L'età delle rivolte

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L'età delle rivolte

Messaggio da leggereda Veldriss il 17 novembre 2013, 10:10

"Articolo estrapolato dalla rivista MEDIOEVO - aprile 2013"
di Maria Paola Zanoboni

Il Medioevo fu scosso a piú riprese da sollevazioni popolari, spesso di notevole portata e con effetti destabilizzanti sugli equilibri politici di città e nazioni. Ma quali furono le cause scatenanti del fenomeno? E chi furono, in Italia e nel resto d’Europa, i protagonisti delle insurrezioni?
Gli storici concordano nell’affermare che nel tardo Medioevo, fino agli inizi dell’età moderna, le «rivolte per il pane» furono piuttosto rare, nonostante il gran numero di carestie e di avversità atmosferiche che si registrarono prima e dopo l’epidemia di peste del 1348. I motivi che scatenavano le sommosse erano invece di altro genere (politici, fiscali, sociali), e naturalmente diversi a seconda dell’area geografica.
In particolare, per il periodo precedente la peste, è stata rilevata una netta differenza tra i Paesi del Nord Europa (Fiandre e Francia settentrionale soprattutto), dove già nel Duecento era assai sviluppata la manifattura laniera e dove dunque furono assai precoci le proteste di carattere sociale, e l’Italia, dove insurrezioni di questo tipo si verificarono, invece, solo verso la metà del Trecento, e in un contesto – quello toscano –, che, a un secolo di distanza, riproduceva quello delle Fiandre duecentesche.
Innumerevoli sono gli esempi di artigiani, salariati, e contadini impegnati nelle forme piú varie di protesta, comprese le ribellioni armate, volte a sfidare e a cambiare la propria condizione giuridica, sociale e materiale. Lungi dall’inevitabilità di repressioni sanguinose, in molti casi queste sfide furono in grado di far vacillare i governi, di riformare le strutture politiche e persino di capovolgere le gerarchie sociali: tessitori, follatori, cardatori e altri membri del popolo minuto riuscirono talora a impadronirsi del potere, a bandire gli oligarchi e l’aristocrazia, e a stabilire nuovi assetti di governo.

Prima della peste
Le rivolte nelle Fiandre e nella Francia del Nord, tra la fine del Duecento e la prima metà del Trecento, furono sollevazioni dalle molteplici sfaccettature, con base sociale, ma motivate prevalentemente da questioni fiscali e politiche. La vera e propria epidemia di tumulti scoppiata intorno agli anni Ottanta del Duecento nasceva dalla congiunzione di esigenze socio-economiche (e salariali soprattutto) con un malcontento politico generale, diretto in primo luogo contro le élite dirigenti, e dovuto alla situazione fiscale e alla gestione delle finanze urbane.
I fermenti rivoluzionari venivano soprattutto dalla manifattura tessile, caratterizzata da una espansione economica piú precoce, che aveva favorito il formarsi di un ceto medio già verso il 1280, con ambizioni di ascesa allo scabinato (lo scabino era un giudice inquisitore di nomina imperiale o regia, n.d.r.) e al consolato. Le diverse circostanze della congiuntura davano a queste lotte una colorazione talora sociale, talora politica, talora professionale, talora infine economica, in qualche caso con obiettivi e modalità analoghi.
Le prime difficoltà strutturali della manifattura tessile, dovute al cambiamento della congiuntura, avevano portato al moltiplicarsi dei confronti tra i diversi gruppi che la costituivano: imprenditori contro salariati, tessitori contro follatori, e cosí via. D’altro canto, a livello politico, il monopolio del potere da parte del patriziato, e, in particolare, la sua gestione delle risorse finanziarie e il suo monopolio della giustizia, furono oggetto di contestazione sia da parte di artigiani e ceti medi, sia da parte del proletariato urbano e del gran numero di lavoratori salariati delle manifatture cittadine.

