IL MEDIOEVO - CASTELLI, MERCANTI, POETI

Commercio, istituzioni, usi e costumi, istruzione...

IL MEDIOEVO - CASTELLI, MERCANTI, POETI

Messaggio da leggereda Veldriss il 12 novembre 2015, 23:34

Nel 2011 ho comprato il libro cartaceo IL MEDIOEVO - CASTELLI, MERCANTI, POETI a cura di Umberto Eco, un malloppo di circa 760 pagine che raccontano a 360° tutto quello che è successo tra il 1200 ed il 1400.
Oggi ho acquistato anche la versione digitale per estrapolare alcuni contenuti riguardanti il periodo del mio gioco (1265-1300 circa) in modo da avere un ulteriore database per la creazione delle carte eventi storicizzate.
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STORIA - La concorrenza fra le Repubbliche marinare

Messaggio da leggereda Veldriss il 12 novembre 2015, 23:45

di Catia Di Girolamo

Fra Due e Quattrocento si compie la parabola delle città marinare. Pisa, duramente sconfitta, si avvia verso un declino ben rappresentato dall’interramento del suo porto; Venezia e Genova, all’apogeo della propria forza, si scontrano per tutto il Due e il Trecento. Sarà Genova ad avere la peggio; ma i veri vincitori andranno ormai cercati fuori dal gioco delle città marinare, fra le ben più vaste formazioni politiche che, in Oriente come in Occidente, si vanno affermando.

La fine della Repubblica pisana

Nel corso del XIII secolo si consumano le battute decisive del confronto fra Pisa e Genova.

Fra le aree in cui i due centri estendono i propri traffici (Tirreno, coste francesi meridionali, coste iberiche sudorientali, Maghreb, Medio Oriente), Pisa sembra più solidamente attestata in quella tirrenica: controlla infatti quasi tutta la Corsica ed è ben presente anche in Sardegna, malgrado le instabilità innescate dall’antagonismo con i Genovesi, cui si collegano persistenti tensioni con le popolazioni locali. Anche in Sicilia, intorno alla metà del secolo, per i Pisani si verifica un miglioramento, benché di breve durata, dovuto all’alleanza con Federico II (1194-1250, imperatore dal 1220), che si sta battendo con il papato.

L’incessante concorrenza genovese impedisce però ai mercanti pisani di sfruttare appieno le proprie posizioni: i rivali riescono a disturbare di continuo le comunicazioni con la penisola, sicché per Pisa il problema di un confronto risolutivo appare ineludibile. Quando lo scontro arriva, nel 1284 (battaglia della Meloria), per i Pisani, sconfitti, si avvia un lungo declino: saranno ancora presenti lungo le principali rotte commerciali del tempo, ma con un’attività meno intensa e di respiro più corto.

L’irreversibilità della flessione pisana, d’altro canto, è il risultato di una congiuntura negativa della quale la concorrenza genovese è solo un aspetto. Per la Repubblica toscana, ha il proprio peso negativo anche un bilancio demografico impoverito dalla malaria – endemica in gran parte del contado – e dall’emigrazione verso la Sardegna; non è di grande aiuto un’alleata come Venezia, disponibile a impegnarsi solo nei mari di proprio diretto interesse, e forse poco lungimirante sugli effetti del rafforzamento di Genova che il declino pisano avrebbe comportato; è logorante, infine, una conflittualità che si sviluppa non solo per mare, ma anche per terra, dal momento che negli stessi anni Pisa, ghibellina, è in urto anche con la lega guelfa guidata da Firenze.

Una volta ridefiniti i rapporti di forza, per Pisa e Genova è perfino possibile riprendere forme di collaborazione: la repressione della pirateria sul Tirreno, nel XIV secolo, torna a vedere iniziative congiunte pisano-genovesi, come nel X-XI secolo.

Nel frattempo, si determina il passaggio istituzionale alla signoria; quindi Gian Galeazzo Visconti (1351-1402) sottomette la città (1399) e, infine, la vende a Firenze, cui i Pisani cedono dopo un lungo assedio, nel 1406.

La resa dei conti: da Curzola a Chioggia

Alla fine del XIII secolo il conflitto torna a farsi aperto, e i Veneziani vengono battuti in Dalmazia, presso Curzola (1298). Gli equilibri orientali non vengono modificati in profondità, ma per Venezia comincia una fase delicata: alle ripercussioni della sconfitta si intersecano le tensioni politico-istituzionali, sfociate nella serrata del Maggior Consiglio del 1297; alla concorrenza commerciale genovese si aggiunge quella del Regno d’Aragona; l’Ungheria si impadronisce della Dalmazia; si fanno sentire i primi effetti delle epidemie di peste; si intensificano le pressioni esercitate dalle altre signorie venete e da quella milanese dei Visconti.

Genova, invece, attraversa una stagione vivace. I suoi marinai muovono all’esplorazione delle coste africane e si spingono fino al Mare del Nord; i suoi mercanti hanno basi in tutto il Mediterraneo; i suoi militari e i suoi diplomatici costringono Carlo d’Angiò (1226-1285, re di Sicilia dal 1266 al 1282) a rimangiarsi un provvedimento di espulsione dalla Sicilia, preso per punire il ghibellinismo del capoluogo ligure (1276); le sue autorità municipali garantiscono per le imprese più rischiose delle società commerciali costituite da privati (Maone); le sue tecniche contabili e finanziarie si affinano e fanno scuola.
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STORIA - Gli ordini religioso-militari

Messaggio da leggereda Veldriss il 12 novembre 2015, 23:54

di Barbara Frale

Dopo la grande sconfitta inferta ai cristiani dal sultano Saladino ai Corni di Hattin nel 1187, la città di Gerusalemme e il Santo Sepolcro vengono definitivamente perduti: il fatto ha un’eco terribile per gli ordini religioso-militari che erano stati creati proprio per difendere in armi la Terrasanta, e nell’Europa del tempo la loro esistenza comincia a essere messa in discussione. Nel corso del XIII secolo la situazione non fa che peggiorare: fra il 1260 e il 1270 la riconquista del sultano Baibars riduce il regno cristiano a una sottile fascia litoranea e poi nel 1291 viene perduta anche l’ultima roccaforte cristiana, la città di Acri. La fine delle crociate segna la crisi irreversibile di questi ordini religiosi speciali: l’ordine del Tempio viene messo sotto processo dal re di Francia Filippo il Bello e poi sciolto nel 1312, mentre gli altri riescono a sopravvivere adattando la propria missione alle mutate necessità storiche.

