobiltà, è la prova di quali fossero i ceti sociali sui quali la monarchia si reggeva. Per un certo periodo, da questa partecipazione essa vide limitato il proprio potere, tanto da essere definita Monarchia degli Stati o corporativa.

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FRANCIA: I PRIMI RE UNIFICATORI

Messaggio da leggereda Veldriss il 13 novembre 2012, 12:26

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Dopo il breve regno di Luigi VIII vi fu il lunghissimo regno di Luigi IX (1226-1270), che per la propria virtù e la sua pietà religiosa, venne proclamato santo dalla Chiesa. Sotto il suo governo, la monarchia si estese alla parte meridionale del Poitou e sulla Linguadoca occidentale. Nel 1259, venne siglata la pace di Parigi, con la quale il re d’Inghilterra rinunciava in modo definitivo alle provincie francesi già perdute, conservando la sola Aquitania, ma in qualità di vassallo del re di Francia. L’opera più importante di Luigi IX, più che la politica estera, riguardò l’organizzazione interna dello Stato francese. La monarchia raggiunse la sua massima potenza sotto il regno di Filippo IV il Bello (1285-1314), che aggiunse ai territori della Corona di Francia la ricca regione della Champagne, il Regno di Navarra, situato sui Pirenei, e la città di Lione con tutto il suo circondario. Tentò in più occasioni di occupare le Fiandre, che dopo l’Italia rappresentavano la regione economicamente più ricca d’Europa; i suoi cavalieri vennero però sconfitti nel 1302 dagli artigiani di Gand e Bruges.
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I gigli di Francia

Messaggio da leggereda Veldriss il 13 novembre 2012, 14:49

"Prima di terminare queste mie considerazioni sull’eccellenza e la dignità di questo glorioso e prezioso metallo, voglio porre un quesito e una domanda. Per qual motivo sono inseriti e posti sullo scudo del nobilissimo, magnanimo e cristianissimo re di Francia, i gigli d’oro, piuttosto che d’argento o di altro metallo o colore? Ascoltate: io rispondo, dopo i più sapienti di me, che è tramite la volontà di Dio, il quale così nobilmente ha voluto innalzare ed onorare i nobili re di Francia. E sappiate che più nobili insegne non hanno potuto essere concesse ai cristianissimi re, nelle quali troviamo una così grande profondità di misteri da parere che le dette insegne oltrepassino e trascendano l’umana conoscenza. Perciò, con la fragilità del nostro povero intendimento, dico che lo scudo reale di Francia è adornato di tre fiordalisi dorati convenientemente, e per nove ragioni: Primo perché l’oro è di un bellissimo e buon colore e, secondo san Gregorio ha di fronte a tutti gli altri metalli una purezza e uno splendore di grande e sommo effetto. Oro è così chiamato “ab aura”, che significa splendore, come dice Isidoro è detto nel libro “Della natura delle cose”, che l’oro sta ai corpi come il sole alle stelle; tramite questo i cristianissimi re di Francia sono spinti ad acquisire ed usare la saggezza, che è più pura e splendente dell’oro. Ma col vantaggio che l’oro al suo confronto è come la sabbia del mare. Salomone, essendo re di Gerusalemme, tralasciate tutte le altre cose del mondo, chiese a Dio Creatore, e l’ottenne per grazia infusa, la sapienza, senza la quale non c’è scettro che possa governare serenamente il popolo. Tralascio gli altri re di Gallia che sono stati allo stesso modo presi dall’ardore della saggezza, per evitare prolissità di esempi. Secondo: i gigli d’oro son messi sullo scudo dei Re di Francia a causa dell’oro vero che ha la proprietà di render lieto il coraggio, cosa che non fa l’oro falso, prodotto per alchimia, come dice san Tommaso. Per questa proprietà naturale il cristianissimo signore è e deve essere gioioso e piacevole per il suo popolo. Terzo: lo scudo di Francia è adorno della sostanza dell’oro, per la sua pesantezza e solidità naturali, poiché l’oro è due volte più pesante dell’argento, secondo i maestri delle proprietà, ed ha parimenti una sua solidità, purezza e nobiltà al di sopra di tutti gli altri metalli; il quale è un monito dato ai Re cristianissimi: che bisogna che essi siano fermi e saldi, maturati e profondi nella discussione delle cause a loro sottoposte, senza essere precipitosi per leggerezza o ira. Quarto: le armi di Francia sono fatte di gigli dorati, a motivo che l’oro, come dicono Plateario, Costantino, Avicenna, Serapio e gli altri dottori di medicina, è più temperato degli altri metalli, per cui ha la meravigliosa natura di riconfortare il cuore, lo stomaco e gli altri sensi. Per la quale affermazione è dato a conoscere che tutto l’officio reale deve essere assolto con ogni amore e non falsa dilezione. Quinto: lo scudo dei nobili e cristianissimi re di Francia è composto da gigli d’oro per il fatto che il vero oro non oppone resistenza sotto il martello col quale è forgiato, come fa il ferro, né ne è rotto come un vaso di coccio, né risuona come il rame o altro metallo: così, in assenza di queste condizioni, viene disteso e completamente spianato sull’incudine; e ciò simboleggia ai re le virtù della pazienza, forza e costanza in tutte le avversità e tribolazioni. Ecco come le virtù reali debbano essere come l’oro, duttili e trattabili, quanto quelli sono, come l’oro, nobili e potenti. “-. Sesto: l’oro è nello scudo di Francia perché il vero oro mantiene più a lungo le sue proprietà che non l’oro falso, secondo san Tommaso. Inoltre l’oro non è bruciato dal fuoco, ma purgato e rivalutato. Ciò deve spingere i Re cristiani alla durevole perseveranza della legge dell’eterno Iddio. Perché solo quella virtù conduce alla vita eterna. Settimo: le armi di Francia portano come metallo l’oro poiché l’oro, in confronto a tutti gli altri metalli, è il più prezioso e duraturo, senza arrugginire o macchiarsi né mai guastarsi. Ed ha anche virtù conservative, secondo il filosofo. Per questa autorità il cristianissimo re è spinto verso la vera umiltà di Gesù Cristo, che è la virtù d’oro, conservatrice delle altre virtù. San Gerolamo, in una epistola a Cellenas dice che l’umiltà è la principale virtù e custodisce le altre. Ottavo: lo scudo d’arme gallico è nobilitato dai gigli d’oro poiché l’oro possiede molte virtù medicinali. Plinio dice che l’oro guarisce le fistole, le emorroidi, e le piaghe purulente. Queste virtù medicinali stimolano il re cristianissimo ad abbracciare la giustizia, che è madre, secondo san Girolamo, di ogni altra virtù. La giustizia, che egli chiama aurea, è curativa della malattia del peccato, poiché nel combattere i rei contrasta e allontana le offese a Dio e i peccati mortali. Nono: lo scudo gigliato è abbellito con oro fino e puro perché, secondo Avicenna, l’oro dà conforto al cuore dell’uomo, e, come dice Costantino, l’oro ha la proprietà di sovvenire alla debolezza della carne: con esso il re cristianissimo è sempre più stimolato alle opere di giustizia. La giustizia è molto confortante e corroborante, e col suo splendore dà magnificenza ai seggi ed ai troni regali."

