Guelfi e ghibellini

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Guelfi e ghibellini

Messaggio da leggereda Veldriss il 19 gennaio 2013, 20:47

Guelfi e ghibellini erano le due fazioni opposte nella politica italiana dal XII secolo fino alla nascita delle Signorie nel XIV secolo. Nella lotta per le investiture, i guelfi sostenevano il papato e il loro nome è la versione italianizzata di Welfen, la famiglia bavarese e sassone opposta agli svevi Weiblingen, cioè quella dei ghibellini che si schieravano per l'imperatore.

Storia
I termini guelfi e ghibellini indicano le due fazioni che dal XII secolo sostennero, nel contesto del conflitto tra papato e impero e del movimento comunale, rispettivamente la casata di Baviera e Sassonia dei Welfen (pronuncia velfen, da cui la parola guelfo) e quella di Svevia degli Hohenstaufen, signori del castello di Waiblingen, (anticamente Wibeling, da cui la parola ghibellino), in lotta per la corona imperiale dopo la morte dell'imperatore Enrico V (1125), che non aveva eredi diretti.
In Italia tradizionalmente guelfi furono i comuni di Milano, Mantova, Bologna, Firenze, Lucca, Padova; famiglie guelfe furono i bolognesi Geremei, i genovesi Fieschi, i milanesi Della Torre, i riminesi Malatesta, e le dinastie di origine obertenga come i ferraresi Este e alcuni rami dei Malaspina. Tradizionalmente ghibellini, ovvero filoimperiali e filosvevi, furono i comuni di Como, Cremona, Lodi, Pisa, Siena, Arezzo, Parma, Modena. In Italia famiglie ghibelline furono i bolognesi Lambertazzi, i milanesi Visconti, i toscani conti Guidi e gli Ubaldini di Arezzo, i fiorentini degli Uberti e Lamberti, i pisani Della Gherardesca, i trevigiani Da Romano, i senesi Salimbeni e Buonconti, i marchesi Aleramici del Monferrato, e le dinastie di origine obertenga come i Pallavicino e alcuni rami dei Malaspina.
All'interno delle città, la stessa dicotomia, superando il tradizionale significato di lotta politica tra papato e impero, si ripropose poi nella lotta tra le fazioni guelfa e ghibellina della popolazione, entrambe volte a esercitare dominio del comune. Alcune volte le due fazioni coesistevano, come a Firenze, dove la lotta cominciò dopo l'uccisione di Buondelmonte de' Buondelmonti, dagli Amidei. Per accrescere la loro forza sia le città guelfe sia quelle ghibelline si riunirono in leghe opposte le une alle altre: così dalla seconda metà del XIII secolo le citta guelfe Firenze e Lucca ingaggiarono con i loro alleati contro la lega ghibellina composta da altre città toscane (Arezzo, Siena, Pistoia, Pisa), un lungo conflitto, che ebbe come termini estremi la battaglia di Montaperti del 1260, quella di Campaldino del 1289 e quella di Altopascio del 1325.
Nella seconda metà del XIII secolo dopo il 1266 data della battaglia di Benevento si ha in Italia una vera e propria crisi del partito ghibellino che aveva perso il suo maggior apporto; cioè la dinastia Sveva che ebbe inizio con Federico Barbarossa per poi concludersi con le sconfitte di Manfredi di Sicilia e Corradino tra il 1266 e il 1268. A questa crisi ne consegue un forte progresso per i guelfi che predominano l'Italia appoggiati militarmente sia dal re di Napoli, Carlo I d'Angiò e sia dai vari Papi e così i guelfi arrivano a rimpossessarsi di Firenze soprattutto grazie alla famosa battaglia di Colle Val d'Elsa del 17 giugno 1269 quando i guelfi colligiani e fiorentini (insieme ai loro alleati) inflissero una sonora sconfitta ai ghibellini senesi. Con la sconfitta dei senesi, nell'arco di pochi decenni i ghibellini furono via via scacciati dai comuni dell’Italia centro-settentrionale.