L’ultima stagione di gloria

Per la grande fiducia della quale i Templari godono nella società del tempo, grazie anche alle notevoli capacità di mediazione maturate durante le campagne in Terrasanta, sono molto spesso utilizzati dalle monarchie europee e dal papato per delicate missioni diplomatiche. Oltre alle spiccate qualità militari l’ordine può anche vantare grande prestigio in campo religioso e spirituale: ai suoi membri viene riconosciuta autorità indiscussa nell’identificare le reliquie autentiche ed è un cavaliere del Tempio, affiancato dal suo corrispondente dell’Ospedale, che ha l’onore di vegliare e scortare in processione la preziosa teca-reliquiario con il legno della Vera Croce custodita in Gerusalemme. La sovrapposizione delle due funzioni, comunque legate da un medesimo obiettivo almeno a livello ideale, induce l’ordine a sviluppare specifiche abilità di tipo finanziario; i sovrani europei se ne servono anche per motivi inerenti la politica interna dei propri regni: caso emblematico sarà il quartier generale del Tempio di Parigi, che diviene la Tesoreria di Francia. L’enorme crescita materiale come pure il grandissimo prestigio goduto dal Tempio in seno alla società cristiana finiscono per sbilanciare quell’equilibrio precario sul quale l’ordine è stato fondato: l’immagine gloriosa e fiera del cavaliere templare tramandata dalle fonti, pieno d’orgoglio per l’elevatissima missione che svolge al servizio del cristianesimo, è agli antipodi rispetto al ritratto che Bernardo deve farne per rendere il progetto accettabile all’Occidente dei suoi tempi, cioè quello di un guerriero umiliato e sdrucito che combatte quasi vergognandosi e solo per espiare i suoi peccati.

L’ipotesi della fusione e la fine del regno di Terrasanta

Durante gli anni Sessanta del Duecento le riconquiste operate dal sultano Baibars (1223-1277) riducono il regno crociato in Siria-Palestina a una sottile fascia litoranea con capitale San Giovanni d’Acri; quando nel 1291 anche questa città (ultimo baluardo della presenza cristiana in Terrasanta) è persa, il Tempio e gli altri ordini militari subiscono un pesantissimo contraccolpo morale oltre alle perdite umane e materiali: sebbene il Gran Maestro templare Guillaume de Beaujeu (1233-1291) muoia eroicamente nel tentativo di difendere Acri, e anche se i Templari sono gli ultimi ad abbandonare la città in fiamme, l’ennesima sconfitta mette gli ordini in una posizione molto difficile dinanzi all’intero Occidente.

Templari e Ospitalieri stabiliscono il nuovo quartier generale d’Oriente a Cipro, isola dove la presenza templare esiste già da lungo tempo e che per un breve periodo è stata governata direttamente dall’ordine. La fine del Regno di Gerusalemme riporta in auge i progetti di riforma, fortemente appoggiati da papa Niccolò IV (1230 ca. - 1292, papa dal 1288): già decenni addietro alcune voci autorevoli avevano suggerito di unire insieme il Tempio e l’Ospedale in un ente unico più efficiente.

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Filippo il Bello mette al rogo Jacques de Molay e il precettore di Normandia Geoffrey de Charny (1260 ca. - 1314).
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STORIA - Bonifacio VIII e il primato della Chiesa

Messaggio da leggereda Veldriss il 13 novembre 2015, 0:15

di Errico Cuozzo

Eletto all’inizio del 1295, dopo un brevissimo conclave, Bonifacio VIII possiede una forte personalità e una scarsa inclinazione per la diplomazia e la mediazione. Difende con forza e irruenza le sue posizioni in materia di politica internazionale: sia nei rapporti con l’imperatore che nelle relazioni con i re di Francia e d’Inghilterra. La sua politica improntata alla rivendicazione della plenitudo potestatis papale si manifesta attraverso l’emissione di alcune fondamentali bolle e culmina nella proclamazione della Unam sanctam. In essa egli manifesta la sua fede assoluta nella santità e nell’origine divina della Chiesa, alla quale spetta la pienezza del potere su tutte le autorità terrene, spirituali e temporali.

Benedetto Caetani, il futuro Bonifacio VIII
Dopo aver studiato diritto, presta servizio per un trentennio nella Curia romana, dove ha modo di affermarsi come il più esperto dei canonisti. È in missione a Parigi al seguito del cardinale legato Simon de Brie, papa Martino IV (1210-1285, papa dal 1281), e in Inghilterra con Ottobono Fieschi, papa Adriano V (?-1276, papa dal 1276). In Francia svolge la delicata incombenza di soprintendere alla raccolta delle decime per la crociata. Conduce, poi, per incarico di Niccolò III (1210-1280, papa dal 1277), le trattative fra Rodolfo d’Asburgo (1218-1291) e Carlo I d’Angiò (1226-1285, re di Sicilia 1266-1281, re di Napoli dal 1266). Nominato cardinale nel 1281 da Martino IV, ha modo di conoscere di persona la grave situazione verificatasi in Sicilia a seguito della guerra del Vespro. Ne ricava una indelebile esperienza, che lo porta, una volta papa, a porre al centro della sua azione la riconquista dell’isola all’obbedienza romana e a favore degli Angioini. Nel giugno 1295 favorisce la firma del trattato di Anagni tra Giacomo II d’Aragona (1267 ca. - 1327) e Carlo II d’Angiò (1252-1309, re di Napoli dal 1285). È costretto, però, subito dopo a prendere atto dell’elezione di Federico III d’Aragona (1272-1337, re di Trinacria dal 1296), e della definitiva separazione dell’isola dal Regno di Napoli. La pace di Caltabellotta (1302) sancisce, suo malgrado, la perdita dell’isola da parte degli Angioini.

Il papa e la politica internazionale

Oltre che sulla questione siciliana, Bonifacio si impegna in modo particolare su altri due problemi di politica internazionale: i rapporti del papato con l’imperatore; le relazioni con i re di Francia e d’Inghilterra.

Nel 1295 invia all’imperatore, Adolfo di Nassau (1250 ca. - 1298, imperatore dal 1292), una violenta reprimenda, nella quale lo diffida a non combattere contro il re di Francia, e lo rimprovera per essersi posto al soldo del re inglese come cavaliere. Quando, poi, nel 1298 l’imperatore è deposto, Bonifacio mostra di approvare l’iniziativa, anche se la ritiene arbitraria sul piano giuridico, perché priva del suo assenso. Sembra, infatti, che nella consapevolezza della pienezza del potere papale, egli abbia pensato di procedere a una sorta di “translatio imperii”, e di nominare imperatore Carlo di Valois (1270-1325), fratello del re di Francia.