"Per questo Dio ha detto ai principi ed ai re nel primo capitolo del libro della Sapienza: «Giudicate rettamente, voi che giudicate la terra»’ cioè i peccatori. In conclusione, non si sarà mai sapienti abbastanza per blasonare e stimare l’oro, per il suo esser così gran compendio di virtù, tutte degne e di grandi effetti. Molto utilizzato è anche nei santi templi e luoghi sacri. Guardiamo nell’Antico Testamento e troveremo che il bel tempio che fece costruire ed addobbare il sapientissimo re Salomone, era tutto ricoperto di lamine d’oro al punto che, dice il testo della Bibbia, non c’era niente in quel luogo che non ne fosse coperto. Troviamo anche, nella Sacra Scrittura, che la cintola del figlio dell’uomo era d’oro. I re ed i gran signori non portavano l’oro se non in segno di gran preziosità. L’oro è stato la causa dell’esaltazione del valoroso Giasone quando rapì il Toson d’oro. La sposa di Gesù Cristo, che è la Chiesa militante dei cristiani e che sta alla destra del suo signore e sposo, è detta - nelle Sacre Scritture, con alcuni significati mistici - esser vestita con preziosi abiti d’oro fino, come dice David, regale profeta: «Astitit regina a dextris tuis in vestito deaurato»19 E per l’ultimo biasone ed eccelsa lode dell’oro, il sovrano Re eterno ha voluto che la gloria infinita del cielo dei beati sia rappresentata dall’oro, come se non la sapesse comparare e paragonare a cose più degne. A motivo del fatto quindi che esso è di così grande effetto e virtù, san Giovanni nella sua Apocalisse ci esorta, per arricchire, ad accettare «l’oro purgato dal fuoco» Molte altre lodi potrebbero esser fatte dell’oro; ma per brevità voglio, al presente, costringere la mia penna al segreto del silenzio."

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Agnese di Francia

Messaggio da leggereda Veldriss il 19 novembre 2012, 11:04

Agnese di Francia, in catalano Agnès de França i de Provença, in castigliano Inés de Borgoña ed in francese Agnès de France (1260 – Lantenay, 19 dicembre 1325), fu duchessa consorte di Borgogna e regina titolare consorte di Tessalonica dal 1279 al 1306.

Origini familiari
Figlia minore del re di Francia, San Luigi IX (1215 – 1270) e di Margherita di Provenza (1221 – 1295), figlia del conte di Provenza, Raimondo Berengario IV (1198 – 1245). Fu la sorella del re di Francia, Filippo III, del patriarca dei Borbone, Roberto di Clermont e di Isabella di Francia, regina consorte di Tebaldo II di Navarra.

Biografia
Nel 1279, Agnese contrasse matrimonio con un membro de un ramo minore dei Capetingi, il duca di Borgogna e re titolare di Tessalonica, Roberto II di Borgogna (1248-1306).
Quando nel 1306 Agnese rimase vedova, divenne la tutrice del nuovo duca di Borgogna, il figlio Ugo V, che morì al raggiungimento della maggior età.
Allora dal 1315, fu consigliera dell'altro figlio, il duca di Borgogna, Oddone IV.
Nel 1314 la figlia Margherita, moglie dell'erede al trono di Francia, Luigi, detto il Testardo o l'Attaccabrighe, futuro re di Francia con il nome di Luigi X, figlio del re di Francia e di Navarra, Filippo IV, detto il Bello, venne incarcerata per ordine del suocero con l'accusa di adulterio e dato che nel successivo processo fu ritenuta responsabile di adulterio con il cavaliere normanno Philippe d'Aunay fin dal 1311, anche la legittimità della figlia di Margherita, Giovanna, fu messa in discussione.
Allora Agnese, affiancata dal figlio, il duca Oddone, si batté, specialmente dopo la morte della figlia Margherita (1315), perché i diritti della nipotina Giovanna di diventare regina sia di Francia che di Navarra, fossero garantiti.
Alla morte del padre di Giovanna, Luigi X, (5 giugno 1316), il fratello, e zio di Giovanna, Filippo il Lungo, conte di Poitiers, fu prima nominato reggente e poi eletto re, privando Giovanna dei suoi diritti.
Nel 1322, alla morte di Filippo V il Lungo, privo eredi maschi, continuando a trascurare i diritti di Giovanna, gli successe, sia sul trono di Francia che su quello di Navarra, il fratello Carlo IV il Bello.
Nel 1325 Agnese morì, a Lantenay e l'anno dopo Giovanna riuscì ad ottenere il regno di Navarra, anche grazie all'appoggio che la nonna gli aveva dato negli ultimi dodici anni.