I guelfi bianchi e neri
Ma poco dopo, il circolo di potere dei guelfi sarà profondamente compromesso da una crisi interna che permetterà alle signorie di modificare lo status quo: infatti i filo-papali si scinderanno tra guelfi bianchi e guelfi neri. Questa divisione si creò, secondo un racconto del cronista storico Giovanni Villani, nella città di Pistoia all'interno della famiglia dei Cancellieri per una lite tra cugini a causa dell'alcol. I contendenti della famiglia che avevano creato disordini in città tra il 1294 e il 1296 vennero esiliati nella vicina città di Firenze dove gli uni, i bianchi, trovarono l'appoggio della famiglia dei Cerchi e gli altri, i neri, della famiglia dei Donati. Successivamente questa divisione, tra chi pur difendendo il Pontefice non precludeva il ritorno o la necessità dell'imperatore (cioè i guelfi Bianchi) e chi invece trovava indispensabile che il governo dovesse essere affidato al papa perché missus dominici ("mandato dal Signore"), si fece sempre più aspra fino a che si arrivò allo scontro nella città di Firenze che fu vinto dai neri con il conseguente esilio di tutti i guelfi bianchi tra cui Dante Alighieri. Ciò comportò l'avvicinamento dei guelfi bianchi ai ghibellini, come prova anche il tentativo di rientrare in Firenze manu militari con l'aiuto di Scarpetta Ordelaffi, ghibellino signore di Forlì.
L'origine etimologica dei nomi Bianchi e Neri è incerta ma si pensa che prenda l'origine da una certa fanciulla chiamata Bianca[senza fonte]. Tornando alle certezze storiche, già prima dei vari scontri, a causa della debolezza ghibellina, molti di loro finirono per trovarsi nelle file dei guelfi bianchi. Ciò spiegherebbe perché Dante Alighieri viene definito ne I sepolcri di Ugo Foscolo come il "Ghibellin fuggiasco".

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Maggiori città ghibelline
Arezzo
Castiglion Fiorentino
Cremona
Como
Fabriano
Forlì
Foligno
Gualdo Tadino
Genova (predominio 1270-1317)
Grosseto
Gubbio (con schieramento guelfo durante la signoria dei Gabrielli)
Jesi
Lodi[1] (ghibellina fino al 1259, poi guelfa durante le signorie dei Torriani e dei Fissiraga)
Mantova
Modena
Osimo
Pavia
Pisa
Pistoia
Poggibonsi
San Miniato (ghibellina fino al 1291, poi guelfa)
Siena (ghibellina fino al 1287, poi guelfa con l'instaurazione del Governo dei Nove)
Spoleto
Terni
Trieste
Todi
Urbino
Verona

Maggiori città guelfe
Alessandria
Ancona
Bologna
Brescia
Camerino
Colle di Val d'Elsa
Crema
Cremona
Faenza
Fermo
Firenze (tranne un breve governo ghibellino dal 1248 al 1250)
Genova (brevi periodi: 1256-1270; 1317-1319)
Lucca (centro fondamentale del ghibellinismo toscano tra il 1314 e il 1328)
Milano (guelfa fino all'arrivo dei Visconti)
Mondovì
Napoli (fino al 1266 ghibellina)
Orvieto
Perugia
Prato (per lunghi periodi ghibellina)
Volterra

Città con schieramento variabile
Asti (principalmente ghibellina)
Bergamo (principalmente ghibellina)
Catania (inizialmente guelfa)
Ferrara
Padova
Parma
Piacenza
Treviso
Vicenza