Un medesimo atteggiamento, improntato alla rivendicazione della “plenitudo potestatis” del papa, Bonifacio tiene nei confronti di Filippo IV (1268-1314, re dal 1285), detto il Bello, re di Francia, e di Edoardo I (1239-1307, re dal 1272), re d’Inghilterra. I contrasti tra i due sovrani hanno reso impossibile la crociata, auspicata dal pontefice, e li hanno, soprattutto, costretti, per procurarsi le risorse necessarie alla spedizione, a tassare tutti i sudditi, anche gli ecclesiastici. Il contrasto con Roma scoppia quando l’arcivescovo di Canterbury nega apertamente al re il diritto di tassare il clero, e ricorre al papa. Costui, che ha ricevuto le medesime lamentele anche dal clero francese, il 24 febbraio 1296 emana l’enciclica Clericis laicos, con la quale proibisce, pena la scomunica, a tutti gli ecclesiastici di pagare all’autorità laica qualsiasi tipo di tassa senza l’autorizzazione della Sede Apostolica, e a tutte le autorità laiche di imporle; le autorità civili, inoltre, non possono confiscare o detenere i beni della Chiesa.

È molto probabile che Bonifacio non abbia voluto con questa bolla rompere i rapporti con i sovrani europei. Certo è che non ne valuta appieno le conseguenze. Nel momento in cui egli vieta la tassazione del clero, e impone l’autorizzazione del papa in ogni singolo caso, si attribuisce il diritto di sindacare la legittimità della tassazione, ledendo in questo modo la sovranità fiscale dei re.

L’arcivescovo di Canterbury nel luglio scomunica re Edoardo I. Il re di Francia, da parte sua, ha una reazione molto forte. Nell’agosto impone il blocco sulle esportazioni dal regno di una serie di prodotti, e vieta agli stranieri di vivere e commerciare in Francia. In questo modo egli colpisce “tutto il sistema delle esazioni e dei trasferimenti di denaro dalle chiese di Francia alla Sede Apostolica attraverso le grandi banche toscane, che non mancano di esprimere il loro più vivo allarme al papa” (Eugenio Duprè Theseider, “Bonifacio VIII” in Enciclopedia dei Papi, 2000). Costui il 20 settembre 1296 risponde emanando la bolla Ineffabilis amoris, il primo dei suoi scritti polemici nei confronti del sovrano francese. Pur non giungendo a una rottura, sostiene con forza la libertà della Chiesa e il principio che ogni attacco contro di essa rappresenti un’offesa a Dio.

La bolla Unam sanctam

Non sappiamo se Bonifacio abbia conosciuto gli scritti polemici redatti in Francia in risposta alla Clericis laicos. Certo è che, dopo qualche mese, egli invia a re Filippo una sorta di interpretazione autentica della bolla, sostenendo che il suo pensiero è stato mal interpretato. Subito dopo si propone come arbitro nel conflitto che continua a dividere i sovrani di Francia e d’Inghilterra, attribuendosi quel ruolo di “iudex omnium”, che già Innocenzo IV (1200 ca. - 1254, papa dal 1243) ha rivendicato al pontefice romano in occasione del suo conflitto con Federico II di Svevia (1194-1250). Si lascia andare all’esternazione delle sue convinzioni ierocratiche, senza ricevere obiezioni: afferma di possedere una spada dal doppio taglio, identificando il potere spirituale nell’autorità apostolica, e il potere temporale nel suo ruolo di giudice e di arbitro. La mediazione di Bonifacio è accettata dalle due parti, e favorisce la stipula di una “pace perpetua”, decisamente favorevole al re francese. È in questa occasione che il pontefice, in ottimi rapporti con Filippo IV, procede alla canonizzazione di san Luigi (11 agosto 1297).

Il potere della Chiesa

Bonifacio è una delle figure più rilevanti del papato medievale. Ha un altissimo concetto di sé e della missione che si sente chiamato a compiere in quanto capo supremo della Chiesa, alla quale spetta la pienezza del potere su tutte le autorità terrene, spirituali e temporali. Egli conduce la sua missione in maniera totalizzante, senza compromessi, fino a suscitare fortissime opposizioni e a farlo diventare oggetto di false accuse e insinuazioni, come quella, del tutto priva di fondamento, di essere un eretico.

Grande giurista, raccoglie le sue decretali nel Liber extus, ponendovi, come introduzione, la bolla Sacrosancte, in cui esprime la sua dottrina sull’origine del diritto. L’aspetto giuridico è dominante nella maggior parte dei suoi scritti, anche in quelli di contenuto più squisitamente teologico e politico. Egli si ritiene giudice di tutto e di tutti (“iudex omnium”). La sua azione per la libertà della Chiesa e l’affermazione della sua supremazia si fanno sentire in Italia (Lucca, Pisa, Orvieto) e in Europa (Francia, Inghilterra, Ungheria, Polonia, Sicilia, Germania). Non si accorge, tuttavia, che il mondo è cambiato, e che l’Europa degli Stati non può recepire e fare propria la sua, ormai inattuale, dottrina ierocratica. Il rigore, con cui egli la propugna, ha solo il merito di far precipitare la crisi in Italia e in Europa, di accellerare la fine delle fortune dell’impero, e di favorire il sorgere dello spirito laico della nuova Europa.
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STORIA - La monarchia elettiva e la dinastia asburgica

Messaggio da leggereda Veldriss il 13 novembre 2015, 0:20

di Catia Di Girolamo

Quando il primo degli Asburgo consegue la corona imperiale, la monarchia tedesca è governata da un principio elettivo di antichissima origine, che nel corso dei due secoli successivi si stabilizza fino a trovare definizione giuridica con la Bolla d’Oro del 1356. Ne risulta una breve permanenza asburgica ai vertici dell’impero. Ma nel secolo e mezzo successivo, i duchi d’Austria, lentamente e non senza resistenze, avviano un’espansione territoriale che – mutate le condizioni di contesto – ne consentiranno un ben più saldo ritorno alla guida dell’impero.

Ragioni ed esiti del principio elettivo nella monarchia tedesca

Nell’ambito territoriale dell’impero, già in epoca postcarolingia, si afferma la prassi della monarchia elettiva: stabilmente definita dal XIII secolo e formalizzata con la Bolla aurea del 1356, essa prevede che il re di Germania e imperatore del Sacrum Imperium venga scelto da un collegio di grandi elettori, composto da quattro laici (conte palatino del Reno, duca di Sassonia, margravio di Brandeburgo e, dal 1257, re di Boemia) e tre ecclesiastici (arcivescovi di Treviri, Magonza e Colonia).