Lo sciopero dei tessili
Già nel 1245 a Douai e a Rouen scoppiarono agitazioni di operai tessili sulla piazza d’ingaggio della manodopera giornaliera; nel 1253 ad Arras vennero abolite le corporazioni, sospettate di essere ricettacolo di rivolte. Nel 1252 i salariati tessili di Gand, assunti a giornata o a settimana, scesero in sciopero, con una rivolta brutale e radicale, molto simile a quella scoppiata a Douai nel 1245, e con modalità analoghe a quelle che, un secolo dopo, caratterizzarono i Ciompi fiorentini.
Nel 1274, ancora i salariati tessili, i tessitori e i follatori di Gand lasciarono in blocco la città con lo scopo di ottenere salari piú alti, ma la mossa non riuscí e gli imprenditori non si piegarono. Da parte loro, però, i lavoratori non volevano perdere la reputazione e si rifiutavano di rientrare in città. I loro sforzi per trovare lavoro altrove non ebbero comunque successo: gli imprenditori di Gand avevano infatti sbarrato loro la strada, accordandosi con gli scabini delle altre città delle Fiandre e del Brabante perché proibissero di dare asilo e un’occupazione ai tessili provenienti da Gand.
Verso la metà del XIII secolo i disordini si estesero al Brabante e alla regione di Liegi, scossa per tutta la seconda metà del Duecento da sollevazioni dei lavoratori piú poveri. I fermenti sociali si fecero sentire anche in Linguadoca, che, pur non essendo un’area di grandi attività economiche, aveva un’antica tradizione urbana. Qui le lotte sociali per l’accesso al consolato si mescolarono a quelle religiose. Tolosa negli anni Sessanta e Settanta del Duecento fu scossa da continui disordini al tempo stesso politici e sociali.

Violenze concertate
Nella zona tra la Senna e il Reno le agitazioni, fino a quel momento sporadiche, degenerarono in violenze simultanee e a volte concertate a partire dal 1275, causate da turbamenti all’interno dell’industria e del commercio dei tessuti: l’interruzione, tra il 1270 e il 1274, dell’importazione di lana inglese in Fiandra, e l’introduzione in Inghilterra di tasse sull’esportazione della lana, portarono nelle Fiandre a un innalzamento dei prezzi, che poteva essere frenato solo attraverso una diminuzione del costo della manodopera e una regolamentazione piú stretta del lavoro. Erano tutti motivi che aggravavano una tensione latente.
A tutto questo si aggiungeva un sistema fiscale (sul modello dell’estimo dei Paesi meridionali, che tassava gli immobili, ma non la ricchezza proveniente dal commercio e dalle operazioni finanziarie) gestito in modo scandaloso, tanto che ad Arras nel 1275 venne ordinata un’inchiesta sull’operato delle autorità cittadine (gli scabini), come pure accadde negli stessi anni a Gand e a Douai. A partire dal 1279-1280 l’intero sistema amministrativo, fiscale, economico e sociale venne messo in discussione e il popolo cominciò a regolare da sé le questioni con la violenza.
L’aspetto politico del problema andava di pari passo con quello sociale. A Gand la popolazione reclamava l’accesso al consiglio cittadino per la gente di mestiere, l’abolizione dell’ereditarietà di fatto dello scabinato, il controllo sulle magistrature, e, sul piano economico, la soppressione del monopolio sull’importazione della lana, riservato fino a quel momento all’Hansa (la lega dei mercanti) di Londra. Nella città, comunque, non ci furono incidenti perché la popolazione confidava ancora nell’appoggio del conte. Non fu cosí a Ypres, a Douai e a Bruges, dove, nel 1280, scoppiarono gravi tumulti guidati sempre dagli operai tessitori e dai follatori. A Ypres trovarono l’appoggio degli operai tessili dei villaggi vicini, anch’essi sottomessi al mercante imprenditore. In tutti i casi la repressione fu durissima, con esecuzioni e ammende collettive.
A Provins l’aggravio fiscale suscitò la reazione di tutti i lavoratori tessili, maestri e salariati. Per dividerli, il sindaco pensò di allungare di un’ora la giornata lavorativa. La reazione di migliaia di operai tessili fu immediata: il sindaco venne ucciso e le case degli scabini bruciate (gennaio 1281).

Il «contagio» si espande
Non fu migliore la sorte del sindaco di Rouen qualche giorno dopo. Al clima sociale già molto pesante si aggiunsero le avversità climatiche degli anni Ottanta e Novanta del Duecento. Invano, nel 1289, vennero proibite a Rouen tutte le assemblee di salariati tessitori: nel 1292 scoppiò una grave sommossa. Qui come altrove, attraverso la fiscalità, i problemi passavano sul piano politico, ma erano in realtà essenzialmente sociali, e in tal modo si ricollegavano a tutti i disordini che cominciavano a dilaniare l’Europa.
Molte di queste rivolte non ebbero un effetto immediato, ma il loro impatto a lungo termine è innegabile, sia sul piano amministrativo, sia dal punto di vista della partecipazione al governo. Nel 1279, per esempio, il re di Francia obbligò le città delle Fiandre a rendere conto annualmente della gestione delle finanze sia al conte, sia ai cittadini che lo avessero domandato.
Un effetto simile si ebbe per la partecipazione al governo urbano e alle decisioni politiche: nel 1304 i mestieri di Bruges ottennero l’accesso alla principale carica cittadina (lo scabinato), mentre a Gand nel 1301 l’accesso alle cariche pubbliche venne riformato e reso piú democratico. Accanto al patriziato sedevano ormai i rappresentanti dei mestieri piú modesti.
Dalla documentazione fiamminga di fine Duecento emerge anche un forte senso dell’ingiustizia, in particolare a proposito della fiscalità e delle eccessive tasse sui generi di prima necessità come cibo e bevande: «i poveri che lavorano con le proprie mani pagano piú dei ricchi», si diceva. In città come Bruges, le differenze sociali andarono aumentando notevolmente durante il Trecento, creando un abisso tra i lavoratori piú poveri e i mercanti piú ricchi.