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Guelfi bianchi e neri

Messaggio da leggereda Veldriss il 19 gennaio 2013, 22:13

I guelfi bianchi e i guelfi neri furono le due fazioni in cui si divisero intorno alla fine del XIII secolo i guelfi di Firenze, ormai il partito egemonico in città dopo la cacciata dei ghibellini.
Le due fazioni lottavano per l'egemonia politica - e quindi economica - in città. A livello della situazione extracittadina, seppur entrambe sostenitrici del papa, erano opposte per carattere politico, ideologico ed economico. I guelfi bianchi, un gruppo di famiglie magnatizie aperte alle forze popolari, perseguivano l'indipendenza politica e rifiutavano ogni ingerenza papale. Mentre i guelfi neri, che rappresentavano soprattutto gli interessi delle famiglie più ricche di Firenze, erano strettamente legati al papa per interessi economici e ne ammettevano l'ingerenza negli affari interni di Firenze.
La rivalità tra i guelfi bianchi e i guelfi neri fu al centro della vita sociale e politica, tra la fine del XIII secolo e il primo decennio del Trecento a Firenze, a Pistoia e in altre città della Toscana. Episodi storici legati ai contrasti nati all'interno del Partito guelfo sono ampiamente trattati nella Divina Commedia che proprio in quegli anni veniva scritta da Dante Alighieri.

Bianchi e neri a Pistoia

« Queste due parti, Neri e Bianchi, nacquono d'una famiglia che si chiamava Cancellieri, che si divise: per che alcuni congiunti si chiamarono Bianchi, gli altri Neri; e così fu divisa tutta la città »
(Dino Compagni, Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi, Libro I, 25)


Secondo un racconto del cronista storico Giovanni Villani, suffragato anche da altre testimonianze come Dino Compagni, è a Pistoia[1] che si formarono per la prima volta le due fazioni nel partito guelfo. Era nata infatti una lite tra i figli di primo e secondo letto di un Cancellieri definiti «bianchi» e «neri» per il colore dei capelli, essendo quelli di primo letto più anziani. L'Anonimo Pistoiese, nelle Istorie Pistolesi riportò: che lo scontro avvenne tra Carlino di messer Gualfredi di parte Bianca e Dore di messer Guiglielmo di parte nera. Le due fazioni presto spaccarono a metà la città, con le cariche di governo che venivano ormai elette a metà tra un partito e l'altro, a sancire la definitiva esistenza degli schieramenti. La situazione pistoiese era ben nota ai fiorentini, che vi inviavano da tempo un podestà a guidare la città, e che spesso cercavano di avvantaggiarsi da questa situazione di debolezza, intascando denari tramite magistrati poco scrupolosi, che con leggerezza assegnavano multe per le frequenti discordie, sulle cui ammende pecuniarie per legge avevano diritto ad una percentuale.
A capo della fazione dei neri c'era Simone da Pantano, amico di Corso Donati, mentre a capo dei bianchi c'era Schiatta Amati, imparentato con i Cerchi di Firenze. Entrambi erano esponenti della famiglia Cancellieri.
I contendenti o i litigiosi della famiglia che avevano creato disordini in città tra il 1294 e il 1296 vennero esiliati nella vicina città di Firenze dove gli uni, i bianchi, troveranno l'appoggio della famiglia dei Cerchi e gli altri, i neri, della famiglia dei Donati. Successivamente questa divisione, tra chi pur difendendo il Pontefice non precludeva il ritorno o la necessità dell'imperatore (cioè i guelfi bianchi) e chi invece trovava indispensabile che il governo dovesse essere affidato al Papa perché "misso domenici" (mandato dal Signore), si fece sempre più aspra fino a che si arrivò allo scontro nella città di Firenze che fu vinto dai neri con il conseguente esilio di tutti i guelfi bianchi tra cui Dante Alighieri.

Cerchi e Donati a Firenze
Dopo la cacciata dei ghibellini dalla città e la loro definitiva sconfitta nella Battaglia di Campaldino (1289), si auspicava un periodo di pace per la città di Firenze, ma le rivalità, prima a livello semplicemente personale e poi familiare, si estesero gradualmente a tutta la città, dando vita a una nuova divisione, quella fra guelfi bianchi e neri, capitanati rispettivamente dalle famiglie dei Cerchi e dei Donati.
A Firenze i due schieramenti nacquero gradualmente a partire da alcuni litigi familiari causati da questioni di vicinato: i Cerchi, mercanti di recente ricchezza (Dante li chiama la parte selvaggia cioè campagnola) avevano comprato alcune case, già dei Conti Guidi, accanto a quelle degli orgogliosi Donati ed erano nati alcuni dissidi legati ai più vari motivi di convivenza. Le odierne Torre dei Cerchi e Torre dei Donati a Firenze ci possono dare un'idea di dove si trovassero gli edifici familiari, anche se in antico i possedimenti di ciascuna famiglia erano estesi a molti più edifici confinanti. I rispettivi capifamiglia erano Vieri de' Cerchi e Corso Donati. Il cosiddetto vicolo dello Scandalo, un tortuoso vicoletto che serpeggia tra il Corso e Via degli Alighieri, fu creato nel Trecento proprio per dividere le proprietà delle due fazioni, quando nel momento di maggior astio si arrivò a minacciare di buttare giù i muri interni delle case per assaltare i nemici di notte.
La nascita di conflitti era favorita anche da un sistema giudiziario facilmente corruttibile e sprovvisto di solide leggi con le quali dirimere le controversie. Dino Compagni racconta di vari episodi che avevano come colpevole Corso Donati e il suo clan, ma attraverso la corruzione dei giudici essi riuscivano sempre a farla franca.