Il risultato complessivo appare chiaro già nel XIII secolo: l’impero non è un sistema di potere verticistico culminante nella figura del sovrano, ma un’organizzazione di tipo dualistico, in cui i grandi aristocratici detengono effettivamente il potere su base territoriale; mentre gli imperatori rappresentano un’unità a carattere morale e istituzionale, più che giurisdizionale e politico.

Dal “grande interregno” a Rodolfo I d’Asburgo

Un momento di indubbia fragilità imperiale è costituito dal cosiddetto “grande interregno”, che si apre dopo la morte di Corrado IV di Svevia (1228-1254, re dal 1237). Dal 1254 al 1273 la Germania, priva di un re, è travagliata da lotte di successione animate da candidati provenienti da dinastie di secondo piano, con basi territoriali ubicate alla periferia dell’impero, e probabilmente agevolati – nel reperimento dei sostenitori – proprio dalla persuasione che non sarebbero stati in grado di intaccare gli equilibri di potere fra i diversi principati.

Non molto dissimili, inizialmente, appaiono le prerogative di colui che pone termine all’interregno: Rodolfo I (1218-1291), quarto conte d’Asburgo, re di Germania e Rex Romanorum (imperatore designato) dal 1273.

Rodolfo appartiene a una dinastia, il cui nome deriva dal castello di Habichtsburg presso Zurigo, attestata fin dal X secolo e assurta alla dignità comitale nella seconda metà del successivo. Tra XII e XIII secolo, i primi conti d’Asburgo si impegnano a estendere la propria autorità su Zurigo e in aree circoscritte della Svizzera e dell’Alsazia; ma la vera fortuna della casata comincia proprio con Rodolfo, che prima e durante l’interregno fa perno sulla propria fedeltà agli Svevi per ampliare i suoi domini e acquisire rilievo fra i principi tedeschi.

Alla designazione imperiale, però, Rodolfo arriva tardi, dopo una scomunica di Innocenzo IV (1200 ca. - 1254, papa dal 1243) e un atto di sottomissione a Gregorio X (1210 ca. - 1276, papa dal 1271), che finisce per preferirlo ad Alfonso X di Castiglia (1221-1284, re dal 1252), assicurandogli il suo appoggio e quello dei grandi elettori ecclesiastici. Naturalmente la designazione ha il suo prezzo: Rodolfo rinuncia agli obiettivi che in passato avevano provocato l’urto imperiale con il papato, e in primo luogo all’unificazione della corona di Germania con quella italiana e alle rivendicazioni sul Regno di Sicilia. Come è usuale per un membro della grande aristocrazia, che giunga o meno alla dignità imperiale, Rodolfo si dedica piuttosto ad ampliare la base patrimoniale della dinastia, sfruttando le occasioni offerte dal recupero dei territori imperiali usurpati durante l’interregno e dalla contrattazione delle paci regionali (Landesfrieden).

Da questo punto di vista, consegue risultati importanti. Muove guerra al re boemo Ottocaro II (1233 ca. - 1278), che aveva occupato Austria, Stiria, Carniola e Carinzia, approfittando dell’estinzione della dinastia dei Babenberg – fondatori del primo stato austriaco – e dei disordini dell’interregno; dopo la vittoria (Dürnkrut, 1278), lascia il trono boemo al figlio di Ottocaro, Venceslao II (1271-1305, re dal 1278); dei territori austriaci, però, investe i propri figli, Alberto e Rodolfo, costituendo così il nucleo territoriale della dinastia. Successi analoghi, ma di minore respiro o di più breve durata, Rodolfo li coglie in Turingia, in Savoia e in Borgogna.
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STORIA - Dai Comuni alle signorie

Messaggio da leggereda Veldriss il 13 novembre 2015, 0:33

di Andrea Zorzi

Tra XIII e XIV secolo i regimi comunali non appaiono più in grado di offrire una stabile cornice istituzionale ai conflitti generati dall’allargamento della loro base sociale. Vari sono gli esiti di tale crisi: esclusioni delle famiglie magnatizie dagli uffici politici, affermazioni di regimi signorili, chiusure in senso oligarchico. Si delinea in tal modo un’Italia a un tempo sia comunale sia signorile, caratterizzata dalla selezione dei gruppi dirigenti verso assetti di potere più concentrati.

L’instabilità del potere nelle città italiane

L’evoluzione dei regimi politici urbani in Italia dalla seconda metà del XIII secolo è caratterizzata dalla crisi delle istituzioni comunali. Essa è determinata dalla difficoltà che i fragili assetti istituzionali comunali crescentemente incontrano nel disciplinare i conflitti emersi all’interno dei gruppi dirigenti. L’affermazione dei regimi di “popolo” non pacifica il gioco politico, segnando anzi un inasprimento dello scontro politico con l’emanazione, in alcune città, delle norme contro i “magnati”. Alcuni conflitti hanno una connotazione sociale, come quelli che oppongono appunto le forze di “popolo” alla vecchia aristocrazia militare urbana e alle famiglie recentemente magnatizzate, cioè escluse dalle cariche politiche maggiori. Altri germinano dalle divisioni interne alla nobiltà urbana e alle rispettive clientele di amici, parenti e vicini. Scontri di fazione si intrecciano alle divisioni in parti guelfe e ghibelline, che coinvolgono anche i comuni vicini. In molte città la lotta tra le fazioni suggerisce il conferimento straordinario di poteri a un signore ritenuto capace di sedare i conflitti. Questi vertono sull’accesso al governo e ai consigli del Comune, cioè al controllo delle risorse finanziarie e dei beni del Comune.

La crisi determina la ricerca di nuovi assetti di potere capaci di rendere più stabili le istituzioni e di pacificare il gioco politico. Tra gli ultimi decenni del Duecento e i primi del Trecento un po’ ovunque si attua un processo di selezione e di ricambio del gruppo dirigente urbano, che va nel senso di un restringimento in senso oligarchico dello spazio politico, con l’esclusione di alcune componenti e l’ammissione negoziata di altre. Esso porta al consolidamento di gruppi sociali tendenzialmente egemonici, quasi ovunque costituiti da cerchie ristrette di grandi famiglie di tradizione nobiliare o di recente fortuna mercantile. Questa trasformazione assume una varietà di configurazioni istituzionali: in molte città l’affermazione di poteri signorili determina l’occupazione degli uffici da parte delle loro fazioni clientelari, in altre le disposizioni antimagnatizie escludono dal governo numerose famiglie, in altre ancora gli uffici politici sono riservati a un gruppo sempre più ristretto di individui. Esito generale è il venir meno della partecipazione allargata a gruppi sociali diversi che ha caratterizzato per qualche tempo la vita politica di alcuni Comuni sotto la guida dei regimi di “popolo”. La nuova stabilità politica si sedimenta infatti intorno ad assetti del potere più gerarchizzati.