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Filippo IV di Francia

Messaggio da leggereda Veldriss il 22 novembre 2012, 12:14

Filippo IV di Francia (Fontainebleau, 1268 – Fontainebleau, 29 novembre 1314) detto il Bello, in francese Philippe le Bel, fu re di Francia dal 1285 alla sua morte.

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Biografia
Membro della dinastia dei Capetingi, Filippo nacque nel palazzo di Fontainebleau, figlio del re Filippo III e Isabella d'Aragona. Filippo fu soprannominato il Bello per il suo aspetto.

Filippo e lo Stato
Come re, Filippo fu intento in gran parte della sua vita ad un'opera di consolidamento e rafforzamento della monarchia, che lo portò ad instaurare un sistema burocratico professionale e legalizzato. Il suo contributo verso la modernizzazione dello Stato indipendente fu importantissimo, segnando l'età di passaggio da una monarchia incentrata sulla figura del re (che poteva in ogni momento collassare in caso di incompetenza di quest'ultimo) ad una monarchia burocratica.
Filippo sposò Giovanna I di Navarra il 16 agosto 1284, unione molto importante in ambito territoriale, dato che quest'ultima regnava su Champagne e Brie, regioni adiacenti all'Île-de-France che si unificarono al regno di Filippo con il risultato di un vasto regno. Durante la vita di sua moglie e dei loro tre figli, queste terre entrarono a tal punto nell'intreccio degli affari reali, che alla morte di Giovanna, non essendo Filippo suo erede, furono scambiate da quest'ultimo con la titolare di diritto, Giovanna II con delle terre della Normandia.
Il regno di Navarra, situato nei Pirenei, non era così importante in quei tempi, e rimase unito dal 1284 al 1329, quando si separò nuovamente.

Filippo e la Chiesa
Filippo il Bello è passato alla storia soprattutto per i suoi attriti fortissimi con la Chiesa cattolica che hanno segnato la svolta di un periodo storico importantissimo. Avendo già colpito gli ebrei duramente per risollevare l'economia francese, in situazione sfavorevole per l'ammodernamento politico delle strutture del regno, impose una tassa anche al clero: questo comportò l'immediata reazione della Chiesa, che già nutriva ostilità verso Filippo e il suo stile di vita, e del papa Bonifacio VIII, il quale ordinò l'immediata revoca delle imposte.
Filippo, però, si oppose inaspettatamente con molta risolutezza, non curandosi della scomunica che gli venne inflitta successivamente e delle dure bolle emanate dal pontefice, tra le quali la Ausculta fili e Unam Sanctam, ed anzi chiese un processo per invalidare l'elezione di Bonifacio (da molti paventata come irregolare, soprattutto dopo l'abbandono di papa Celestino V) e per condannarlo come eretico, oltre che la revoca dell'Unam Sanctam. Non ottenendo risultati, Filippo convocò gli Stati Generali francesi sottoponendo il quesito se il papa avesse la facoltà di immettersi nelle questioni nazionali, e ottenne un no unanime (anche dal clero): decise, così, di mortificare il pontefice e il pontificato, spedendo un'armata capeggiata da Giacomo Sciarra Colonna (acerrimo nemico del Papa) che occupò il palazzo del Papa a Roma e poi ad Anagni, residenza di Bonifacio, dando atto alla leggenda dello Schiaffo di Anagni. Con questo episodio, attraverso Filippo, finisce una esasperata fase teocratica della Chiesa Romana.
Filippo il Bello intentò un processo contro Bonifacio VIII otto mesi prima della morte del pontefice; fra le molte accuse, eclatanti furono quelle relative a pratiche magiche cui Benedetto Caetani sarebbe ricorso prima e durante il suo pontificato. Il pontefice successivo, Clemente V, fu eletto con forte condizionamento del sovrano francese ed iniziò la "cattività avignonese", ovvero il trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone: il pontefice perse gran parte della sua autorità, divenendo strumento passivo della corona di Francia, così da essere definito "cappellano del Re di Francia".
Filippo riuscì ad ottenere la revoca parziale della bolla Unam Sanctam, l'istituzione di un processo postumo a Bonifacio VIII (mai portato a termine) e, soprattutto, la soppressione e il massacro dell'ordine dei Templari, ricchissimo e potentissimo ordine di cavalieri religiosi, oggetto di accuse, spesso false o travisate, di reati e di empietà, tramite un'ulteriore convocazione degli Stati Generali nel 1308.
Morì nel corso di una battuta di caccia (colpito da ictus cerebrale, cadde dal suo cavallo e non si riprese) e fu seppellito nella basilica di Saint-Denis dov'è conservato tutt'oggi un suo sarcofago. Secondo la leggenda, con la sua morte avrebbe trovato compimento la maledizione del gran maestro dell'Ordine dei Templari Jacques de Molay, il quale predisse la morte del re di Francia entro l'anno. Gli succedette il figlio Luigi X di Francia.