La nascita delle fazioni e lo scoppio delle violenze
All'inizio del Trecento questa rivalità si estese gradualmente e "a poco a poco tutti trascinò seco, anche i religiosi, anche le donne" (Isidoro Del Lungo 1112:123). Questo era dovuto al sistema delle cosiddette consorterie, cioè affiliazioni (clan) di famiglie alleate che condividevano politiche comuni, come era già successo all'epoca dei Buondelmonti e Amidei, che avevano portato alla divisione tra guelfi e ghibellini.
L'escalation della violenza tra le due fazioni fiorentine è ben narrata in tutte le cronache cittadine, da quella di Dino Compagni e quella di Giovanni Villani, per essere poi trasposta in più canti della Divina Commedia di Dante.
Dalla semplice invidia per chi avesse la torre più alta (i più ricchi Cerchi, rispetto ai più antichi Donati o ai loro alleati Pazzi), si passò a una serie di screzi e di maldicenze reciproche. Corso Donati, rimasto da poco vedovo si risposò con Tessa Ubertini (1296), parente dei Cerchi, ma negò alla famiglia di lei alcuna parte su un'eredità che spettava alla donna, nonostante il ricorso alla magistratura dei Cerchi. Essi ne ebbero molto a male e questo fatto di soldi fu il primo screzio in assoluto tra le due parti.
Un secondo episodio è quello di una zuffa tra alcuni giovani membri delle famiglie, probabilmente solo adolescenti: poiché nessuna delle due parti volle pagare la multa pecuniaria per il disordine, essi vennero trattenuti nel Palazzo del Podestà (il Bargello), dove però ai Cerchi vennero somministrati dei migliacci avvelenati, che fecero star male chi li mangiò, e sei persone ne morirono (quattro Cerchi, un Portinari e un Bronti), maleficio del quale venne accusato Corso Donati, ma non fu provata la sua colpevolezza (1298). Dopo questo episodio i Cerchi si allontanarono dalle riunioni della Parte guelfa, dando vita a una specie di contro-schieramento, con il quale iniziarono a essere solidali molti cittadini (Lapo Saltarelli, Donato Ristori e numerosi popolani), indignati dal comportamento dei Donati.
Il terzo episodio di rilievo si ebbe in occasione di una cerimonia funebre per la sepoltura di una donna avvenuta in Oltrarno in piazza de' Frescobaldi, vicino al primitivo Ponte di Santa Trinita (probabilmente gennaio 1297). I fatti sono egregiamente descritti dal Compagni:
« Essendo a sedere, i Donati e i Cerchi, in terra (quelli che non erano cavalieri), l'una parte al dirimpetto all'altra, uno o per racconciarsi i panni o per altra cagione, si levò ritto. Gli adversari, per sospetto, anche si levorono, e missono mano alle spade; gli altri feciono il simile: e vennono alla zuffa »
(Libro I, XX)
Lo scontro vero e proprio fu evitato per l'intervento di altri uomini che bloccarono i riottosi, ma la sera numerosi cittadini si riunirono sotto le case dei Cerchi offrendosi di andare a punire i Donati dell'affronto. Essi si rifiutarono categoricamente di ricorrere alle armi. La pacificità dei Cerchi (indicata come viltà da Dante) sarà il leitmotiv di tutta la storia, rifiutando sempre essi di provocare quel colpo di mano che gli avrebbe assicurato una (forse) facile vittoria per la grande maggioranza di cittadini a loro solidali e alleati. Piuttosto i Cerchi vantavano come minaccia il fatto di avere alleati a Pisa e a Arezzo, che avrebbero potuto muovere contro Firenze. Si trattava di città ghibelline e vantare un'alleanza con i ghibellini poteva essere però un'arma doppio taglio.
Infatti la notizia della simpatia tra Cerchi e ghibellini non tardò ad arrivare alle orecchie di Bonifacio VIII, il quale però ancora non aveva preso parte nello schieramento ("tal che testé piaggia" dice Dante su Bonifacio in Inf VI 69, cioè colui che ora, nell'anno 1300, si tiene in bilico). Bonifacio VIII aveva infatti molti interessi in Firenze, essendo il centro finanziario più importante della penisola e dovendo ai capitali fiorentini il finanziamento delle sue attività. Egli mandò un paciere a Firenze, il cardinale Matteo d'Acquasparta (giugno 1300), il quale però se ne ripartì presto perché le parti non gli diedero delega per prendere decisioni. Il cardinale si stabilì allora a Lucca.
Nel frattempo il Consiglio dei Cento, nel quale sedevano anche Dino Compagni e Dante Alighieri in qualità di priori, prese la decisione di confinare i capi delle due fazioni nel tentativo freddare gli animi. La disposizione, vedremo presto, che non ebbe alcun esito, e lo stesso Dante faceva risalire proprio a questo suo intervento nel governo la sua rovina, poiché in questa occasione si era attirato le rimostranze sia dei nemici che degli amici.
I capi donateschi vennero mandati a Castel della Pieve (vicino a Urbino) e furono Corso Donati e suo fratello Sinibaldo, Rosso e Rossellino della Tosa, Pazzino e Giacchinotto de' Pazzi, Geri Spini e Porco Ranieri. La parte dei Cerchi fu spedita all'estremo opposto della Toscana, a Sarzana. Vennero confinati Gentile, Torrigiano e Carbone de' Cerchi, Guido Cavalcanti, Baschieri della Tosa, Baldinaccio Adimari e Naldo dei Gherardini di Montagliari.
I Donati però furbescamente attesero che i capi avversari partissero e si rifiutarono di lasciare a loro volta la città. In quel momento critico, durante il quale avrebbero con facilità preso la signoria, il Cardinale d'Acquasparta marciò su Firenze in aiuto dei Donati con l'esercito lucchese. La sua avanzata fu subito bloccata con la diplomazia e egli entrò in città ma senza esercito. Qui si palesò che come paciere egli era in verità incaricato di favorire la parte dei Donati, il che scatenò un certo malcontento verso la sua figura falsamente neutrale. Partì dalla città poco dopo per non rimettervi più piede.

