ISTRUZIONE E LETTERATURA

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Guido Cavalcanti

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:44

Guido Cavalcanti (Firenze, intorno al 1258 – Firenze, 29 agosto 1300) è stato un poeta italiano del Duecento.

Biografia
Guido Cavalcanti, figlio di Cavalcante dei Cavalcanti, nacque a Firenze intorno all'anno 1258 in una nobile famiglia guelfa che nel 1260 fu travolta dalla sconfitta di Montaperti. Sei anni dopo, in seguito alla disfatta dei ghibellini nella battaglia di Benevento, i Cavalcanti riacquistano la preminente posizione sociale e politica a Firenze. Nel 1267 a Guido fu promessa in sposa Bice, figlia di Farinata degli Uberti, capo della fazione ghibellina. Da Bice, Guido avrà i figli Tancia e Andrea.
Nel 1280 Guido è tra i firmatari della pace tra guelfi e ghibellini e quattro anni dopo siede nel Consiglio generale al Comune di Firenze insieme a Brunetto Latini e Dino Compagni. Secondo lo storico Dino Compagni a questo punto avrebbe intrapreso un pellegrinaggio a Santiago di Compostela. Pellegrinaggio alquanto misterioso, se si considera la fama di ateo e miscredente del poeta. Il poeta minore Niccola Muscia, comunque, ce ne dà un'importante testimonianza attraverso un sonetto. Il 24 giugno 1300 Dante Alighieri, priore di Firenze, è costretto a mandare in esilio l'amico nonché maestro Guido con i capi delle fazioni bianca e nera in seguito a nuovi scontri. Cavalcanti si reca allora a Sarzana e si pensa che fu allora che scrisse la celebre ballata Perch'i' no spero di tornar giammai. Il 19 agosto gli è revocata la condanna per l'aggravarsi delle sue condizioni di salute (ha forse contratto la malaria). Il 29 agosto muore, pochi giorni dopo essere tornato a Firenze probabilmente di malaria che aveva preso in esilio.
È ricordato - oltre che per i suoi componimenti - per essere stato citato da Dante (del quale fu amico assieme a Lapo Gianni) nel celebre nono sonetto delle Rime Guido, i'vorrei che tu, Lapo ed io. Dante lo ricorda anche nella Divina Commedia (Inferno, canto X e Purgatorio, canto XI) e nel De vulgari eloquentia, mentre Boccaccio lo cita nel Commento alla Divina Commedia e in una novella del Decameron.

La personalità
La sua personalità, aristocraticamente sdegnosa, emerge dal ricordo che ne hanno lasciato gli scrittori contemporanei: dai cronisti Dino Compagni e Giovanni Villani a novellieri come Boccaccio e Franco Sacchetti. Si legga il ritratto di Dino Compagni: "Un giovane gentile, figlio di messer Cavalcante Cavalcanti, nobile cavaliere, cortese e ardito ma sdegnoso e solitario e intento allo studio". La diceria raccolta da Boccaccio, secondo cui Cavalcanti professava princìpi irreligiosi ed eretici, non è suffragata da prove concrete. Essa va riferita, piuttosto, a un interesse per i problemi filosofici che si collega strettamente anche alla ricerca poetica, come risulta dalla grande canzone dottrinale Donna me prega, certamente il testo più arduo e impegnato, anche sul piano concettuale, di tutta la poesia stilnovistica.

Opere
I componimenti pervenutici di Cavalcanti sono 52, tra cui 36 sonetti, 11 ballate 2 canzoni, 2 stanze isolate e un mottetto.
I temi delle sue opere sono quelli cari agli stilnovisti; in particolare la sua canzone "manifesto" Donna me prega è incentrata sugli effetti prodotti dall'amore.
La concezione filosofica su cui egli si basa è l'aristotelismo radicale promosso dal commentatore arabo Averroè (il cui vero nome è Ibn Rushd), che sosteneva la divisione dell'anima dell'essere umano in anima vegetativa (o naturale), anima intellettuale, anima sensitiva. Dalla prima, che aveva sede nello stomaco, alla seconda che era situata nel cervello, alla terza che era posta nel cuore. A presiedere le funzioni delle anime citate v'erano poi gli spiritelli. Va da sé che, avendo le anime funzioni differenti, solo collaborando esse potevano raggiungere il sinolo, l'armonia perfetta. Istantanea è la deduzione che, colpendo l'amore l'anima sensitiva e squarciandola e devastandola, si comprometteva il sinolo e ne risentiva molto l'anima vegetativa (come si sa l'innamorato non mangia, non dorme.. ecc.ecc.) Da qui la sofferenza dell'anima intellettiva che, destatasi per la rottura del sinolo, rimane impotente spettatrice della devastazione. È così che l'innamorato giunge alla morte spirituale. La donna, avvolta come da un alone mistico, rimane così irraggiungibile e il dramma si consuma nell'animo dell'amante.
Rispetto a Guinizzelli e a Dante si nota l'assenza della concezione religiosa; sappiamo da Dante e Boccaccio che Cavalcanti era ateo. La donna infatti non è tramite verso Dio e l'amore, anziché strumento di elevazione dell'anima, è soprattutto angoscia e sbigottimento.
Il poetare di Cavalcanti, dal ritmo soave e leggero che può sembrare banale, nasconde in realtà una grande sapienza retorica. I versi di Cavalcanti possiedono una fluidità melodica,che nasce dal ritmo degli accenti,dai tratti fonici del lessico impiegato, dall'assenza di spezzettature, pause, inversioni sintattiche. Sappiamo inoltre che Cavalcanti, oltre che poeta, fu anche un abile filosofo (scrive Boccaccio: "lo miglior loico che il mondo avesse mai avuto"), ma non ci resta nulla delle sue opere in proposito, ammesso che ne abbia effettivamente scritte.

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Dante Alighieri

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:44

Dante Alighieri / Alighiero, detto semplicemente Dante, battezzato come Durante di Alighiero degli Alighieri (Firenze, tra il 22 maggio e il 13 giugno 1265 – Ravenna, 14 settembre 1321), è stato un poeta, scrittore e politico italiano. Considerato il padre della lingua italiana, è l'autore della Comedìa, divenuta celebre come Divina Commedia e universalmente considerata la più grande opera scritta in italiano e uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale.
Il suo nome, secondo la testimonianza di Jacopo Alighieri, è un ipocoristico di Durante: nei documenti era seguito dal patronimico Alagherii o dal gentilizio de Alagheriis, mentre la variante Alighieri si affermò solo con l'avvento di Boccaccio.
È conosciuto come il Sommo Poeta, o, per antonomasia, il Poeta.