Discendenza
Da Giovanna I di Navarra Filippo ebbe sette figli:
Margherita (1288-1300), fidanzata, nel 1294, con l'erede al trono di Castiglia, Ferdinando (1285-1312)
Luigi X - (1289 - 1316), re di Francia
Bianca (1290-1294)
Filippo V - (1291 - 1322) re di Francia
Isabella (1292 - 1358) sposò il re d'Inghilterra Edoardo II.
Carlo IV - (1294 - 1328) re di Francia
Roberto (1297-1308), fidanzato nel 1306 con Costanza, figlia del re di Sicilia, Federico III di Aragona
Tutti i figli maschi che raggiunsero l'età adulta divennero re di Francia mentre la figlia Isabella divenne regina d'Inghilterra, in quanto andata sposa ad Edoardo II d'Inghilterra.
Fu re di Navarra, con il titolo di Filippo I, grazie al matrimonio con Giovanna I, regina di Navarra. Il titolo fu suo da quando la sposò nel 1284 fino alla morte di Giovanna nel 1305: infatti, dopo la morte della regina il titolo di re di Navarra passò direttamente al figlio primogenito Luigi l'Attaccabrighe.

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Henri II Clément

Messaggio da leggereda Veldriss il 22 novembre 2012, 16:08

Henry II Clément, signore d'Argentan e di Sai (1224 circa – 1265), è stato un militare francese, maresciallo di Francia nel 1261.
Figlio del maresciallo Jean III Clément, signore di Mez e d'Argentan, accompagnò Luigi IX in Terra santa nella Settima crociata (1249). Alla morte del padre ricevette anch'egli la nomina a maresciallo, sebbene formalmente questa non avesse carattere ereditario.
Sposò Aveline de Nemours ed ebbe due figli: Henry III Clément (morto dopo il 1280), signore d'Argentan e di Sai; Marie Clément, che sposò Pierre II de Montliard, figlio di Thibaut II de Montliard (morta dopo il 1283).

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Carlo I d'Angiò

Messaggio da leggereda Veldriss il 22 novembre 2012, 17:14

Carlo I d'Angiò (21 marzo 1226 – Foggia, 7 gennaio 1285) conte d'Angiò e del Maine, conte di Provenza, re di Sicilia, re di Napoli, principe di Taranto, re d'Albania, principe d'Acaia e re titolare di Gerusalemme. Figlio del re di Francia, Luigi VIII (detto il Leone) e di Bianca di Castiglia, era fratello del re di Francia, Luigi IX (detto il Santo). Conquistò il Regno di Napoli nel 1266 sconfiggendo a Benevento l'ultimo re svevo, Manfredi di Sicilia.

Biografia

Conte di Provenza
Il re di Francia, Luigi IX, aveva ottenuto il pieno appoggio di papa Innocenzo IV al matrimonio tra suo fratello Carlo e Beatrice di Provenza; alla morte del conte di Provenza, Raimondo Berengario IV, nel 1245, pur essendo l'ultimogenita, la dodicenne Beatrice ereditò il titolo di contessa di Provenza e Forcalquier, in quanto le sue tre sorelle erano già tutte ben maritate: Margherita, moglie di Luigi IX re di Francia, Eleonora, moglie di Enrico III re d'Inghilterra, e Sancha, moglie del Riccardo, conte di Cornovaglia: due regine e una futura regina.
Ma alla mano della ricca ereditiera Beatrice aspiravano i principi delle terre confinanti, Raimondo VII di Tolosa (che aveva appena divorziato da Margherita di Lusignano) e Giacomo I d'Aragona, che pur essendo sposato con Iolanda d'Ungheria, entrò in Provenza e mise sotto assedio Beatrice. Allora Carlo, il fidanzato prescelto, con un esercito francese invase la Provenza e liberò Beatrice; ma non volle spartire i feudi con le tre sorelle di Beatrice, per cui i rapporti di Carlo con le tre future cognate defraudate furono sempre molto tesi.
Il 31 gennaio 1246 Carlo sposò Beatrice. Per effetto di questo matrimonio Carlo divenne lui stesso conte di Provenza e Forcalquier; inoltre il re di Francia Luigi IX lo creò in questa occasione conte d'Angiò e del Maine, generando di fatto un nuovo ramo della dinastia angioina. Divenuto conte di Provenza, Carlo riuscì in pochi anni a rendere il governo della contea completamente dispotico.

La settima crociata
Nel 1248 partecipò, insieme al re suo fratello, alla settima crociata. Comunque, dopo una sosta di sei mesi a Cipro, raggiunse l'Egitto, nel 1249, e, dopo la conquista di Damietta in giugno, la sconfitta di al-Mansura, del 19 dicembre, e una breve prigionia con gli altri membri della famiglia reale, nella primavera del 1251, decise di rientrare in Provenza, dove erano scoppiate alcune rivolte ad Arles ed Avignone. Per cui, nella seconda metà del 1251, dall'Egitto, fece ritorno in Provenza accompagnato dal fratello, Alfonso, che durante la crociata aveva ereditato assieme alla moglie, Giovanna di Tolosa, la contea di Tolosa.

Fiandre, Regno di Arles e Piemonte
All'inizio del 1254, Carlo si alleò con l'arcivescovo di Colonia, Corrado di Hochstaden, sostenitore dell'imperatore Corrado IV (che morì in quello stesso anno), e con la contessa delle Fiandre, Margherita II delle Fiandre, che non voleva cedere la contea di Hainaut al figlio, di primo letto, Giovanni d'Avesnes[1] e quindi si opponevano al re di Germania[2], Guglielmo II d'Olanda, che parteggiava per Giovanni d'Avesnes. Carlo fu nominato da Margherita tutore delle Fiandre e dell'Hainaut. Per paura che il conflitto degenerasse, il re di Francia, Luigi IX, intervenne e fece da arbitro. Giovanni d'Avesnes, rinunciando ad alcuni feudi, ottenne l'Hainaut, ma fu vassallo di Carlo.
Nel 1257, Carlo acquistò dalla casa di Baux[3] i diritti al trono del Regno di Arles[4], che era stato incorporato nell'impero dall'imperatore d'Occidente, Corrado il Salico, nel 1135 circa[5]
Tra il 1258 ed il 1264 Carlo dalla Provenza estese i suoi domini anche sul Piemonte meridionale, occupando alcune contee nella zona di Asti.