Un’Italia comunale e signorile

La varietà di configurazioni che possono assumere i regimi cittadini è bene esemplificata dal caso di Firenze, dove tra XIII e XIV secolo si alternano governi di “popolo”, esclusioni magnatizie, esperienze signorili e chiusure in senso oligarchico, a dimostrazione di come, per i gruppi in affermazione, le diverse forme istituzionali costituiscano delle risorse alternative del gioco politico, cui ricorrere a seconda delle opportunità e delle momentanee prevalenze. Tra il 1267 e il 1343 per ben 26 anni la città si dà infatti in signoria ai sovrani Angioini, che vi inviano propri vicari e ufficiali per periodi concordati. Un governo popolare delle arti è istituito nel 1282, e una severa legislazione antimagnatizia (che esclude 147 famiglie dagli uffici) è emanata tra 1293 e 1295.

L’alternanza tra regimi è esperienza ricorrente e riguarda anche altre città. A Modena, per esempio, governi di “popolo” si alternano tra 1249 e 1307 a predomini di tipo signorile: nel 1306 sono 80 gli individui dichiarati “magnati”. A Parma, al regime di “popolo” che emana una dura legislazione antimagnatizia nel 1279 fanno seguito la signoria di Ghiberto da Correggio (XIV sec.) dal 1303, un rinnovato governo popolare dal 1316 e l’elezione dei Rossi a signori nel 1328. A Bologna, la selezione del gruppo dirigente è perseguita attraverso una serie di misure antimagnatizie e di esclusione politica. Con il sostegno del “popolo”, nel 1274 la fazione guelfa dei Geremei si impone su quella ghibellina dei Lambertazzi con migliaia di provvedimenti di bando ed esilio. È poi il “popolo”, guidato dalla potente corporazione dei notai, a esautorare i capi della parte geremea, colpendoli tra 1282 e 1284 con appositi ordinamenti antimagnatizi (che escludono 92 individui appartenenti a 40 famiglie). Nel 1292 si procede a una complessiva revisione delle misure di proscrizione, rinnovando gli ordinamenti e aggiornando le liste dei banditi: moltissimi sono gli individui che negoziano poi la loro riammissione in un più ristretto gruppo dirigente.

La diffusione delle signorie
Il caso più noto è quello di Ezzelino dei conti da Romano (1194-1259), che dai suoi feudi trevigiani estende la sua autorità su Verona, Vicenza, Padova e Treviso tra 1226 e 1259. Simile è l’esperienza di Oberto dei Pallavicini (?-1269), che trasforma la funzione di vicario di Federico II in una diretta signoria su alcune città emiliane e lombarde (Cremona, Pavia, Piacenza, Brescia, la stessa Milano, e altre) tra 1249 e 1269. Un’analoga dominazione signorile su alcuni Comuni piemontesi stabilita da Guglielmo VII dei marchesi del Monferrato (1240-1292) viene dissolta tra 1290 e 1292 per la reazione dei Savoia e dei Visconti. Pur avendo mostrato la permeabilità delle istituzioni urbane ad adattarsi a poteri monocratici, queste prime costruzioni signorili si estinguono con i loro protagonisti, per la fragilità di domini ramificati sul territorio ma non radicati in alcuna città.

Più stabili e durature si rivelano invece le signorie che si sviluppano all’interno di singoli centri urbani per iniziativa di famiglie influenti. Peraltro, il loro profilo sociale può essere assai differente. Quello degli Este, per esempio, che si affermano su Ferrara sin dal 1240, è analogo a quello dei da Romano e dei Monferrato, e la loro autorità si affida molto ai legami feudali. Origini comitali hanno i Della Torre che si appoggiano invece alle organizzazioni di “popolo” a Milano per affermare la propria signoria dal 1259. Famiglia cittadina, ma non di milites, è quella dei Della Scala che cominciano ad affermarsi a Verona tra 1259 e 1262, legandosi alla corporazione dei mercanti e ai movimenti di “popolo”. Stirpe aristocratica, legata all’episcopato, è al contrario quella dei Visconti che nel 1277 si sostituisce ai Della Torre nell’esercizio del potere signorile a Milano.

Le forme di legittimazione del potere signorile

prolungamento della carica di anziano o di capitano del “popolo”
“signori generali e permanenti”
Alcuni ottengono anche la facoltà di designare un successore
L’introduzione del principio ereditario consente di fondare vere e proprie dinastie signorili
Alcuni signori cercano di legittimare il proprio potere anche attraverso il titolo di “vicario” concesso dall’imperatore

Le repubbliche oligarchiche

A Siena, per esempio, si consolida un nucleo di famiglie aristocratiche e popolane di omogeneo orientamento mercantile e finanziario, incentrato tra 1287 e 1355 intorno al governo dei Nove e capace di sviluppare un poderoso programma propagandistico. A Venezia, dove il Comune è retto da un doge, le grandi famiglie di mercanti reagiscono al diffondersi di lotte di fazione e di congiure aristocratiche allargando nel 1297 il Maggior consiglio a “uomini nuovi”
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STORIA - La peste nera e la crisi del Trecento

Messaggio da leggereda Veldriss il 13 novembre 2015, 11:59

di Catia Di Girolamo

Popolazione, produzione e consumo, cresciuti in modo ininterrotto fra XI e XIII secolo, invertono le proprie dinamiche a partire dal XIV: limiti strutturali del sistema produttivo, incidenza di una fase di peggioramento climatico, diffusione di carestie ed epidemie, terremoti, guerre e rivolte contribuiscono a tratteggiare per quest’epoca un profilo eminentemente critico, all’interno del quale, però, è possibile individuare anche i segnali di una ristrutturazione di lungo periodo.

Carestie

All’origine del collasso demografico vi è la diffusione ripetuta di carestie e malattie epidemiche. Nel territorio italiano, ad esempio, fra il 1271 e il 1347 si susseguono almeno 14 carestie, diverse delle quali su scala interregionale.

Dati simili rivelano la fragilità strutturale dell’espansione pienomedievale, sorretta soprattutto da un’agricoltura di tipo estensivo, poco diversificata e minata dalla mancanza di integrazione fra coltivazione e allevamento, nonché dalla connessa carenza di concimazione. La necessità di terre coltivabili impedisce, infatti, di destinare al pascolo superfici estese (riducendo così la possibilità di procurarsi concime) e induce a impiegare anche terre scarsamente produttive (le terre marginali). Ma una volta esaurita la fertilità originaria, in assenza di concimazione, queste terre cominciano a produrre meno e a innescare le crisi di sussistenza.