I fatti di sangue di Calendimaggio
L'inizio della lotta armata vera e propria si ebbe per causa di una zuffa tra giovani esponenti delle due casate. Il 1 maggio (Calendimaggio) del 1300, nacque una baruffa tra i componenti delle due famiglie in piazza Santa Trinita. Durante la lotta armata Ricoverino de' Cerchi ebbe il naso tagliato via da un donatesco, forse Piero Spini, forse uno dei Pazzi. Questo fu il primo fatto di sangue dello scontro.
« Il quale colpo fu la distruzione della nostra città, perché crebbe molto odio tra i cittadini »
(Dino Compagni, Cronica, Libro 1, XXII)
Dopo questo episodio Corso Donati e altri ruppero il confino andandosene a Roma a pregare il papa di intervenire perché ormai si erano formate due fazioni in lotta una delle quali, quella cerchiesca si era alleata con i ghibellini. Il papa convocò a Roma Vieri de' Cerchi per farsi dare spiegazioni, ed egli si recò diligentemente riferendo come la sua fede guelfa fosse salda, ma come non fosse possibile riappacificarsi con l'altro partito. I Cerchi confinati, con il sostegno di Lotteringo Gherardini tornarono allora in città e poco dopo seguirono anche i capi dei Donati. Lo stesso autunno Bonifacio VIII nominò Carlo Valois, fratello di Filippo il Bello di Francia, Paciaro di Toscana, una carica non ben definita e che molti giudicarono come minacciosa.
In quel periodo giunsero a Firenze anche gli esiliati di parte nera di Pistoia e da allora, alleati dei Donati fiorentini e da allora le due fazioni si chiamarono dei bianchi e neri.
La linea politica dei neri si sviluppò sempre più chiaramente come di stampo elitario, filopapale, espressione della nuova nobiltà mercantile e cittadina, mentre i bianchi, nelle cui file militavano Dante Alighieri e Petracco, il padre di Francesco Petrarca, erano più vicini al popolo e con una visione politica più equidistante tra il papato e l'Impero. In buona sostanza, guardando anche ai fatti economici, i neri ritenevano che pur di poter mettere le mani sulla gestione finanze pontificie, privilegio che allora e nel secolo a venire era riservato ai banchieri fiorentini, qualsiasi ingerenza papale era ben accetta, mentre i bianchi ritenevano necessario innanzitutto il mantenimento delle libertà e della struttura repubblicana e quindi, anche il mantenimento delle prerogative della più antica nobiltà signorile e feudale. Non a caso tra i bianchi militavano esponenti di famiglie feudali come i Gherardini di Montagliari, che per l'ultima volta, tentarono di opporsi alla nascita di una Firenze "comunale".