Trattativa col papa
Nel 1261, era stato eletto al soglio pontificio Giacomo di Troyes, papa Urbano IV, che, constatato che il re di Sicilia, Manfredi, ambiva a riunire sotto il suo dominio tutta l'Italia, dapprima intavolò della trattative, che non portarono ad alcuna conclusione, e così il 29 marzo 1263, con l'approvazione di Luigi IX, Manfredi fu scomunicato e dichiarato decaduto dal trono[6] e la corona di Sicilia, che prima, durante la prima scomunica di Manfredi, era stata offerta a Edmondo, figlio del re d'Inghilterra, Enrico III fu offerta a Carlo, che fu preferito in quanto lo zio di Edmondo, il conte di Cornovaglia, Riccardo ora era re di Germania e pretendente alla corona imperiale.
Carlo accolse l'invito del papa e poi trattò col suo successore, Papa Clemente IV[7], per intervenire nella lotta contro i ghibellini e la casa di Svevia: il papa indisse una crociata contro Manfredi, mentre Carlo rinunciava ad avere domini in Toscana e Lombardia.
Allora Carlo, con un piccolo contingente, il 14 maggio 1265, via mare raggiunse Roma e il 28 giugno fu investito re di Sicilia e proclamato comandante in capo della crociata. In questa occasione, per ricompensare il libero comune di Ancona dell'aiuto fornito, permise che lo stemma della città fosse arricchito con i suoi simboli: i gigli e il rastrello. Nel novembre dello stesso anno, un esercito, di circa 30.000 provenzali e francesi, attraversate le Alpi, si concentrarono ad Alba, e, senza essere disturbati dai ghibellini capeggiati dal marchese Pelavicino (che, in Lombardia, si trovava in difficoltà, contro i guelfi Della Torre), passando da Vercelli, Milano, Mantova e Bologna raggiunsero la via Flaminia ed, il 30 gennaio 1266, entrarono in Roma.
Il Pontefice diede l'incarico d'incoronare Carlo a ben cinque cardinali, tra i quali il cardinal vescovo di Albano e il cardinale diacono Gottifredo di Raynaldo detto anche Goffredo di Alatri. La cerimonia si tenne il giorno dell'Epifania del 1266, nella basilica lateranense, dove, alla presenza dei baroni francesi e provenzali, magistrati e numerosi prelati, l'Angioino prestò il giuramento di vassallaggio alla Chiesa e dell'osservanza assoluta dei patti e infine riceveva la corona del regno di Sicilia insieme con la moglie Beatrice.
Carlo attaccò il 10 febbraio 1266, e i baroni della Terra di lavoro, schierandosi con Carlo, abbandonarono Manfredi, che si ritirò a Benevento, dove, il 26 febbraio 1266, avvenne lo scontro, che portò alla sconfitta e morte di Manfredi nella battaglia di Benevento[8]. Con questa vittoria Carlo, non solo conquistò il regno di Sicilia, ma fece sì che tutta l'Italia passasse sotto il dominio dei guelfi, ad eccezione di Verona e Pavia, che rimasero filo-imperiali.

Re di Sicilia
Carlo, che aveva visto i nobili del regno tradire Manfredi non si fidò di loro e impose un governo dispotico come aveva già fatto in Provenza, vent'anni prima. Non convocò più il parlamento, i funzionari governativi, eccetto gli esattori delle imposte, erano stranieri, il commercio che, con gli Svevi, era gestito dagli abitanti del regno, in poco tempo, passò nelle mani dei mercanti e banchieri toscani e le imposte divennero sempre molto gravose, mentre il clero ne fu esentato. Questa situazione portò, in breve tempo, la nobiltà del regno a cercare un liberatore, che fu trovato nella persona di Corradino di Svevia, nipote di Manfredi e ultimo discendente della dinastia sveva degli Hohenstaufen, attorno al quale si erano già raccolti i parenti e gli ex funzionari del regno come la famiglia Lancia. Corradino preparò un piano di invasione della Toscana e un contemporaneo sbarco in Sicilia, guidato da Corrado Capece. Ma il papa nominò Carlo paciere della Toscana, usurpando il potere del vicario imperiale, che gli permise di avere la regione sotto controllo, eccetto Siena e Pisa, che rimasero filo-imperiali.
Mentre il Capece, tra agosto e settembre sollevava la Sicilia, Corradino entrò in Italia e il 21 ottobre giunse a Verona e, nel gennaio del 1268, lasciò Pavia, sbarcando a Pisa, dove fu raggiunto dal suo esercito, il 2 maggio. Carlo nel frattempo era impegnato a Lucera, dove la guarnigione musulmana si era ribellata, il 2 febbraio, e resisteva energicamente agli assalti di Carlo.
Corradino allora, raggiunta Roma (24 luglio), si diresse verso Lucera, dove Carlo lasciato l'assedio, gli andò incontro e i due eserciti si scontrarono, il 23 agosto, a Albe, dove, pur molto inferiore di numero, l'esercito di Carlo ebbe la meglio in quella che fu detta Battaglia di Tagliacozzo. Corradino riuscì a fuggire, ma fu catturato, nella campagna romana e tradotto a Napoli, dove fu condannato a morte e giustiziato[9], il 29 ottobre 1268. La maggior parte dei ribelli si sottomise spontaneamente, mentre Lucera si arrese il 27 agosto 1269 e la rivolta siciliana fu spenta nel 1270 e Capece fu messo a morte.
Nel frattempo, nel 1268, Carlo, rimasto vedovo di Beatrice di Provenza, nel 1267, aveva sposato in seconde nozze, Margherita di Borgogna (1248 - 1308), contessa di Tonnerre.
Carlo riprese a governare in modo dispotico e drastico, sostituendo i baroni ribelli con nobili francesi, mediante la confisca di tutti i beni e spostando la capitale del regno, da Palermo, nella Terra di Lavoro, scegliendo come nuova capitale Napoli.