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Vita

I primi anni e le origini familiari
La data di nascita di Dante è sconosciuta anche se, in genere, viene indicata attorno al 1265, sulla base di alcune allusioni autobiografiche riportate nella Vita Nova e nella cantica dell'Inferno - che comincia con il verso "Nel mezzo del cammin di nostra vita": poiché in altre sue opere, seguendo una tradizione ben nota, la metà della vita dell'uomo viene considerata di 35 anni, e svolgendosi il viaggio immaginario nel 1300, si risalirebbe al 1265. Alcuni versi del Paradiso ci dicono poi che egli nacque sotto il segno dei Gemelli, quindi in un periodo compreso fra il 21 maggio e il 21 giugno:

« con voi nasceva e s'ascondeva vosco
quelli ch'è padre di ogni mortal vita
quand'io senti' di prima l'aere tosco »

(Paradiso, XXII, vv. 115-117)

Secondo riferimenti indiretti è possibile poi risalire alla data di nascita di Dante nel periodo compreso tra il 14 maggio e il 13 giugno del 1265. Tuttavia, se sconosciuto è il giorno della sua nascita, certo invece è quello del battesimo: il 26 marzo 1266, Sabato Santo. Quel giorno vennero portati al sacro fonte tutti i nati dell'anno per una solenne cerimonia collettiva. Dante venne battezzato con il nome di Durante, poi sincopato in Dante, in ricordo di un parente ghibellino.
Boccaccio racconta che la sua nascita fu preannunciata da lusinghieri auspici. La madre di Dante infatti, poco prima di darlo alla luce, ebbe una visione: sognò di trovarsi sotto un alloro altissimo, in mezzo a un vasto prato con una sorgente zampillante insieme al piccolo Dante appena partorito, e di vedere il bimbo tendere la piccola mano verso le fronde, mangiare le bacche e trasformarsi in un magnifico pavone.
Dante nacque nell'importante famiglia fiorentina degli Alighieri, legata alla corrente dei guelfi, un'alleanza politica coinvolta in una complessa opposizione ai ghibellini; gli stessi guelfi si divisero poi in guelfi bianchi e guelfi neri.
Dante credeva che la sua famiglia discendesse dagli antichi Romani (Inferno, Canto XV, 76), ma il parente più lontano di cui egli fa nome è il trisavolo Cacciaguida degli Elisei (Paradiso, Canto XV, 135), vissuto intorno al 1100. Dal punto di vista giuridico perciò la presunta nobiltà derivantegli da questa ascendenza, già di per sé dubbia, si era comunque estinta da tempo. Il nonno paterno, Bellincione, era un popolano, e un popolano sposò la sorella di Dante.
Suo padre, Aleghiero o Alighiero di Bellincione, svolgeva la non gloriosa professione di compsor (cambiavalute), con la quale riuscì a procurare un dignitoso decoro alla numerosa famiglia. Era un guelfo ma senza ambizioni politiche: per questo i ghibellini, dopo la battaglia di Montaperti non lo esiliarono come altri guelfi, giudicandolo un avversario non pericoloso.
La madre di Dante era Bella degli Abati: Bella era diminutivo di Gabriella, Abati era un'importante famiglia ghibellina. Di lei si sa poco. Dante ne tacerà sempre.[5] Morì quando Dante aveva cinque o sei anni e Alaghiero presto si risposò con Lapa di Chiarissimo Cialuffi che mise al mondo Francesco e Tana (Gaetana) e forse anche - ma potrebbe essere stata anche figlia di Bella degli Abati - un'altra figlia ricordata dal Boccaccio come moglie del banditore fiorentino Leone Poggi e madre del suo amico Andrea Poggi. Si ritiene che a lei alluda Dante nella Vita Nova (XXIII, 11-12), chiamandola «donna giovane e gentile [...] di propinquissima sanguinitade congiunta».