La situazione italiana
Prima della peste non è rilevabile un modello paneuropeo di rivolta. Nella seconda metà del Duecento e nel primo Trecento le sollevazioni nell’Italia centro-settentrionale erano ben diverse da quelle delle Fiandre: nessuno sciopero o disordine simile a quelli fiamminghi è rilevabile tra gli operai tessili italiani, almeno fin verso il 1340, neppure in luoghi come Firenze dove la manifattura tessile era assai sviluppata e molti lavoratori erano privi di un riconoscimento corporativo. La causa prima dei conflitti «di classe» riguardava invece gli interessi dei mercanti e dei piccoli commercianti che si opponevano all’aristocrazia terriera e mercantile, vescovo locale compreso.
Disordini di questo genere si ebbero a Firenze, Pisa, Genova, Savona, Ancona, Siena, Perugia, Bologna, Roma, Napoli. In seguito a tali conflitti un’élite venne a sostituire un’altra, portando al potere nuovi ceti sociali. Si trattava prevalentemente di conflitti politici scatenati dall’ascesa del «primo popolo», ovvero dall’alleanza tra salariati, artigiani e mercanti (che si identificavano con i guelfi) contro il predominio dei magnati (che aderivano al partito ghibellino). A differenza delle aristocrazie feudali del Nord Europa, infatti, quelle italiane avevano cospicui interessi mercantili concentrati sulle attività bancarie internazionali e sul commercio a lunga distanza.
Dalla fine del Duecento, dopo le vittorie popolari a Bologna, Firenze, Pisa, Siena, e l’assoggettamento dei magnati a leggi speciali e pesanti tasse, nuove divisioni apparvero all’interno del «popolo», con la distinzione in «popolo minuto» e «popolo grasso», sempre piú vicino ai magnati. Questi ultimi a loro volta sfruttavano abilmente le divisioni interne degli avversari per utilizzare il «popolo» come massa di manovra.
A causa della mancanza o della laconicità delle fonti, è difficile stabilire quali ceti si celassero esattamente sotto il termine «popolo». Tuttavia, è chiaro che i capi dei rivoltosi appartenenti al «popolo», uomini come Giano della Bella, ricco esponente dei vertici del mondo corporativo fiorentino, si possono a stento definire «popolo minuto», in quanto costituivano piuttosto un mondo a parte rispetto agli autodidatti capi dei ribelli fiamminghi, provenienti dalle schiere dei salariati e dei contadini.
L’omogeneità di distribuzione delle milizie e la prontezza del popolo minuto ad armarsi e a difendere il regime popolare quando l’aristocrazia lo minacciava, lasciano supporre che i piccoli commercianti e gli artigiani specializzati provvisti di riconoscimento corporativo non fossero le sole forze sociali dietro a questi movimenti.