Supremazia in Italia
Carlo, che il 17 aprile 1268 era stato dal papa nominato vicario imperiale per la Toscana, avrebbe voluto estendere il proprio dominio sull'intera Italia, ma non poteva per il patto che aveva stipulato con Clemente IV, che il 29 novembre dello stesso anno morì. Allora Carlo, per avere mano libera in Italia, fece in modo che nel conclave di Viterbo non si raggiungesse la maggioranza dei due terzi necessaria per eleggere il nuovo pontefice.
Carlo, combattendo, confermò la sua supremazia in Toscana e nel 1270 anche Siena passò ai guelfi; la sola Pisa rimase ghibellina, ma fu costretta alla pace da Carlo. Nello stesso anno sottomise Torino e Alessandria e divenne signore di Brescia. Avrebbe voluto la signoria di tutte le città di fede guelfa ma ottenne solo un giuramento di fedeltà che lo metteva comunque a capo della fazione guelfa, al tempo predominante in Italia[12]. Per l'occupazione della Toscana Carlo sbarcò in forze in Versilia, assalendo la Rocca di Motrone e proseguendo per Lucca, Serravalle, Pistoia e Firenze.

La crociata a Tunisi
Pur non essendo entusiasta, Carlo accettò di aiutare il fratello, Luigi IX di Francia, nella crociata contro Tunisi, per convertire al cristianesimo il suo l'emiro, al-Mustansir (a cui Carlo non aveva rinnovato il trattato stipulato da Manfredi e scaduto nel 1269), unendosi alla crociata sul suolo tunisino. Quando però, il 25 agosto 1270, Carlo giunse a Cartagine, Luigi IX, quello stesso giorno, ed anche l'altro fratello, Alfonso, quattro giorni prima, erano morti di dissenteria. Carlo assunse il comando della crociata e perseguì il proprio interesse e, il 1º novembre, stipulò un nuovo trattato con l'emiro, dove il tributo fu raddoppiato e si fece pagare l'indennita di guerra e fece espellere da Tunisi i nobili ribelli che lì si erano rifugiati. Tra lo scontento dei crociati, Carlo poté rientrare in Sicilia (Trapani, 22 novembre[14]) e dedicarsi alle ambizioni che nutriva nei Balcani.

Impero latino, Principato d'Acaia e conquista dell'Albania
Già nel 1267, il 27 maggio, a Viterbo, di fronte a papa Clemente IV, Carlo aveva concluso un trattato con l'imperatore latino, Baldovino II, dal 1261, in esilio che prevedeva il matrimonio di Filippo, figlio di Baldovino con Beatrice, figlia di Carlo e l'impegno reciproco di riconquistare Costantinopoli. All'accordo aderì anche Guglielmo II di Villehardouin, principe d'Acaia, che pose i suoi domini sotto la sovranità di Carlo e promise in matrimoni la propria erede, Isabella col figlio di Carlo, Filippo, per cui alla morte di Guglielmo il principato sarebbe passato agli angioini[15].
Nel 1271 attraversò l'Adriatico e, in febbraio, occupò Durazzo. Nel febbraio del 1272, dopo aver occupato una vasta zona dell'interno, si autoproclamò re d'Albania e mentre stava organizzando una spedizione contro Costantinopoli, l'arrivo a Roma e l'incoronazione del nuovo papa Gregorio X[16] bloccò i piani di Carlo, perché l'imperatore di Bisanzio, Michele VIII, promise al papa la riunificazione di tutti i cristiani, riconoscendo la superiorità del papa[17] e dopo la riunificazione l'imperatore prese l'iniziativa in Albania ed in Acaia contro Carlo, che continuò a fare alleanze con Serbi e Bulgari, con l'obiettivo di conquistare Costantinopoli. In particolare, dopo che Giorgio Terter I era stato eletto zar dei Bulgari (1280-1292), Carlo strinse con lui un'alleanza, per combattere ed abbattere l'impero di Bisanzio. Anche l'elezione a papa di Simone di Brion, papa Martino IV, il 22 febbraio 1281, con la scomunica dei Bizantini, il 10 aprile dello stesso anno, sembrò agevolare le ambizioni di Carlo. Ma la sopravvenuta sollevazione dei Siciliani (Vespri siciliani del 1282) fece naufragare tutte la ambizioni che Carlo aveva coltivato sui Balcani.
Nel frattempo, nel 1277, Carlo comprò, da Maria di Antiochia, il titolo di re di Gerusalemme.

Guerra di Genova e perdita di influenza sull'Italia settentrionale
Dopo il 1270, a Genova i ghibellini avevano conquistato il potere e non appoggiavano più la politica d Carlo, che organizzò gli esuli guelfi e, nel 1273, attaccò la città, ma venne sconfitto sia per terra che per mare. I ghibellini genovesi si erano alleati con Alfonso X di Castiglia[18] e, alleandosi con Tommaso I di Saluzzo, riuscirono a sconfiggere Carlo e espellerlo dal Piemonte e poi combatterlo anche in Lombardia. Carlo, dopo aver subito delle sconfitte, anche perché non ricevette molto sostegno dai Della Torre[19], perse definitivamente il controllo dell'Italia settentrionale, ed anche in Toscana, la sua posizione si indebolì notevolmente.