L'esilio dei neri
I Donati vennero scoperti di aver tramato di eliminare la parte bianca in un consiglio segreto tenutosi in Santa Trinita (giugno 1301). Una volta scoperto il cosiddetto Consiglio di Santa Trinita (vi era implicato anche Simone de' Bardi, marito di Beatrice Portinari), i neri vennero puniti duramente, con l'esilio dei capi della fazione, multe e confische. È la fugace vittoria dei bianchi citata da Dante nella profezia di Ciacco:

« [...] Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l'altra con molta offensione. »
(Inferno VI, 64-66)


Arrivati alla corte pontificia, sicuri di essere accolti dal Papa e dai numerosi istituti di credito nelle loro mani che operavano proficuamente a Roma, i neri raccontarono a Bonifacio della loro sconfitta e questi in tutta risposta fece intervenire Carlo di Valois in città, nonostante la famosa ambasceria dei Cerchieschi nella quale figurava come ambasciatore Dante Alighieri, assieme a Maso Minerbetti e il Corazza da Signa.

L'intervento di Carlo di Valois e l'esilio dei bianchi
Il principe francese si trovava a Firenze dal 1 novembre 1301, in una visita di cortesia mascherata, che generava molta inquietudine nei fiorentini. Vi era entrato in pompa magna, con cavalli e fanti di picche, con l'intento ufficiale di riportare la pace tra le fazioni in lotta, e giurando solennemente di non arrecare danno alla città e alle sue istituzioni per nessuna ragione. Molti sono gli aneddoti che riporta il Compagni, come quello secondo il quale Carlo invitò i priori presso la sua residenza nelle case dei Frescobaldi: essi tuttavia ebbero sospetto e solo tre andarono[5], i quali, una volta lì, si resero conto loro malgrado di non essere desiderati e che l'invito era stato forse solo un maldestro tentativo di imprigionarli tutti.
Il Valois iniziò tuttavia a promulgare leggi dure e richiese il pagamento di tributi per la sovvenzione della sua milizia. Egli aveva inoltre provveduto a nominare alla suprema magistratura fiorentina, quella di podestà, Cante Gabrielli da Gubbio, uomo fedele alla Chiesa ed ai disegni politici di Bonifacio VIII (9 novembre 1301).
La progressiva occupazione del potere fece sì che non ci furono reazioni quando i Donati iniziarono a rientrare in città alla spicciolata, non solo violando la disposizione dell'esilio, ma dandosi a saccheggi, omicidi e altre efferatezze. Carlo di Valois si risolse anche all'utilizzo di stratagemmi, con lo scopo di eliminare gli elementi a lui ostili, come in occasione della scoperta di un documento che avrebbe provato l'esistenza di una congiura contro la sua persona (1302). Questo documento, tuttora esistente nell'Archivio di Stato, è rappresentato da un atto notarile stipulato tra i Cerchi, i Gherardini e la Repubblica di Siena: tuttavia non è mai stato chiarito se si trattasse di un originale o di una messinscena architettata dai neri, come piuttosto sembrerebbe. Fatto sta, che quella fu la scusa anche per sradicare dal contado le ultime frange della nobiltà signorile e di fatto, con la distruzione del castello di Montagliari, finì l'epoca feudale in Toscana.
All'ottobre 1302 il potere era ormai in mano ai neri che si erano insediati in tutti gli uffici governativi con l'appoggio del papa e del Valois. Al 30 giugno 1302, termine della sua podesteria, Cante Gabrielli si era reso responsabile di 170 condanne a morte ed dell'espulsione di circa seicento cittadini della fazione dei bianchi.