Il tentativo di Giano
In questo clima si inserisce appunto la legislazione antimagnatizia (Ordinamenti di Giustizia) fatta promulgare a Firenze nel 1293 da Giano della Bella, che rappresentava il coronamento di rivolgimenti politici e sociali iniziati nel 1250, quando, dopo la morte di Federico II, la parte guelfa si era imposta sugli avversari ghibellini, dando vita al «primo popolo» (costituito da grandi mercanti, artigiani e banchieri, fino a quel momento esclusi dal governo della città) e creando, nel 1282, il Priorato delle Arti, che consentí agli esponenti delle Arti Maggiori di entrare a far parte degli organi di governo. Per cercare di por fine alle faide e alle lotte intestine che insanguinavano in continuazione Firenze, con grave danno alle manifatture e al commercio, vennero appunto emanati gli Ordinamenti di Giustizia che limitavano lo strapotere delle famiglie magnatizie, punendo duramente gli atti di violenza dei grandi e raddoppiando le sanzioni a loro carico, dando però adito a eccessi di ogni tipo. Il tentativo di Giano della Bella di confiscare il patrimonio della parte guelfa a beneficio del Comune, fece precipitare la situazione (1295) e provocò il suo bando dalla città.
Come a Firenze, a Parma, nel 1291, i mestieri principali (macellai, fabbri, calzolai, pellicciai) rovesciarono il governo dei magnati, mentre a Bologna, nel 1306, i macellai si resero protagonisti di un colpo di Stato che portò al governo popolare. Ugualmente a Siena, nel 1317, questa volta in seguito a una grave carestia, macellai, fabbri e lavoratori lanieri cercarono di instaurare un governo popolare minacciando il governo dei Nove, espressione del ceto mercantile di parte guelfa.
Come già detto, le rivolte per il pane, considerate come la principale forma di protesta collettiva dell’età preindustriale, sono quasi del tutto assenti nelle fonti del tardo Medioevo. Quando si verificarono, si trattò in genere del pretesto di determinati gruppi per rovesciare il governo. Solo verso gli anni Venti e Trenta del Trecento si riscontra qualche sollevazione di questo tipo: a Siena (1303, 1329, 1347), Roma (1329 e 1347), Bologna (1311), Napoli (1329), e Barletta (1329 e 1340). Non furono comunque agitazioni su larga scala, né sembra che si siano estese fuori dalle mura cittadine nelle aree piú depresse del contado. A differenza poi delle prime rivolte industriali delle Fiandre, o di quelle del «popolo» nelle città italiane, queste sollevazioni seguite alle carestie non minacciarono i governi cittadini.
Disordini per la grave penuria di grano scoppiarono a Firenze tra il 1328 e il 1330, come narra Giovanni Villani. La carestia era tale, non solo a Firenze ma in tutta la Toscana e in gran parte dell’Italia, che molte città furono costrette a cacciare fuori dalle mura tutti i poveri. Per cercare di ovviare alla situazione, le autorità cittadine chiesero grano in Sicilia, ma i prezzi continuavano a salire, tanto che a Firenze, dove erano già scoppiati disordini perché il grano era stato aumentato di prezzo nonostante fosse mescolato all’orzo, si dovette dotare di un presidio armato il mercato di Orsanmichele.
Per sostenere la popolazione il Comune stanziò 60 000 fiorini d’oro e si decise di non vendere il grano al mercato centrale, ma di far produrre direttamente il pane, vendendolo in 3 o 4 botteghe cittadine. Questa politica di sostegno al popolo e ai poveri ne contenne la rabbia, perché ciascuno aveva di che vivere. Grazie a questa politica illuminata la città si salvò da molte avversità, nonostante la situazione di miseria estrema.
Qualcosa di diverso e di probabilmente coordinato, fu invece la sollevazione scoppiata nelle campagne fiorentine negli ultimi mesi del 1347, in un periodo di gravissima carestia, tanto che – come narra ancora Villani – la maggior parte delle famiglie contadine abbandonava i poderi e rubava per fame ciò che trovava. Le campagne furono sconvolte da furti e saccheggi di case e mulini, devastazioni di campi, aggressioni contro chi trasportava grano. Su richiesta dei proprietari cittadini, perciò, il Comune di Firenze instaurò un sistema di sorveglianza della popolazione del contado. In questo clima, i rettori delle comunità rurali istigavano i contadini a non lavorare per i proprietari della città, a non macinare il grano nei loro mulini e a saccheggiare i loro campi, tutti elementi che fanno pensare a un certo coordinamento dei tumulti, come nella Jacquerie francese. Poco dopo, però, l’epidemia di peste mise tutto a tacere.
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http://www.medioevo.it/rivista/2013/Apr ... lte?page=1