Il matrimonio e la carriera politica
Quando Dante aveva dodici anni, nel 1277, fu concordato il suo matrimonio con Gemma, figlia di Messer Manetto Donati, che successivamente sposò all'età di vent'anni. Contrarre matrimoni in età così precoce era abbastanza comune a quell'epoca; lo si faceva con una cerimonia importante, che richiedeva atti formali sottoscritti davanti ad un notaio. La famiglia a cui Gemma apparteneva - i Donati - era una delle più importanti nella Firenze tardo-medievale e in seguito divenne il punto di riferimento per lo schieramento politico opposto a quello del poeta, i guelfi neri. Politicamente Dante apparteneva alla fazione dei guelfi bianchi, che, pur trovandosi nella lotta per le investiture schierati col papa, contavano molte famiglie della nobiltà signorile e feudale più antica ed erano contrari ad un eccessivo aumento del potere temporale papale. Dante, in particolare, nella sua opera De Monarchia auspicava l'indipendenza del potere imperiale dal papa, pur riconoscendo a quest'ultimo una superiore autorità morale.
Da Gemma Dante ebbe tre figli: Jacopo, Pietro e Antonia, e un possibile quarto, Giovanni. Antonia divenne monaca con il nome di Sorella Beatrice, sembra nel Convento delle Olivetane a Ravenna. Si dice fosse figlio suo anche un certo "Iohannes filius Dantis Aligherii de Florentia", che compare come testimone in un atto del 21 ottobre 1308 a Lucca.
A Firenze ebbe una carriera politica di discreta importanza: dopo l'entrata in vigore dei regolamenti di Giano della Bella (1295), che escludevano l'antica nobiltà dalla politica permettendo ai ceti intermedi di ottenere ruoli nella Repubblica, purché iscritti a un'Arte, Dante si immatricolò all'Arte dei Medici e Speziali.
L'esatta serie dei suoi incarichi politici non è conosciuta, poiché i verbali delle assemblee sono andati perduti. Comunque, attraverso altre fonti, si è potuta ricostruire buona parte della sua attività: fu nel Consiglio del popolo dal novembre 1295 all'aprile 1296; fu nel gruppo dei "Savi", che nel dicembre 1296 rinnovarono le norme per l'elezione dei priori, cioè dei massimi rappresentanti di ciascuna Arte; dal maggio al settembre del 1296 fece parte del Consiglio dei Cento. Fu inviato talvolta nella veste di ambasciatore, come nel maggio del 1300 a San Gimignano. Lo stesso anno fu priore dal 15 giugno al 15 agosto.
Nonostante l'appartenenza al partito guelfo, egli cercò sempre di osteggiare le ingerenze del suo acerrimo nemico papa Bonifacio VIII. Con l'arrivo del cardinale Matteo d'Acquasparta, inviato come paciere, almeno nominale (in realtà spedito dal papa per ridimensionare la potenza della parte dei guelfi bianchi, in quel periodo in piena ascesa sui Neri), Dante cercò, con successo, di ostacolare il suo operato. Egli stesso si recò dal papa per cercare di trovare un compromesso alla pace ma durante il viaggio venne bloccato e condannato in contumacia.
Quale membro del Consiglio dei Cento, fu tra i promotori del discusso provvedimento che spedì ai due estremi della Toscana i capi e le "teste calde" delle due fazioni. Questo non solo fu una disposizione inutile (presto essi tornarono alla spicciolata) ma fece rischiare un colpo di stato da parte dei Neri, che stavano per approfittare della situazione quando i Bianchi erano senza leader, ritardando oltre misura l'inizio del loro esilio. Inoltre il provvedimento attirò sui responsabili, Dante compreso, sia l'odio della parte nemica sia la diffidenza degli "amici", e da lui stesso fu definito come l'inizio della sua rovina.
Con l'invio di Carlo di Valois a Firenze, mandato dal papa come teorico paciere, ma di fatto conquistatore, la Repubblica spedì a sua volta a Roma un'ambasceria di cui faceva parte essenziale Dante stesso, accompagnato da Maso Minerbetti e da Corazza da Signa.
Dante si trovava quindi a Roma, sembra trattenuto oltre misura da Bonifacio VIII, quando Carlo di Valois, al primo subbuglio cittadino prese pretesto per mettere a ferro e fuoco Firenze con un colpo di mano. Il 9 novembre 1301 Cante Gabrielli da Gubbio fu nominato Podestà di Firenze. Questi appartenente ai guelfi neri, diede inizio ad una politica di sistematica persecuzione degli esponenti politici di parte bianca ostili al papa, e che si risolse alla fine nella loro uccisione o nell'esilio. Con due condanne successive, quella del 27 gennaio e quella del 10 marzo 1302, che colpirono inoltre numerosi esponenti delle famiglie dei Cerchi e soprattutto dei Gherardini di Montagliari, il poeta fu condannato da Cante Gabrielli, in contumacia, al rogo e alla distruzione delle case. Dante fu raggiunto dal provvedimento di esilio a Roma e non rivide mai più Firenze.

Gli anni dell'esilio e la morte
Durante l'esilio, Dante fu ospite di diverse corti e famiglie della Romagna, fra cui gli Ordelaffi, signori ghibellini di Forlì, dove probabilmente si trovava quando l'imperatore Enrico VII di Lussemburgo entrò in Italia. Qui è possibile che abbia conosciuto le opere del famoso pensatore ebreo Hillel ben Samuel da Verona, che era da poco morto, dopo aver trascorso a Forlì gli ultimi anni della sua vita.
Dopo i falliti tentati colpi di mano del 1302, Dante, in qualità di capitano dell'esercito degli esuli, organizzò insieme a Scarpetta Ordelaffi, capo del partito ghibellino e signore di Forlì, un nuovo tentativo di rientrare a Firenze. L'impresa, però, fu sfortunata: il podestà di Firenze, un altro forlivese (nemico degli Ordelaffi), Fulcieri da Calboli, riuscì ad avere la meglio nella battaglia di Castel Puliciano; fallita, anche, l'azione diplomatica nella primavera del 1304, del cardinale Niccolò da Prato, legato pontificio di papa Benedetto XI, sul quale Dante aveva riposto molte speranze, il 20 luglio dello stesso anno i Bianchi, riuniti alla Lastra, una località a pochi chilometri da Firenze, decisero di intraprendere un nuovo attacco militare contro i Neri. Dante, ritenendo corretto aspettare un momento politicamente più favorevole, si schierò contro l'ennesima lotta armata, trovandosi in minoranza al punto che i più intransigenti formularono su di lui dei sospetti di tradimento, decise di non partecipare alla battaglia e prendere le distanze dal gruppo. Come preventivato dallo stesso, la battaglia di Lastra fu un vero e proprio fallimento con la morte di quattrocento uomini fra ghibellini e bianchi. Il messaggio profetico ci arriva da Cacciaguida:

« Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sí ch'a te fia bello
averti fatta parte per te stesso. »

(Paradiso, Canto XVII, 67-69)

Dante tornò a Forlì ancora nel 1310-1311 e nel 1316 (data incerta, quest'ultima).
Nel sepolcro di Dante, sotto un piccolo altare si trova l'epigrafe in versi latini dettati da Bernardo da Canaccio nel 1366:

(LA)
« IURA MONARCHIAE SUPEROS FLEGETONTA LACUSQUE
LUSTRANDO CECINI VOLUERUNT FATA QUOUSQUE SED QUIA PARS MELIORIBUS HOSPITA CASTRIS ACTOREMQUE SUUM PETIIT FELICIOR ASTRIS HIC CLAUDOR DANTES PATRIIS EXTORRIS AB ORIS QUEM GENUIT PARVI FLORENTIA MATER AMORIS. »

(IT)
« I diritti della monarchia, i cieli e le acque di Flegetonte (gli inferi) visitando cantai finché volsero i miei destini mortali. Poiché però la mia anima andò ospite in luoghi migliori, ed ancor più beata raggiunse tra le stelle il suo Creatore, qui sto racchiuso, (io) Dante, esule dalla patria terra, cui generò Firenze, madre di poco amore. »