Gli effetti del sovrappopolamento sono inoltre aggravati da un peggioramento climatico, individuato fra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo: il susseguirsi di alcune annate di maltempo danneggia ripetutamente i raccolti; ne deriva un indebolimento complessivo della popolazione che colpisce duramente sia le campagne, dove il livello di vita è già molto basso, sia le città, nelle quali la flessione produttiva si ripercuote sotto forma di difficoltà degli approvvigionamenti.

Epidemie

Inizialmente, tuttavia, proprio le città diventano il rifugio di molti abitanti delle campagne, che sperano di poter beneficiare delle politiche annonarie: ne consegue un aggravamento della situazione urbana sotto il profilo della sussistenza alimentare e dal punto di vista igienico. Con popolazioni debilitate dalla malnutrizione e concentrate in spazi ristretti e malsani, diventa più facile il dilagare delle epidemie, che giungono, ripetute, fino a culminare nella peste nera del 1348, che ha il carattere della pandemia e che, a partire da quella data, diventa endemica, anche se la successione dei picchi critici rallenta, fino al Settecento inoltrato.
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STORIA - Gli Angioini nel Mediterraneo

Messaggio da leggereda Veldriss il 13 novembre 2015, 12:01

di Francesco Paolo Tocco

La presenza angioina nel Mediterraneo orientale dipende dal confluire di due diverse istanze politiche consapevolmente recepite e perseguite da un sovrano determinato e ambizioso come Carlo I d’Angiò, dal 1266 a capo del Regno di Sicilia, conquistato su invito del pontefice. Del nuovo regno Carlo I eredita una componente di politica estera di lunga durata: la proiezione verso il Mediterraneo orientale, riscontrabile già a partire dai tempi di Roberto il Guiscardo. Tale componente si innesta, peraltro, nel solco del più complesso movimento crociato, in cui Carlo è coinvolto.

Un’accorta costruzione politica

Nel 1266 Carlo d’Angiò (1226-1285, re di Sicilia 1266-1282, re di Napoli dal 1266) si impadronisce delle terre e dei titoli greci che Manfredi (1231-1266) aveva ricevuto sposando Elena d’Epiro (?-post 1266), figlia del despota d’Acaia, Michele II (?-1271), sovrano di una parte dell’Albania e dell’Epiro. Si tratta dell’isola di Corfù e di alcune località albanesi, tra le quali spicca il porto di Durazzo. Nel febbraio 1267 l’angioino conclude un trattato di alleanza capestro con Guglielmo de Villehardouin (?-1278), principe d’Acaia, e Baldovino II di Courtenay (1217-1272/1274), imperatore di un Impero latino d’Oriente ormai in crisi dopo la riscossa bizantina che ha portato alla riconquista di Bisanzio e della Tracia. Il re di Sicilia si impegna ad assoldare e mantenere per un anno 2000 cavalieri per riconquistare l’Impero latino d’Oriente, facendosi in cambio riconoscere oltre ai beni tolti a Elena d’Epiro, anche la sovranità sull’Acaia (l’attuale Peloponneso), su parecchie isole dell’arcipelago e su un terzo a sua scelta delle terre riconquistate. L’accordo viene rinsaldato dalle nozze tra Beatrice (?-1275), figlia di Carlo, e Filippo di Courtenay, figlio ed erede di Baldovino, dal quale Carlo o i suoi discendenti erediteranno il titolo imperiale in caso di morte senza prole.

Non potendo immediatamente attaccare Costantinopoli, Carlo si dedica a un’intensa opera diplomatica e con un’accorta e fortunata politica matrimoniale getta le basi per la nascita di una dinastia angioina nel regno d’Ungheria che, per la sua proiezione adriatica e balcanica, è un’indispensabile testa di ponte per il successo nella frammentata area politica dell’Europa sud-orientale ed egea. Nel 1271 i rapporti tra Carlo I e Guglielmo di Villehardouin si rafforzano con le nozze tra il secondogenito angioino, Filippo (1256 ca. - 1277), e Isabella, figlia maggiore di Guglielmo. Pochi mesi dopo, la morte del despota d’Epiro permette a Carlo I di diventare effettivo padrone dell’Albania, della quale assume la corona nel 1272. L’autorità angioina sul regno diverrà ben presto precaria, ma Carlo è ormai un monarca balcanico, con il quale i potentati dell’area sono costretti a rapportarsi direttamente.

Il sovrano angioino, inoltre, alleandosi con Venezia, il duca di Patrasso, il signore della Tessaglia, il re di Serbia Stefano Uros˘ (1308 ca. - 1355) (la cui moglie, Elena, era figlia di Baldovino) i feudatari moreotici, e Giorgio Terter (?-1309), zar cumano dell’Impero bulgaro, è ormai prossimo alla conquista di Bisanzio e alla conseguente fondazione di una superpotenza angioina signora del Mediterraneo, estesa dalla Provenza all’Italia meridionale, dalla Grecia alle coste siriane. Nel 1277, infatti, Carlo I pone il suggello alle sue mire orientali ottenendo la corona del Regno di Gerusalemme che rimarrà il maggior titolo (ben presto solo onorifico) dei sovrani angioini. Con quest’ultima mossa salda il retaggio del Regno di Sicilia alla politica crociata dei consanguinei francesi. Non appena assunto il titolo, Carlo invia in Siria con una squadra di sette galere Ruggero Sanseverino a governare un impero dall’ormai esigua estensione territoriale, mostrando quindi di comprendere che il destino della Siria è in primo luogo una questione vitale per il controllo delle potenze occidentali nell’area. I fatti però ben presto ne frustreranno gli sforzi, perché l’ultimo caposaldo cristiano nell’area, San Giovanni d’Acri, cadrà nel 1291.

Fine di un sogno

Nel 1282 si verifica l’evento cruciale che stronca le velleità dell’espansionismo angioino: la rivolta del Vespro, probabile frutto del convergere occulto e non necessariamente preordinato degli sforzi dei molti nemici di Carlo, da Pietro III d’Aragona (1240-1285, re dal 1282), depositario del legittimismo svevo e, dunque, del fronte ghibellino, a una certa parte della curia romana, ostile allo strapotere angioino, all’imperatore di Bisanzio, Michele VIII Paleologo (1224-1282) che, come vuole una consolidata tradizione, riuscirà con il denaro a coagulare queste forze disparate. In seguito all’adesione messinese al Vespro, l’imponente flotta preparata da Carlo alla fonda nel porto peloritano viene distrutta. Nei 20 anni che seguiranno alla rivolta, Carlo I e il suo successore Carlo II (1252-1309, re dal 1285) dovranno impegnarsi per il mantenimento del Regno di Sicilia, accettando, con il trattato di Caltabellotta (1302), di perdere temporaneamente l’isola, affidata a una dinastia aragonese autonoma ostile agli angioini. Da questo momento la politica angioina nel Mediterraneo orientale sarà una politica di rimessa, basata su eventi episodici e su più o meno fortunate iniziative personali di feudatari del regno.