I Vespri siciliani
La politica dispendiosa di Carlo e le forti imposizioni fiscali scatenarono il malcontento in tutto il Regno, particolarmente in Sicilia. I siciliani non avevano affatto approvato la decisione di Carlo d'Angiò di trasferire la capitale del Regno da Palermo a Napoli e soffrivano ancor più il regime poliziesco che lo stesso re aveva instaurato, in maniera indiscriminata, con mano ferrea, verso tutti i suoi sudditi, applicando una politica autoritaria e estremamente vessatoria (molto simile a quella dei Normanni). Una violenta reazione si scatenò tra i palermitani, che avevano visto la loro città perdere il ruolo di capitale e i loro territori espropriati e suddivisi tra vari nuovi baroni francesi.
Una sollevazione popolare ebbe inizio, spontaneamente, il 30 marzo 1282, a Palermo. In poco tempo gli Angioini furono scacciati da tutta l'isola, tranne nell'imponente castello di Sperlinga, dove alcuni soldati di Carlo d'Angiò, capeggiati da Petro de Lamanno[20], resistettero all'assedio per tredici mesi, con aiuto dei popolani. Un'iscrizione latina sul vestibolo del Castello di Sperlinga ricorda questo famoso evento: QUOD SICULIS PLACUIT, SOLA SPERLINGA NEGAVIT. Il 25 luglio, Carlo, con le forze destinate alla guerra greca sbarcò in Sicilia e pose l'assedio a Messina, che resistette per due mesi. Il 26 settembre, Carlo lasciò la Sicilia.
I Siciliani, che avevano chiesto invano al papa la possibilità di autogovernarsi, come confederazione di liberi comuni, in forma repubblicana, si erano rivolti al re di Aragona e Valencia, Pietro III d'Aragona, marito di Costanza di Hohenstaufen, la figlia di Manfredi.[21] Pietro era sbarcato a Trapani, con circa 9000 armigeri, il 30 agosto.

Guerra contro gli aragonesi e morte di Carlo
Pietro III, nel 1281, aveva indetto una crociata contro il Nordafrica e, senza aver ottenuto né l'approvazione né i soldi chiesti a papa Martino IV, nel giugno del 1282, era sbarcato in Barberia[22], non lontano da Tunisi, per poter essere vicino alla Sicilia. Pietro, dopo lo sbarco, occupò in poco tempo tutto il resto dell'isola ed il 26 settembre sbarcò in Calabria, dove gli almugaveri (fanteria da guerriglia che divenne famosa per coraggio e crudeltà), anche siciliani fecero solo azioni di guerriglia senza reali conquiste territoriali. Alla fine dell'anno si era determinato uno spaccamento del Regno di Sicilia in due parti, la Sicilia (l'isola) in mano agli aragonesi ed il resto del regno, sul continente, in mano a Carlo e agli Angioini.
Pietro si proclamò re di Sicilia (con l'antico titolo federiciano Pietro I Rex Siciliae, ducatus Apuliae et principatus Capuae), e nominò, Ruggero di Lauria capo della flotta e Giovanni Da Procida Gran Cancelliere del regno aragonese di Sicilia. A seguito di tutto ciò, nel novembre dello stesso anno, Pietro fu scomunicato dal papa Martino IV, che non lo riconobbe re di Sicilia, anzi lo dichiarò decaduto anche dal regno di Aragona che offrì a Carlo terzogenito del re di Francia, Filippo l'Ardito e futuro conte di Valois. Pietro, allora lasciata la moglie Costanza in Sicilia come reggente, nel maggio del 1283, rientrò in Aragona, anche per preparare una tenzone, che prevedeva 100 cavalieri per parte (che non si fece mai), con Carlo d'Angiò.
Carlo, nel luglio del 1283, tentò un'invasione della Sicilia concentrando una flotta a Malta, ma l'ammiraglio Ruggero di Lauria sventò il tentativo sorprendendola e distruggendone una parte.
I maggiorenti francesi in due assemblee a Bourges (novembre 1283) e a Parigi (febbraio 1284) aveva invocato la crociata contro il regno d'Aragona, a cui avevano aderito con entusiasmo sia Carlo d'Angiò che Filippo III di Francia, e, nel corso del 1284, papa Martino IV oltre l'assistenza spirituale (scomunica e crociata contro la Sicilia[23]) diede una consistente somma di denaro a Carlo che preparò una flotta in Provenza che avrebbe dovuto unirsi a parte della flotta che l'attendeva nel porto di Napoli e poi incontrarsi ad Ustica con il resto della flotta composto da trenta galere con l'armata italo-angioina, proveniente da Brindisi. Ma il 5 giugno la flotta siciliano-aragonese, sotto il comando del Lauria si presentò dinanzi al porto di Napoli e il principe di Salerno, il figlio di Carlo, Carlo lo Zoppo, disobbedendo all'ordine del padre di non muoversi, prima del suo arrivo dalla Provenza, uscì dal porto con la sua flotta napoletana, per combattere il Lauria che lo sconfisse e fece prigioniero lui e parecchi nobili napoletani. Quando Carlo arrivò a Gaeta e seppe della sconfitta maledisse il figlio, ma dovette rinunciare all'invasione della Sicilia, assediò invano Reggio e poi, con le truppe assottigliate dalle diserzioni si diresse in Puglia per riorganizzarsi e imporre l'esazione di nuove imposte. Ma Carlo, stremato per una febbre persistente, il 7 gennaio 1285, morì a Foggia. Le sue spoglie sono conservate ancora oggi nella cripta della cattedrale del capoluogo dauno.
Gli successe il figlio Carlo lo Zoppo, che al momento della successione era prigioniero in Aragona.