Studi
Poco si sa circa gli studi di Dante. La cultura dantesca, formatasi in un contesto educativo totalmente diverso da quello attuale, è ricostruibile, in assenza di dati documentari affidabili, innanzitutto a partire dalle opere. Si ottiene così l'immagine di un attento studioso di teologia, filosofia, fisica, astronomia, grammatica e retorica: in breve, di tutte le discipline del trivium e del quadrivium previste dalle scuole e dalle Universitates medievali.
Ad ogni modo, è probabile che il poeta abbia frequentato gli studia religiosi e laici di cui si ha notizia a Firenze. Alcuni ritengono che Dante abbia studiato presso l'Università di Bologna, ma non vi sono prove in proposito. In un verso della Divina Commedia (Paradiso, Canto X, 133-138) Che, leggendo nel Vico de li Strami, silogizzò invidïosi veri, Dante allude a Rue du Fouarre, dove si svolgevano le lezioni della Sorbona: questo ha fatto pensare a qualche commentatore, in modo puramente congetturale, che Dante possa essersi realmente recato a Parigi.
Ovviamente, la cultura ufficiale delle Università era essenzialmente in lingua latina. Di conseguenza, la cultura letteraria di Dante è basata principalmente sugli autori latini: in particolare Virgilio, che ebbe un'influenza determinante sulle opere dantesche. Dante, tuttavia, conobbe certamente un buon numero di poeti volgari, sia italiani che provenzali. Nelle sue opere è evidente il legame con la poesia toscana di Guittone d'Arezzo e di Bonagiunta Orbicciani (cfr. Purgatorio, Canto XXIV, 52-62), di Guido Guinizzelli e della Scuola poetica siciliana - una corrente letteraria attiva alla corte di Federico II, corrente che si esprimeva in volgare e che proprio allora stava cominciando ad essere conosciuta in Toscana, avendo in Giacomo da Lentini (il famoso "Notaro" di cui alla citazione precedente) il suo maggior esponente. La conoscenza del provenzale da parte di Dante è ricostruibile sia dalle citazioni contenute nel De vulgari eloquentia sia dai versi provenzali inseriti nel Purgatorio (Canto XXVI, 140-147).
Alla scelta di Dante di utilizzare la lingua volgare per scrivere alcune delle sue opere possono avere influito notevolmente le opere di Andrea da Grosseto, letterato del Duecento che utilizzava la lingua volgare da lui parlata, il dialetto grossetano dell'epoca, per la traduzione di opere prosaiche in latino, come i trattati di Albertano da Brescia.
In virtù dei suoi interessi, Dante apprese la tradizione dei menestrelli, dei poeti provenzali e la stessa cultura latina, professando, come già detto, una devozione particolare per Virgilio:

« Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore. »

(Inferno, Canto I, 85-87)

Dovrebbe essere sottolineato che, durante il Medioevo, le rovine dell'Impero romano decaddero definitivamente, lasciando spazio a dozzine di piccoli stati: la Sicilia, ad esempio, era tanto lontana - culturalmente e politicamente - dalla Toscana quanto lo era la Provenza. Le stesse regioni, in buona sostanza, non condividevano una lingua o una cultura comune né tanto meno potevano usufruire di facili collegamenti. Sulla base di queste premesse, è possibile supporre che Dante fosse per la sua epoca un intellettuale aggiornato, acuto e con interessi, come si direbbe oggi, internazionali.

Lo Stilnovo e Beatrice
A diciotto anni Dante incontrò Lapo Gianni, Cino da Pistoia e subito dopo Brunetto Latini: insieme essi divennero i capiscuola del Dolce stil novo. Brunetto Latini successivamente fu ricordato dal poeta nella Divina Commedia (Inferno, XV, 82) per quello che aveva insegnato a Dante, non come un semplice maestro ma come uno dei più grandi luminari che segnò profondamente la sua carriera letteraria e filosofica: maestro di retorica, abile compilatore di trattati enciclopedici, dovette iniziarlo alla letteratura cortese provenzale e francese, scrivendo il Tresor proprio in Francia. Brunetto mette in evidenza il rapporto tra gli studi di grammatica (latino) e di retorica e la filosofia amorosa cortese, gettando le basi degli interessi speculativi del futuro Dante. Altri studi sono inoltre segnalati, o sono dedotti dalla Vita Nova o dalla Divina Commedia, per ciò che riguarda la pittura e la musica.
All'età di nove anni Dante si innamorò di Beatrice, la figlia di Folco Portinari. Si è detto che Dante la vide soltanto una volta e mai le parlò (ma altre versioni sono da ritenersi ugualmente valide). Più interessante però, al di là degli scarni dati biografici che ci sono rimasti, è la Beatrice divinizzata e dunque sublimata della Vita Nova: l'angelo che opera la conversione spirituale di Dante sulla Terra, lo studio psicologico che compie il poeta sul proprio innamoramento. L'introspezione psicologica, l'autobiografismo, ignoto al Medioevo, guardano già al Petrarca e più lontano ancora, al Rinascimento. Il nome Beatrice assumerà soprattutto nella Divina Commedia la sua reale importanza, in quanto, etimologicamente parlando, significa Portatrice di Beatitudine, tanto che solo questa figura potrà condurre Dante lungo il percorso del Paradiso.
È difficile riuscire a capire in cosa sia consistito questo amore, ma qualcosa di estremamente importante stava accadendo per la cultura italiana: è nel nome di questo amore che Dante ha dato la sua impronta al Dolce stil novo e condurrà i poeti e gli scrittori a scoprire i temi dell'amore, in un modo mai così enfatizzato prima.
L'amore per Beatrice (come in modo differente Francesco Petrarca mostrerà per la sua Laura) sarà il punto di partenza per la formulazione della sua concezione del Dolce stil novo, nuova concezione dell'amor cortese sublimata dalla sua intensa sensibilità religiosa (il culto mariano con le laudi arrivato a Dante attraverso le correnti pauperistiche del Duecento, dai Francescani in poi), per poi approdare alla filosofia dopo la morte dell'amata, che segna simbolicamente il distacco dalla tematica amorosa e l'ascesa del Sommo Poeta verso la Sapienza, luce abbacinante e impenetrabile che avvolge Dio nel Paradiso della Divina Commedia.

Filosofia e politica
Quando Beatrice morì nel 1290, Dante cercò di trovare un rifugio nella letteratura latina. Dal Convivio sappiamo che aveva letto il De consolatione philosophiae di Boezio e il De amicitia di Cicerone. Egli allora si dedicò agli studi filosofici presso le scuole religiose come quella Domenicana in Santa Maria Novella. Prese parte alle dispute che i due principali ordini religiosi (Francescani e Domenicani) pubblicamente o indirettamente tennero in Firenze, gli uni spiegando la dottrina dei mistici e di San Bonaventura, gli altri presentando le teorie di San Tommaso d'Aquino. La sua "eccessiva" passione per la filosofia gli sarebbe stata successivamente rimproverata da Beatrice nel Purgatorio.
Dante fu anche soldato, e l'11 giugno 1289 combatté nella battaglia di Campaldino che vide contrapposti i cavalieri fiorentini ad Arezzo; successivamente, nel 1294, avrebbe fatto parte della delegazione di cavalieri che scortò Carlo Martello d'Angiò (figlio di Carlo II d'Angiò) quando questi si trovava a Firenze. Dante stesso cita Carlo Martello d'Angiò nella Divina Commedia (Paradiso, Canto VIII, 31 e Canto IX, 1).