Avvicinamento tra guelfi bianchi e ghibellini
La cacciata da Firenze, con l'esperienza dell'esilio ed i tentativi di rientrare in città con la forza, spinse i guelfi bianchi a cercare l'appoggio del partito ghibellino, come prova ad esempio la battaglia (1303) presso Castel Puliciano, che vide i fuoriusciti fiorentini uniti ai ghibellini di Scarpetta Ordelaffi, signore di Forlì, presso cui Dante si era rifugiato, quell'anno, ricevendone la qualifica di segretario. Ecco come introduce l'episodio Dino Compagni: «La terza disaventura ebbono i Bianchi e Ghibellini (la quale gli accomunò, e i due nomi si ridussono in uno) per questa cagione: che essendo Folcieri da Calvoli podestà di Firenze, i Bianchi chiamorono Scarpetta degli Ordalaffi loro capitano, uomo giovane e temperato, nimico di Folcieri».
I due, in effetti, erano già avversari in patria, a Forlì, dove prevalse il partito degli Ordelaffi. Ma, nella battaglia in questione, il vincitore fu Fulcieri.

Tosinghi e Donateschi
Dopo la cacciata dei bianchi, i conflitti cittadini si quietarono ma solo per poco: Rosso della Tosa e Corso Donati, entrambi guelfi neri, si scontrarono l'un l'altro per il governo della città, dando origine ancora a due nuove fazioni, dei "tosinghi" e dei "donateschi". Per esempio nel 1301 i Tosinghi erano riusciti a imporre il loro controllo sulla diocesi con il vescovo loro congiunto Lottieri della Tosa. A questo Corso aveva risposto prima alleandosi coi Cavalcanti (che ebbero le proprie case incendiate a causa di questa alleanza), poi, alcuni anni dopo, arrivando a cercare alleanza tra i fuorusciti ghibellini, destando le ire della fazione dei Tosinghi, che nel 1310 cercarono di assassinarlo, riuscendoci dopo una tumultuosa giornata (ricordata da Dante in Purgatorio, Canto XXIV, v. 79-87), che vide anche il saccheggio e l'incendio delle case di Corso.
Dopo questo ennesimo episodio di violenza e la cacciata dei Donateschi, la città iniziò a normalizzare la propria vita politica e sociale, mentre nuove famiglie stavano sorgendo all'orizzonte.

Famiglie bianche e nere a Pistoia e a Firenze
Guelfi bianchi
Cerchi
Adimari (una parte)
Alighieri
Amuniti
Angiolieri
Cavalcanti
Della Tosa (una parte)
Corsini (una parte)
Falconieri
Gherardini
Mozzi
Orlandini
Ruffoli
Scali
Salterelli
Simonetti
Castracani
Quartigiani
Panciatichi

Guelfi neri
Donati
Adimari (una parte)
Bardi
Bordoni
Cerretani
Della Tosa (una parte)
Franceschi
Frescobaldi
Gianfigliazzi
Pazzi
Rinaldi
Rossi
Tornaquinci (poi Tornabuoni)
Spini
Corsini (una parte)

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