Per quanto riguarda l’ormai perduto Regno di Gerusalemme, Carlo II, subentrato al padre nel 1289, comprendendo che una crociata è ormai improponibile, riterrà più opportuno tentare di riunire sotto la sua bandiera i rappresentanti dell’ordine Teutonico, gli Ospedalieri, i Templari, gli ordini di Calatrava e di Roncisvalle, i Premostratensi e altri, per destinarli alla conquista della Siria. Pur non riuscendo nell’intento si adopererà per mantenere i diritti della casa d’Angiò sul regno. In ambito balcanico, Carlo II delega le operazioni a Filippo (1278-1332), il figlio prediletto, cui concede nel febbraio del 1294 il principato di Taranto, dandogli in sposa (intorno al 1295) la figlia del despota d’Epiro Niceforo Ducas (?-1296), Thamar (1277-1311). Filippo porta in dote i beni angioini di Grecia, compresi quelli detenuti nel principato d’Acaia, nel ducato di Atene, nel regno di Albania e in Valacchia. Thamar riceve in dote Argirocastro e alcune località dell’Epiro. Il resto della successione le sarà assegnato metà alla morte di Niceforo e metà alla morte della moglie Anna Cantacuzena.
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STORIA - Lo Stato della Chiesa

Messaggio da leggereda Veldriss il 13 novembre 2015, 12:05

di Errico Cuozzo

Grazie soprattutto all’operato di Innocenzo III lo Stato della Chiesa assume i connotati territoriali e amministrativi che lo caratterizzeranno a lungo per il resto del Medioevo. Anche durante il periodo della cosiddetta “cattività avignonese”, uno dei principali interessi del papato sarà quello di consolidare la propria posizione nei domini italiani.

La riforma di Innocenzo III

È merito di papa Innocenzo III l’aver introdotto un ordinamento amministrativo, che sarà poi consolidato dai suoi successori. Esso si basa sulla divisione delle terre ecclesiastiche in immediatae subiectae, o di dominio diretto, che potremmo chiamare demaniali, e in mediatae subiectae, o di dominio indiretto, che costituiscono delle signorie territoriali autonome.

Nei confronti delle terre di dominio indiretto, il pontefice non avanza alcuna richiesta rilevante, rinuncia a sottometterle a vincoli di natura feudale ed è soddisfatto dell’accettazione da parte dei signori che le detengono del riconoscimento formale della sua autorità e del versamento di un censo annuale.

Per quanto riguarda, invece, le terre di dominio diretto, Innocenzo III cerca di riportarle sotto il suo effettivo controllo. Sparse in tutte le regioni, sono affidate a castellani e a signori che si comportano con grande libertà. Le terre, poi, che costituiscono i benefici dei vescovadi e dei grandi monasteri, spesso molto estese, grazie all’ordinamento canonico restano immuni da un controllo diretto e immediato del pontefice.

La riforma innocenziana divide le terre di dominio diretto in ampie circoscrizioni. Al vertice di ciascuna è posto un rappresentante del pontefice, con il titolo di rettore. L’ampiezza e il numero dei rettorati varia frequentemente nel corso del secolo XIII.

I rettori pontifici sono scelti tra gli alti ecclesiastici (molti sono cardinali) e tra gli esponenti delle grandi famiglie romane. Provvedono al governo delle terre e all’esazione dei diritti signorili spettanti alla Chiesa. Amministrano anche la giustizia, in una corte itinerante, coadiuvati da giudici e ufficiali.

A partire dalla metà del Duecento i rettori sono affiancati dai tesorieri, che, in quanto diretti rappresentanti della Camera apostolica, sottraggono ai rettori la gestione delle entrate.

Le terre immediatae subiectae, sottoposte all’autorità dei rettori, comprendono anche i Comuni demaniali. Innocenzo III adopera, per la loro amministrazione, il modello degli ordinamenti municipali del Regno di Sicilia in età normanna. Contrariamente a quanto è avvenuto per il passato, egli abbandona la formula diarchica, che comporta la compresenza, al vertice dell’amministrazione comunale, di un funzionario pontificio e di un rappresentante del Comune. Pone al vertice dell’università un magistrato di nomina pontificia. Di fatto, però, raramente provvede a nominarlo, e si ritiene soddisfatto, così come i suoi immediati successori (Onorio III, Gregorio IX, Innocenzo IV), del riconoscimento formale di tale diritto.

Innocenzo III completa il quadro dell’ordinamento temporale con l’istituzione provinciale dei parlamenti. Riuniti con una certa regolarità nel corso del Duecento, sono costituiti dai signori territoriali, da dignitari ecclesiastici e dai rappresentanti delle città demaniali presenti in ciascun rettorato. I loro compiti sono quelli di tutelare le consuetudini locali, di risolvere le vertenze in atto, di migliorare la legislazione corrente attraverso la promulgazione di nuove costituzioni (ordinamenta), di giudicare in ordine alla legittimità dei sussidi straordinari richiesti dal rettore per la difesa del territorio (tallia militum).

Questa struttura organizzativa va a sovrapporsi alla moltitudine degli ordinamenti locali vigenti nelle varie regioni, e comporta il definitivo riconoscimento della superiorità temporale del pontefice. Essa favorisce, oltre che una migliore gestione del potere, una più puntuale e attenta riscossione delle entrate ordinarie, consistenti nelle rendite demaniali e nelle entrate della giustizia. A queste si aggiungano, poi, i censi che sono versati alla camera apostolica dalle signorie delle terrae mediatae subiectae.
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STORIA - La Francia

Messaggio da leggereda Veldriss il 13 novembre 2015, 12:09

di Fausto Cozzetto

Nel corso dei secoli XIII e XIV la Francia, che ha raggiunto la dimensione di grande Stato feudale, avvia un processo di riorganizzazione interna, attraverso il rafforzamento dell’autorità monarchica. Sul piano internazionale la monarchia si schiera a sostegno del papato contro l’impero e avvia una politica di potenza in Italia con la conquista angioina del Regno di Sicilia. Infine afferma il vigore delle nuove posizioni statali ridimensionando il papato. La fine della dinastia capetingia e l’avvio della guerra dei Cent’anni ridimensionano il ruolo della monarchia francese come conseguenza di sconfitte militari e di nuovi problemi dinastici.