Opere

Il Fiore e Detto d'Amore
Due opere poetiche in volgare di argomento, lessico e stile affini, collocate in un periodo cronologico che va dal 1283 al 1287, sono state attribuite con una certa sicurezza a Dante dalla critica novecentesca, soprattutto a partire dal lavoro del filologo dantesco Gianfranco Contini: Il Fiore e Detto d'Amore sono due elaborati poemetti inscrivibili nell'opera giovanile del poeta, precedente al soggiorno bolognese del 1287.

Le Rime
Le Rime sono una raccolta messa insieme e ordinata da moderni editori, che riunisce il complesso della produzione lirica dantesca dalle prove giovanili a quelle dell'età matura. Le rime giovanili comprendono componimenti che riflettono le varie tendenze della lirica cortese del tempo, quella guittoniana, quella guinizzelliana e quella cavalcantiana. Tra questo gruppo di testi Dante aveva scelto quelli che dovevano entrare a far parte della Vita Nova.

Vita Nova
La Vita Nova, che può essere considerata il racconto di una vicenda autobiografica resa come exemplum, narra la vita spirituale e l'evoluzione poetica di Dante; è strutturata in quarantadue (o trentuno[8]) capitoli in prosa collegati in una storia omogenea, che spiega una serie di testi poetici composti in tempi differenti, tra cui hanno particolare rilevanza la canzone-manifesto Donne ch'avete intelletto d'amore e il celebre sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare.
L'opera è consacrata all'amore per Beatrice e fu composta probabilmente tra il 1292 e il 1293. La composizione delle rime si può far risalire, secondo la cronologia che Dante fornisce, tra il 1283 come risulta dal sonetto A ciascun alma presa e dopo il giugno del 1291, anniversario della morte di Beatrice. Per stabilire con una certa sicurezza la data della composizione del libro nel suo insieme organico, ultimamente la critica è propensa ad avvalersi del 1300, data non superabile, che corrisponde alla morte del destinatario Guido Cavalcanti: "Questo mio primo amico a cui io ciò scrivo" (Vita Nova, XXX, 3).
Quest'opera ha avuto una particolare fortuna negli Stati Uniti, dove fu tradotta dal grande filosofo e letterato Ralph Waldo Emerson.

Convivio
Il Convivio (1304-1307) ... ...

De vulgari eloquentia
Contemporaneo al Convivio il De vulgari eloquentia è un trattato in lingua latina scritto da Dante Alighieri tra il 1303 e il 1304. ... ...

De Monarchia
L'opera venne composta in occasione della discesa di Arrigo VII tra il 1310 e il 1313. ... ...

Commedia
La Comedìa — titolo originale dell'opera — è il capolavoro del poeta fiorentino ed è considerata la più importante testimonianza letteraria della civiltà medievale nonché una delle più grandi opere della letteratura universale. Viene definita "comedia" in quanto scritta in stile "comico", ovvero non aulico. Un'altra interpretazione si fonda sul fatto che il poema inizia da situazioni piene di dolore e paura e finisce con la pace e la sublimità della visione di Dio. Dante iniziò a lavorare all'opera intorno al 1300 (anno giubilare, tanto che egli data al 7 aprile di quell'anno il suo viaggio nella selva oscura) e la continuò nel resto della vita, pubblicando le cantiche man mano che le completava. ... ...

Epistola XIII a Cangrande della Scala
L'Epistola XIII a Cangrande I della Scala, risalente agli anni tra il 1315 e 1317 ... ...

Egloghe
Le Egloghe sono due componimenti di carattere bucolico scritti in lingua latina tra il 1319 e il 1320 ... ...

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Dino Frescobaldi

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:45

Dino Frescobaldi (Firenze, 1271 – 1316 ca.) è stato un poeta italiano. Personaggio molto vicino a Dante Alighieri, è considerato uno dei maggiori esponenti dello stilnovismo: viene citato e lodato da Pietro Bembo e Boccaccio come assai famoso poeta stilnovista. Figlio di messer Lambertuccio Frescobaldi[3], discendente della ricca famiglia fiorentina dei Frescobaldi (dediti al commercio).
Essendo molto apprezzato dai contemporanei, i suoi sonetti e le sue canzoni sono circolate in grande numero, quindi il corpus è piuttosto vasto. Amico di Dante, nel 1305 mandò egli stesso al marchese Morello Malaspina, presso cui alloggiava Dante, i primi sette canti della Divina Commedia, pregando Dante che continuasse l'opera.
Dino Frescobaldi fu padre del poeta Matteo Frescobaldi.

Opere
Sonetti
Lodi della sua Donna
La sua Donna è divenuta una stella nel Cielo d'Amore

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Cino da Pistoia

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:45

Cino di Pistoia, altrimenti trascritto come Guittoncino di ser Francesco dei Sigisbuldi (Pistoia, 1270 – Pistoia, 1336), è stato un poeta e giurista italiano, di parte prima ghibellina e poi guelfa.

Biografia
La sua famiglia, i Sighibuldi, lo mandò a Bologna per studiare Diritto e per formarsi dal punto di vista letterario. Si parla inoltre- a partire da una tesi di von Savigny- di un suo soggiorno di due anni in Francia, a Orléans[1] (sede di una delle principali scuole di Diritto transalpine) dove sarebbe stato allievo di Pierre de Belleperche; circostanze che non risulta del tutto certa, specie alla luce del fatto che l'incontro fra Cino da Pistoia e Pierre de Belleperche sarebbe avvenuto a Bologna nel 1300, in occasione di alcune lezioni che il celebre giurista francese avrebbe tenuto presso l'Alma Mater durante la sua tappa bolognese del pellegrinaggio verso Roma, dove si stava tenendo il I Giubileo. Di tale incontro dà notizia Cino stesso in un passo del Commentario (7.47, de sententiis quae pro eo, n.6).
Amico di Dante Alighieri, nel 1302 fu costretto a lasciare Pistoia a causa della sua appartenenza alla parte ghibellina. Vi fece ritorno tre anni dopo, lavorò dapprima come giudice.
Si unì al seguito dell'Imperatore Arrigo VII, aderendo al suo programma di restaurazione del potere imperiale in Italia, e nell'ambito di tale progetto collaborò- in qualità di assessor- con Ludovico di Savoia, quando questi diventò senatore di Roma. A seguito della morte di Arrigo VII, avvenuta nell'agosto del 1313 a Buonconvento, si sarebbe ritirato momentaneamente dalla vita politica dedicandosi agli studi e redigendo il suo celebre Commentario al Codex e al Digesto giustinianei.
Avrebbe successivamente mutato radicalmente il suo pensiero politico, diventando un fedele guelfo, probabilmente per via di vari incarichi pubblici affidatigli da città guelfe.
Dal 1321 al 1333 insegnò diritto in diverse università italiane, tra cui Siena, Perugia - sede nella quale si sarebbe trattenuto più a lungo, e dove avrebbe incontrato il più celebre fra i suoi allievi, Bartolo da Sassoferrato- e Napoli, città, quest'ultima, nella quale conobbe Giovanni Boccaccio.