DALLE FIANDRE, CON FURORE
Fin dalla metà del Duecento, nelle cronache e nelle ordinanze cittadine, ricorrono con grande frequenza notizie di proteste o scioperi scoppiati nelle Fiandre per ottenere aumenti salariali, nonché di distruzione degli strumenti di lavoro. A Douai, per esempio, il consiglio cittadino legiferò in piú occasioni contro chi si asteneva dal lavoro: nel 1245 vennero comminate aspre multe e il bando dalla città per chi avesse sospeso il lavoro o organizzato assemblee, mentre nel 1266 le medesime pene vennero estese a chiunque avesse costituito associazioni di lavoratori, od offerto aiuto, consiglio e truppe in armi agli scioperanti, o distrutto gli strumenti di lavoro. Il 4 dicembre 1280, ancora a Douai, tre tessitori vennero decapitati per aver ingiuriato gli scabini, il consiglio cittadino e le leggi della città. Due battitori di lana vennero poi banditi, pena la decapitazione, per aver distrutto gli strumenti di lavoro, violando le leggi e le consuetudini cittadine. Ugualmente, nel 1250, a Saint-Omer, e nel Trecento, nella città fiamminga di Bethune, vennero emanate ordinanze contro gli apprendisti e i salariati delle manifatture tessili che avessero scioperato, costituito associazioni o indetto assemblee.
Un’ordinanza della piccola città di Clermont-en-Beauvaisis, a nord di Parigi, era ancora piú esplicita: «Cospirano contro il bene comune quei lavoratori che promettono o contrattano di non svolgere la loro attività per salari inferiori a quelli che percepiscono, e si aumentano il compenso da soli, dichiarando che non lavoreranno per meno, e stabiliscono sanzioni per i colleghi che non vorranno aderire a quanto da loro stabilito. Chi tollererà condizioni di questo tipo agirà contro il bene comune, e non verranno mai conclusi buoni contratti di lavoro perché gli appartenenti a tutti i mestieri si sforzeranno di chiedere salari piú elevati dell’ordinario, e, d’altra parte, l’interesse comune non può sopportare che non si lavori. Perciò, non appena il sovrano o altri signori venissero a conoscenza di simili alleanze, dovranno far incarcerare immediatamente e a lungo tutti coloro che vi sono coinvolti, e dopo averli tenuti in prigione
a lungo, dovranno esigere da loro un’ammenda di 60 soldi».
Altri disordini e scioperi all’inizio del Trecento furono indirizzati contro le tasse di Filippo il Bello. La rivolta di Bruges (1299-1302) ebbe un’ampiezza, una forza di coesione e un’unità di direzione significative. Venne guidata da Pieter de Coninck, un tessitore dotato di capacità oratoria, carisma personale, ma anche di senso politico e apertura di vedute. Si trattò di un’insurrezione popolare del Comune contro il re di Francia, che vide trionfare il primo, almeno per qualche tempo. Come narra Giovanni Villani, il sovrano, che aveva il completo controllo delle Fiandre, ne aveva lasciata l’amministrazione ai suoi ufficiali. Essi presero in considerazione e riferirono al re le petizioni del popolo minuto di Bruges (tessitori, follatori, ramai e altri), che chiedeva migliori livelli salariali e la diminuzione delle tasse, che erano insopportabili.
Ma il re non volle ascoltare le richieste né aumentare i salari degli artigiani. Anzi, su richiesta dei ricchi borghesi di Bruges, gli ufficiali del sovrano arrestarono i leader degli artigiani, i principali dei quali erano Pieter de Coninck e il macellaio Jan Breydel, oltre a una trentina fra i piú importanti rappresentanti di queste corporazioni. Ma il vero capo e agitatore del popolo era proprio de Coninck. Era un uomo povero, piccolo di statura, magro, cieco da un occhio, e di circa sessant’anni. Non conosceva né il francese, né il latino, ma in fiammingo parlava meglio e con piú ardore e fluire di parole di chiunque altro nelle Fiandre. Con le sue parole mosse tutta la città alla rivolta.
Altre sollevazioni per motivi prevalentemente fiscali si verificarono tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento a Calais (1298), a Douai (1296/1306), a Tournai (1307), dove i follatori, i tessitori e il popolo minuto si opposero all’introduzione di una nuova tassa; a Parigi (1307) dove insorsero tessitori, follatori, gestori di taverne e altri operai ai quali era stato chiesto di pagare le tasse in moneta forte. Tra le molteplici cause delle rivolte, le fluttuazioni monetarie e il divario tra prezzi e salari occuparono infatti un posto importante, soprattutto nella Francia di Filippo il Bello, e fu proprio la svalutazione della moneta a provocare i tumulti artigiani parigini del 1307.
Le rivolte fiamminghe e della Francia settentrionale non furono dunque episodi locali e isolati, ma rappresentarono, al tempo stesso, il risultato di un disfacimento delle strutture sociali e di una congiuntura difficile. Non tutte le carestie provocarono rivolte. Quella del 1315-17 non ne provocò, per esempio, nelle Fiandre, mentre produsse una ribellione operaia a Provins. Le difficoltà economiche in cui la crisi della manifattura tessile e il declino delle fiere della Champagne avevano gettato questa città, aggravarono evidentemente la crisi alimentare con un problema di salari. Sembrerebbe quindi che una rivolta non scattasse automaticamente in un momento di grave penuria di generi di prima necessità, ma che si verificasse piuttosto quando il disastro non era totale e sussisteva ancora la capacità di una presa di coscienza della situazione e la capacità di esprimerla.
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