La grande Francia

Sotto l’impulso di Sigieri di Brabante (1235 ca. - 1282), docente all’Università di Parigi nella seconda metà del Duecento, i sovrani francesi razionalizzano gli atteggiamenti politici della monarchia, delineando contro i grandi feudatari un abbozzo di amministrazione centrale e distinguendo la figura del sovrano da quella di una semplice autorità feudale. Sul territorio si delinea, a sua volta, un’amministrazione regia, che ha i suoi cardini prima, fra XI e XII secolo, nei prevosti, percettori di entrate del re, e quindi nei balivi e siniscalchi, con più ampie competenze giudiziarie e militari.

Luigi il Santo

A causa della morte prematura del sovrano e della minorità dell’erede al trono Luigi IX (1214-1270, re dal 1226), il regno viene retto dalla regina madre, Bianca di Castiglia (1188-1252), la quale mostra notevoli capacità politiche e riesce a sconfiggere coalizioni di grandi feudatari che minacciano le conquiste territoriali della dinastia capetingia. Queste minacce vengono riproposte all’indomani dell’ascesa al trono del sovrano legittimo, che riesce a debellarle. Il ritorno alla convivenza pacifica è conseguente all’atteggiamento che Luigi IX assume nei confronti delle province meridionali, dopo avere interpretato le frequenti congiure ordite nei confronti della monarchia come il segnale di un malcontento che imperversa in queste regioni. È per questo che concede l’autonomia alla contea di Poitiers, dove colloca il fratello minore Alfonso (1220-1270?), che ha sposato la figlia del conte di Tolosa, ereditando alla morte del suocero il feudo. La contea si muove, grazie all’esistenza di stretti rapporti familiari, nell’orbita della monarchia.

Cessati gli anni di agitazione della reggenza materna, il sovrano capetingio organizza la vita interna delle sue province, indicando le direttive per una politica di pace e di giustizia. Luigi IX giunge a incarnare il modello di principe in grado di determinare la sistemazione della Francia feudale sotto il baluardo dell’autorità regia, realizzando la fusione delle due autorità: quella di capo della gerarchia feudale e di monarca di diritto divino. In effetti, la fisionomia e il significato di questa rinnovata monarchia sono diversi da quelli dell’impero carolingio. Il sovrano assume un ruolo di protezione e di vigilanza che differisce sia dal modello costantiniano dell’imperatore quale “vescovo per le cose esterne” e sostegno della fede, in un impero non ancora tutto cristiano o tutto riducibile alla cristianità, sia dal modello carolino dell’imperatore, quale patriarca laico della cristianità e coadiutore del papa nel reggimento del popolo cristiano, in uno Stato che può essere considerato un tutt’uno con il mondo cattolico.

Luigi IX è consapevole, come del resto in seguito lo saranno i suoi successori, di regnare per diritto divino, di fondare la successione del suo Stato sul principio dell’ereditarietà, di essere alla guida di una struttura statale che può governare avendo come punto di riferimento un territorio determinato, nel quale è in grado di controllare, grazie alla sua potenza militare e finanziaria, i ceti sociali che ne fanno parte, ivi compresa la feudalità. Il rapporto con le città diventa di grande importanza nel progetto politico di Luigi IX che, nel 1262, impone ai Comuni l’obbligo di rinnovare ogni anno i reggenti cittadini e di presentare annualmente agli ufficiali regi, operanti nei centri abitati, lo stato delle entrate e delle spese di parte comunale. Si tratta di provvedimenti di forte valore innovativo, poiché tendono alla regolamentazione e al mantenimento dell’ordine civile nelle realtà cittadine, le quali anche come conseguenza di questa politica diventano il polo di attrazione di migliaia di persone, che sfuggono al mondo rurale dominato dalla gerarchia feudale. L’esempio di Parigi si mostra peculiare: essa accoglie Normanni, Bretoni, Tolosani e Provenzali, alcuni dei quali entrano a far parte dell’amministrazione regia. La sua popolazione ha una densità maggiore di quella di altre città del regno e già nel 1200 la città mette insieme una rilevante attività commerciale, legata alle sue dimensioni demografiche, alla presenza dell’università e dell’amministrazione regia. Parigi, quindi, domina il resto della Francia e la monarchia ne è il simbolo. Luigi IX viene santificato e il suo operato politico ne rappresenta una motivazione di non poco rilievo. Le sue orme vengono seguite dai suoi successori.

La ricompattata monarchia manifesta vivacità e ambizione politica tanto che, nel 1273, avanza mire elettive sulla corona del Sacro Romano Impero, proponendosi come la garante dell’intera cristianità. Nei decenni precedenti Luigi VIII e Luigi IX avevano mostrato concretamente l’ambizione di impadronirsi della corona dei re d’Inghilterra. In effetti, nel 1215, Luigi VIII viene proclamato re da un gruppo di feudatari inglesi a lui fedeli e l’anno successivo fa il suo ingresso a Londra, dove i maggiorenti gli prestano omaggio. L’Europa nei confronti di questa profonda novità, politica e dinastica, non sta a guardare; con l’appoggio del papa e dei suoi alleati europei, oltre che di forze nazionali inglesi, il successore di Giovanni Senzaterra, Enrico III (1207-1272, re dal 1216), riconquista la corona perduta. A sua volta, Luigi IX, succeduto al padre, rinuncia alla corona inglese in cambio di una corrispettiva rinuncia del sovrano inglese alle regioni ancora formalmente britanniche quali la Normandia, l’Angiò e la Turenne. Il re d’Inghilterra mantiene sul continente alcuni territori, ma a condizione di proclamarsi vassallo del sovrano francese. Accordi simili Luigi IX sottoscrive sui territori delle Fiandre e col re d’Aragona, in cambio di una rinuncia, da parte di quest’ultimo, alla Linguadoca. Intanto incoraggia la spedizione di Carlo d’Angiò (1226-1285, re di Sicilia 1266-1282, re di Napoli dal 1266), nel Regno di Napoli, ove è stato chiamato dal papato. Decisiva in questa vicenda è proprio la volontà del sovrano capetingio, che manifesta così all’Europa le ambizioni da grande potenza della nuova Francia.

Le ambizioni italiane dei Francesi vengono ridimensionate dalla perdita della Sicilia, come conseguenza della guerra del Vespro (1282). Agli inizi del XIV secolo, però, è Carlo di Valois (1270-1325), fratello di Filippo IV il Bello (1268-1314, re dal 1285), a operare tentativi di insediamento in Toscana, con l’appiglio di condurre in questa regione una politica di pacificazione tra i Comuni toscani. Vent’anni dopo, è sempre Carlo di Valois a perseguire il progetto italiano rivolgendo le sue mire, questa volta, alla Lombardia.
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