Il Cino giurista
Come giurista, Cino da Pistoia scrisse la Lectura super Codice, un grandioso commento al Codice giustinianeo, e iniziò un commento anche sul Digesto, che però rimase sostanzialmente incompleto (abbracciò solo il I libro, nove titoli del II e il De rebus creditis del XII). Detta opera è stata completata nel 1314; gran parte della sua redazione sarebbe dunque dovuta avvenire nel periodo di ritiro dalla vita pubblica che aveva seguito la morte di Arrigo VII.
Nel corso dell'attività didattica, per la quale si sarebbe in gran parte basato sulle glosse di Accursio, avrebbe redatto le Additiones: concepite originariamente come brevi appunti aggiuntivi alle glosse, sarebbero presto diventate dei brani di notevole lunghezza e consistenza, capaci di esaurire da sole una intera lectura universitaria. Dette additiones sarebbero state raccolte nella Lectura per viam additionum. È proprio da tali Additiones che ricaviamo gran parte del suo pensiero sul Digesto.
Verso la fine della sua vita si cimentò anche nel progetto di una Lectura super Digesto veteri- della quale però fece in tempo a scrivere pochi titoli- che sarebbe successivamente stata tramandata sotto il nome di Bartolo da Sassoferrato.
È grazie a tali lavori che Cino da Pistoia è considerato uno degli iniziatori della cd. Scuola dei Commentatori in Italia.
Il resto della sua produzione scientifica sarebbe consistita in Quaestiones e in Consilia.
Il suo pensiero politico si manifesta non di rado nell'ambito di tali opere: nella Lectura super Codice si possono osservare espressioni della sua fase ghibellina- delle quali la più evidente è il suo sostegno alla tesi sulla invalidità della Donazione di Costantino- mentre nelle successive opere si può notare il progressivo avvicinamento alle posizioni guelfe, manifestatasi nel suo appoggio alla ierocrazia, nonché la radicale ritrattazione della sua precedente tesi sulla Donazione di Costantino contenuta nella Lectura super Digesto veteri.
La prosa latina del Cino giurista risulta essere- e questo non è un caso- particolarmente chiara, sobria ed elegante.

Il Cino poeta
All'attività di giurista affiancò sempre quella di poeta stilnovista: compose un ampio numero di Rime, per le quali ebbero parole di apprezzamento sia Dante sia Petrarca e che, secondo Gianfranco Contini, ebbero un ruolo di mediazione "fra lo stilnovismo fiorentino, o si dica l'ideale melodico o di 'unione' che fu quello di Dante [...], e il melodismo supremo dell'altro suo più giovane amico, il Petrarca".[4] Secondo Francesco de Sanctis Cino da Pistoia fu maestro del Petrarca non solo nell'efficacia musicale del verso, ma anche per la compiutezza espressiva del volgare.
Un esempio particolarmente intenso ci è offerto dal sonetto CLI " Se non si move d'ogni parte Amore/Si dall'amato,come dall'amante,/Non può molto durar lo suo valore,/Che 'l mezzo Amor non è fermo,ne stante".

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Jehan Bretel

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:45

Jehan Bretel (1210 circa – 1272) è stato un troviero. Delle sue presunte 97 canzoni ce ne restano 96. A giudicare dai suoi contatti con altri trovieri, era famoso e popolare. Sette lavori di altri trovieri (Jehan de Grieviler, Jehan Erart, Jaques le Vinier, Colart le Boutellier e Mahieu de Gant) sono dedicati a Bretel e per un certo periodo fu il "Principe" del Puy d'Arras.
Bretel mantenne la carica ereditaria di sergente all'Abazia di Saint Vaast ad Arras, in qualità di sovrintendente ai diritti dell'abazia sul fiume Scarpe. Infatti in un documento del 1256, lui viene riferito come sergens iretavles de la riviere Saint-Vaast. Suo padre, Jehan, ha tenuto questo stesso posto dal 1241 (e non oltre) fino alla sua morte nel 1244. Suo nonno, Jacques, era descritto come sergent héréditaire intorno al volgere del secolo, quando c'erano otto di tali ufficiali associati all'abazia. Il troviero e suo fratello erano modesti proprietari nei pressi di Arras, dove Jehan muore nel 1272.
Bretel ha scritto otto chansons courtoises conosciute,[1] di cui sette sopravvivono. Dedica inoltre la chanson Li miens chanters alla contessa Beatrice, moglie di Guglielmo III di Dampierre e sorella di Enrico III, duca di Brabante.
Bretel partecipa a diciannove jeux partis, la quasi metà dei quali registrati. Molti di questi sono assegnati in base all'evidenza interna (i poeti sono spesso chiamati per nome) in quanto mancano di rubriche. Alcuni sono indirizzati in modo specifico a un Sire Jehan o semplicemente Sire e la loro attribuzione a Bretel, sebbene verosimile, non è certa. Circa quaranta diversi poeti della regione intorno ad Arras participarono in questi jeux partis, come giudici o come corrispondenti. In genere questi componimenti poetici sono raggruppati nei canzonieri da Bretel insieme ad altri, anche se egli non li inizia; mentre quelli che inizia con il famoso troviero Adam de la Halle sono raggruppati di solito con i lavori di questi.

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INCONTRI DI CIVILTA': DANTE E L'ISLAM

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 17:38

"Articolo estrapolato dalla rivista MEDIOEVO - febbraio 2011"

Cliccate sull'immagine per ingrandire ;)

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Cecco Angiolieri

Messaggio da leggereda Veldriss il 4 gennaio 2013, 11:42

Cecco Angiolieri (Siena, 1260 circa – Siena, 1312) è stato un poeta e scrittore italiano, contemporaneo di Dante Alighieri e appartenente alla storica casata nobiliare degli Angiolieri. La critica contemporanea sostiene che Cecco fu meno ribelle di come lo presentarono i romantici, i quali lo rivendicarono con forza ai loro ideali. È fuori di dubbio, comunque, che visse una vita perlomeno avventurosa.