Matrimoni e discendenza
Dal suo primo matrimonio con Beatrice di Provenza nacquero sette figli:
Luigi (1248 † 1248);
Bianca di Napoli (1250-14 luglio 1269) , andata sposa nel 1265 al conte di Fiandra Roberto di Dampierre (1249 † 1322);
Beatrice (1252-novembre/dicembre 1275), andata sposa nel 1273 a Filippo di Courtenay, Imperatore titolare di Constantinopoli;
Carlo (1254 – 1309), conte d'Angiò e del Maine, conte di Provenza e Forcalquier e re di Napoli;
Filippo (1256-1277), principe d'Acaia, sposato nel 1271 con Isabella di Villehardouin, principessa d'Acaia e di Morea e re di Tessalonica;
Roberto (1258-1265);
Isabella (1261-ca. 1300), andata sposa al re d'Ungheria, Ladislao IV.
Dal secondo matrimonio, con Margherita di Borgogna nacque solo una figlia:
Margherita (gennaio/febbraio 1272-1276/1277).

Curiosità
Carlo d'Angiò e il fratello Luigi IX di Francia, sposando le sorelle Beatrice e Margherita, divennero anche cognati, e viceversa per Beatrice e Margherita. La stessa cosa avvenne per le altre due sorelle di Beatrice e Margherita, Eleonora e Sancha, che sposarono rispettivamente i fratelli Enrico III d'Inghilterra e Riccardo di Cornovaglia. Carlo d'Angiò venne incoronato re, dal Vescovo di Cefalù, l'8 di settembre del 1282.

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Filippo III di Francia

Messaggio da leggereda Veldriss il 23 novembre 2012, 20:15

Filippo III di Francia, detto l'Ardito, in francese Philippe III le Hardi (Poissy, 30 aprile 1245 – Perpignano, 5 ottobre 1285), fu re di Francia dal 1270 al 1285. Membro della dinastia capetingia, era figlio di Luigi IX di Francia e di Margherita di Provenza (1221 - 1295).

Biografia
Venne chiamato "l'Ardito" sulla base delle sue abilità nel combattimento a cavallo e non per il suo carattere: Filippo infatti era cresciuto indeciso, timido per natura e apparentemente schiacciato dalla forte personalità dei suoi genitori e dominato dai ministri del padre, Pierre de la Broce prima e lo zio Carlo, conte d'Angiò, poi.
Il giovane conte di Orléans nel 1270 accompagnò il padre nell'ottava crociata in Tunisia, dove il re Santo morì e Filippo fu dichiarato re all'età di 25 anni. Dopo la successione, incaricò subito lo zio Carlo d'Angiò dei negoziati con l'emiro per concludere la crociata e tornò in Francia dove fu incoronato re il 12 agosto 1271. Il 21 agosto dello stesso anno, suo zio Alfonso, conte di Poitou, Tolosa, e Alvernia, morì in Italia di ritorno dalla crociata e Filippo ereditò la sua contea annettendola al demanio regio. In conformità con i desideri di Alfonso, il Comitato Venassino fu concesso a papa Gregorio X nel 1274. Dopo diversi anni di negoziati concluse con Edoardo I d'Inghilterra il Trattato di Amiens nel 1279 e così Filippo restituì agli inglesi la regione dell'Agenais che era venuta a lui con la morte di Alfonso. Nel 1284, Filippo ereditò anche la contea del Perche e di Alençon da suo fratello Pietro.
Filippo per tutto il tempo sostenne la politica di suo zio Carlo in Italia. Quando, dopo i Vespri siciliani del 1282, Pietro III d'Aragona invase e prese l'isola di Sicilia, papa Martino IV scomunicò il conquistatore e dichiarò che il regno d'Aragona, messo sotto la sovranità del papa da Pietro II nel 1205, veniva concesso a Carlo, conte di Valois, figlio di Filippo.
Filippo intervenne nella successione Navarrese dopo la morte di Enrico I di Navarra e fece sposare suo figlio, Filippo il Bello, con l'ereditiera di Navarra, Giovanna I. Nel 1284, Filippo e i suoi figli entrarono in Rossiglione alla testa di un grande esercito. Questa guerra, chiamata la Crociata aragonese, è stata etichettata come "forse l'impresa più ingiusta, inutile e disastroso mai intrapreso dalla monarchia capetingia"[1]. Il 26 giugno 1285, Filippo assediò Girona ma la resistenza era forte e la città fu presa solo il 7 settembre. Mentre si stava ritirando da Girona, Filippo si ammalò di un'epidemia di dissenteria. I francesi si ritirarono e furono duramente sconfitti nella Battaglia del Col de Panissars. Il re di Francia morì a Perpignan, la capitale del suo alleato Giacomo II di Maiorca, e fu sepolto a Narbonne. Attualmente giace sepolto con la moglie Isabella d'Aragona, nella Basilica di Saint Denis a Parigi.

Matrimoni e figli
Il 28 maggio 1262, Filippo III sposò Isabella d'Aragona, figlia di Giacomo I d'Aragona, dalla quale ebbe i seguenti figli:
Luigi (1266-1276), morì avvelenato forse su ordine della matrigna.
Filippo IV (1268 - 29 novembre 1314), re di Francia
Roberto (1269-1271)
Carlo di Valois - (12 marzo 1270 - 16 dicembre 1325)
Il 21 agosto 1274 Filippo III sposò in seconde nozze al castello di Vincennes Maria di Brabante (1254-1321), figlia di Enrico III, duca di Brabante e di Adelaide di Borgogna; da questo matrimonio nacquero:
Luigi di Francia (1276-1319), conte d'Évreux
Bianca di Francia (1278-1305), sposa (1300) di Rodolfo III, duca d'Austria e futuro re di Boemia (Rodolfo I).
Margherita di Francia (ca. 1279-1318), sposa (1299) di Edoardo I d'Inghilterra

... ...

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