Biografia
Cecco Angiolieri nasce a Siena nel 1257, nella ricchezza più totale e vi muore con molti debiti nel 1312-1313 circa. Il padre era il ricco banchiere Angioliero degli Angiolieri. Quest'ultimo era anche cavaliere, fece parte dei Signori del Comune nel 1257 e nel 1273 e appartenne all'ordine dei Frati della Beata Gloriosa Vergine Maria, i cosiddetti "Frati gaudenti", e partecipò col figlio alla guerra di Arezzo del 1288; è probabile che fosse ancora in vita nel 1296. La madre era Lisa de' Salimbeni, appartenente alla potente famiglia senese.
Nel 1281 era fra i Guelfi senesi all'assedio dei concittadini ghibellini asserragliati nel castello di Torri di Maremma (nei pressi di Roccastrada: la famiglia di Cecco aveva infatti tradizioni guelfe), e fu più volte multato per essersi allontanato dal campo senza la dovuta licenza. Da altre multe fu colpito a Siena l'anno successivo, l'11 luglio 1282, per essere stato trovato nuovamente in giro di notte dopo il terzo suono della campana del Comune. Un ulteriore provvedimento lo colpì nel 1291 in circostanze analoghe. Oltretutto, nel 1291 fu implicato nel ferimento di Dino di Bernardo da Monteluco, pare con la complicità del calzolaio Biccio di Ranuccio, ma solo quest'ultimo fu condannato.
Militò come alleato dei fiorentini contro Arezzo nel 1289 ed è possibile che qui abbia conosciuto Dante Alighieri. Il sonetto 100[1], datato tra il 1289 e il 1294, sembra confermare che i due si conoscessero, in quanto Cecco si riferisce a un personaggio (un mariscalco) che entrambi dovevano conoscere di persona (Lassar vo’ lo trovare di Becchina, / Dante Alighieri, e dir del mariscalco).
Intorno al 1296 fu allontanato da Siena, a causa di un bando politico. Si desume dal sonetto 102 (del 1302-1303), indirizzato a Dante allora già a Verona, che in quel periodo Cecco si trovasse a Roma (s'eo so’ fatto romano, e tu lombardo[2]). Non sappiamo se la lontananza da Siena dal 1296 al 1303 fu ininterrotta. Il sonetto testimonierebbe anche della definitiva rottura tra Cecco e Dante (Dante Alighier, i’ t’averò a stancare / ch'eo so’ lo pungiglion, e tu se’ ’l bue[3]). Tuttavia non sono attestate risposte (tantomeno proposte) dantesche, per cui, se tenzone fra i due vi fu, ci rimane solo la parte composta da Cecco (e non sappiamo nemmeno se è tutta, peraltro). Inoltre, nelle opere di Dante, Cecco non è mai nominato, né suoi componimenti sono citati.
Nel 1302 Cecco svendette per bisogno una sua vigna a tale Neri Perini del Popolo di Sant'Andrea per settecento lire ed è questa l'ultima notizia disponibile sull'Angiolieri in vita. Proprio per questa ragione si oppose a ogni forma di politica proclamandosi una persona libera e indipendente. Si ritiene che questa sua imposizione sia dovuta al bando politico che lo allontanò da Siena
Dopo il 1303 fu a Roma, sotto la protezione del cardinale senese Riccardo Petroni. Da un documento del 25 febbraio 1313 sappiamo che i cinque figli (Meo, Deo, Angioliero, Arbolina e Sinione - un'altra figlia, Tessa, era già emancipata) - rinunciarono all'eredità perché troppo gravata dai debiti. Si può quindi presupporre che Cecco Angiolieri sia morto intorno al 1310, forse tra il 1312 e i primi giorni del 1313. La tradizione lo vuole sepolto nel chiostro romanico della Chiesa di San Cristoforo a Siena.

I sonetti

Il problema del testo: numero dei sonetti e autenticità
Cecco Angiolieri ha composto circa 128 sonetti che hanno come motivi ricorrenti: la storia del suo amore schiettamente sensuale per Becchina, la passione per il vino, il gioco, la taverna, l'odio dei genitori che non gli danno denaro per i suoi vizi e piaceri. Lui faceva parte dei comico-realistici. I suoi componimenti sono caratterizzati da quel linguaggio violento, colorito, esagerato, disperato.

Le tematiche
La poetica di Cecco Angiolieri rispetta tutti i canoni della tradizione comica toscana. A differenza di Folgòre da San Gimignano e altri epigoni è l'unico che fa ampio uso della parodia (parà: contro e odé: canto) per rovesciare tutti i caratteri propri dello stilnovismo. La donna-angelo diventa una creatura terrena, finanche volgare. Viene catapultata nei locali notturni, quelli che noi oggi chiameremmo tabarin. La sua poesia si caratterizza quindi per anticlericalismo, rappresentazione realistica e schietta dell'amore e della sessualità. Emerge anche la presenza di un padre spilorcio che a causa della sua parsimonia non permette a Cecco di scialacquare per conquistare le belle donne. Le protagoniste sono la moglie, pettegola e arcigna, e l'amante Becchina, sensuale e meschina, con la quale alterna momenti di diatribe con momenti di passioni incontrollate. La poesia di Cecco Angiolieri si apre al mondo medio-popolare dei mercanti e degli artigiani, a differenza dei poeti del dolce stilnovo che miravano a ritagliare all'interno della società comunale una cerchia ristretta e aristocratica di amanti del sapere.

"S'i' fosse foco"
All'inizio del Trecento, epoca in cui la poesia era dominata dal "Dolce Stil Novo", che rappresentava l'amore con immagini di grande delicatezza e ricercata eleganza, l'irriverente Cecco Angiolieri compose versi di forte provocazione e che tessevano l'elogio delle passioni terrene.
Il celebre sonetto "S'i' fosse foco, " appartiene a una secolare tradizione letteraria goliardica improntata all'improperio e alla dissacrazione delle convenzioni. L'Angiolieri si colloca all'interno, e sulla vetta di una "scuola" poetica parodistica che è quella dei poeti giocosi; fra i quali si annoverano Rustico di Filippo, Meo de' Tolomei, Folgore da San Gimignano, Pieraccio Tedaldi, Pietro de' Faitinelli. Lo stile "giocoso" lascia spazio in questo componimento ad una disperazione immortale.
Il sonetto ha avuto anche una trasposizione musicale ad opera del cantautore genovese Fabrizio De André, nell'album Volume III del 1968; a un differente livello, è citato nella canzone della puntata Il rapimento di Gino nella serie a cartoni animati Gino il Pollo.
Come buona parte dei sonetti di Cecco, anche questo sonetto ha avuto diverse lectiones a seconda delle edizioni. Si cita qui dall'edizione Marti del 1956.
«
S'i' fosse foco, ardere' il mondo;
s'i' fosse vento, lo tempestarei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse Dio, mandereil'en profondo;

s'i' fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti cristïani embrigarei;
s'i' fosse 'mperator, sa' che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.

S'i' fosse morte, andarei da mio padre;
s'i' fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi' madre,

S'i' fosse Cecco, com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui.
»
(Cecco Angiolieri)


http://it.wikipedia.org/wiki/Cecco_Angiolieri
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Novellino

Messaggio da leggereda Veldriss il 8 gennaio 2013, 23:29

Il Novellino è una raccolta di novelle toscane, risalente almeno all'ultimo ventennio del Duecento.
Dell'autore (o degli autori) non si conosce l'identità; ignoto è anche il compilatore (di certo unico). I pochi tratti che possono essere delineati sull'autore del Novellino si desumono dalla stessa opera, e rimangono molto generici: egli fu di origine fiorentina, forse un ghibellino, sicuramente laico.
L'opera si compone di 100 novelle, scelte dal compilatore da una raccolta più ampia che ne comprendeva forse persino 130; la maggior parte di esse non è un'invenzione originale, ma è tratta da fonti antiche latine o medievali (in particolar modo dalla tradizione provenzale).
Vari sono i temi sviluppati: storie mitiche, incontri nobiliari, vicende amorose più o meno fortunate. I protagonisti delle novelle, invece, sono personaggi illustri dell'antichità (come Alessandro Magno, Traiano o Socrate), della Bibbia (Davide, Salomone), della mitologia classica e medievale (Ercole, Artù) e, molto spesso, anche della storia recente (Federico II, Carlo d'Angiò).
La semplicità dello stile del Novellino, con la sua sintassi poco articolata e basata sulla coordinazione più che sulla subordinazione (i cui pochi casi sono limitati a relative e consecutive), non impoverisce il valore dell'opera, ma dà invece al testo una piacevole e viva immediatezza.
A contribuire all'efficacia del Novellino è anche la volontà dell'autore di non indulgere ad approfondimenti psicologici dei personaggi e a descrizioni particolareggiate dell'ambiente esterno. Nelle novelle appare un tema profano che tende a evidenziare la morale.
Fu pubblicato per la prima volta nel 1525 a Bologna da un amico di Pietro Bembo, Carlo Gualteruzzi, con il titolo di Le ciento novelle antiche.

http://it.wikipedia.org/wiki/Novellino
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Corrado di Würzburg

Messaggio da leggereda Veldriss il 20 gennaio 2013, 4:26

Corrado di Würzburg (Würzburg, 1220 – Basilea, 1287) è stato un poeta tedesco.
Ricordato tra i maggiori rappresentanti della scuola di Goffredo di Strasburgo, la sua produzione esalta in particolare gli ideali della cavalleria. Fra i suoi numerosi poemi, Il cavaliere del cigno, la storia di Lohengrin, è di sicuro il più celebre. Compose pure delle leggende sacre, l'Alexius, il Silvester, il Pantaleon, in cui celebrò l'eroismo dei martiri e le glorie del Cristianesimo.

http://it.wikipedia.org/wiki/Corrado_di_W%C3%BCrzburg
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Walther von Klingen

Messaggio da leggereda Veldriss il 20 gennaio 2013, 4:28

Walther von Klingen (Klingnau, a partire dal 1240 – Basilea, 1284) è stato un Minnesänger attivo nella seconda metà del XIII secolo.

Vita e opere
Walther von Klingen era figlio di Ulrich II, fondatore della cittadina di Klingnau nel Canton Argovia, originario dell'antica stirpe nobiliare dei von Klingen del Burg Altenklingen nel Canton Turgovia.
Nell'anno 1256 una testimonianza vede Walther come fondatore del convento domenicano di Klingental, che successivamente si stabilì ancora a Wehr e nel 1274 si trasferì sulla riva del Reno diventando uno dei conventi più influenti e significativi di Basilea. Nel corso della sua vita Walther si dimostrò in più occasioni generoso nel cedere terreni e denaro a conventi e monasteri - si ricordano il Kloster S. Blasien, il Predigerkloster di Basilea e il già citato Klingental.
Nel 1272 Walther vendette l'intera cittadina di Wehr al futuro re Rodolfo d'Asburgo, di cui era cugino e stretto confidente. In numerose fonti di diritto del tempo viene citato come testimone documentato all'interno del seguito di Rodolfo, in particolare negli anni 1273-76 e 1283. Lo stesso vale per i ministeriali di Walther, i cavalieri Conrad e Berthold Steinmar. Quest'ultimo è stato identificato con il Minnesänger Steinmar del Codex Manesse. Walther accompagnò tra l'altro re Rodolfo ad Aarau, dove è nominato in primo luogo come testimone in documenti di diritto cittadino ivi conservati.
Walther è rappresentato nel Codex Manesse come autore di otto Minnelieder, da considerarsi come convenzionali per il genere. Per ragioni stilistiche e tematiche tali composizioni contribuiscono a classificarlo come allievo di Gottfried von Neifen e Corrado di Würzburg. Un Minnesänger suo contemporaneo della famiglia dei Freie von Wengen (vicinanze di Frauenfeld) loda Walther non per la sua arte lirica ma per aspetti del suo carattere: triuwe (Treue, lealtà), milte (Freigebigkeit, munificenza, generosità) e zuht (Ritterlichkeit, cavalleria).
Le ultime tracce della sua vita sono disposizioni testamentarie risalenti all'anno 1284 a Basilea, dove aveva dimora oltre a Klingnau. Non si è riuscito a determinare univocamente la locazione della sua sepoltura: sono stati proposti sia il Predigerkloster di Basilea sia il convento Klingental.

http://it.wikipedia.org/wiki/Walther_von_Klingen
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