ISTRUZIONE E LETTERATURA

Commercio, istituzioni, usi e costumi, istruzione...

ISTRUZIONE E LETTERATURA

Messaggio da leggereda Veldriss il 3 giugno 2009, 13:20

Appunti

Giocolieri/cantastorie: I giocolieri/cantastorie si evolsero dall'equivalente tribale dei bardi e tennero in vita la loro tradizione di divulgatori di notizie e di cultura al popolo. Il loro repertorio includeva la danza, i giochi di prestigio, le acrobazie, le prodezze dei giocolieri moderni, il canto e la narrazione. Molti di loro sapevano suonare strumenti musicali.

Trovatori: Ebbero origine dagli aristocratici poeti-musicisti della Provenza; molti di loro erano nobili e cavalieri crociati. I temi favoriti delle loro poesie erano l'amor cortese, la guerra e la natura. Nel corso del tempo, però, i trovatori divennero meno garbati e infine si trasformarono in artisti che producevano critica sociale, che scrivevano canzoni su preti empi, monaci libidinosi e nobili crudeli.

Rappresentazioni dei miracoli: Le rappresentazioni dei miracoli, o dei misteri, erano una forma drammatica medievale derivante dalla drammatizzazione della liturgia religiosa. A un certo punto le rappresentazioni si spostarono sul sagrato della chiesa e nel mercato e in breve tempo divennero dialettali.

Carnevali: In Europa la tradizione delle celebrazioni primaverili della fertilità proseguì anche nell'epoca cristiana; i carnevali raggiunsero il massimo sviluppo nel 14° e 15° secolo. I carnevali avevano profonde radici nelle superstizioni pagane e nel folklore europeo, e la chiesa si affrettò a dar loro nuova vita collegandoli ai santi.

Le sette arti liberali: Nel tuo reame l'educazione superiore di base è stata divisa in sette branche del sapere, per ottenere la massima efficacia: il trivio di grammatica, logica e retorica e il quadrivio di aritmetica, geometria, astronomia e musica.

Scuole monastiche: Con il crollo dell'impero romano, scomparve anche l'istruzione formale nell'Europa occidentale. Nella maggior parte dei casi le poche scuole che riuscirono a sopravvivere erano collegate ai monasteri. I monasteri fecero un buon lavoro: tennero in vita l'istruzione e conservarono le biblioteche, ma le loro scuole erano destinate ai monaci e inaccessibili alla maggior parte della gente. La poca istruzione che si poteva ricevere era di solito personale e informale. Fino al 13° secolo i monaci provenivano soprattutto dalla nobiltà, e solo quando una buona parte del secolo fu trascorso i monaci provenienti dalla classe media eclissarono quelli di nobile origine.

Scuole delle cattedrali: Non tutte le cattedrali ospitavano scuole, ma molte divennero centri in cui si impartiva quella che potremmo chiamare istruzione elementare. I vescovi che volevano incoraggiare l'apprendimento potevano nominare un maestro, se riuscivano a trovare qualcuno sufficientemente qualificato. L'istruzione si basava spesso su vecchi testi romani e, con il passare del tempo, ebbe la tendenza a dividersi tra un insieme di musica (che preparava i ragazzi a servire messa nella liturgia della cattedrale) e grammatica e retorica (che preparava i ragazzi a servire come parroci o a occuparsi della burocrazia ecclesiastica). Esiste poca documentazione sulle prime scuole delle cattedrali, perché l'enfasi era sull'istruzione e non sui diplomi. Spesso le scuole non erano permanenti; dovevano chiudere quando non era possibile trovare un maestro. In altre cattedrali, come quella di Parigi, le scuole attiravano studiosi e insegnanti e a un certo punto divennero il nucleo delle università.

Università: L'università medievale era una "comunità di studiosi", con un'autorità che poteva conferire diplomi. Le origini delle prime università sono oscure. L'università di Bologna sembra essersi evoluta da un centro dell'11° secolo per lo studio della legge romana. Irnerius, il suo insegnante più noto, attirava studenti da ogni parte dell'Europa. L'università di Parigi nacque dalle scuole originariamente situate nell'Ile de la Cité attorno alla cattedrale di Notre Dame, ma iniziò a diventare indipendente quando gli insegnanti e gli studenti si ritirarono sulla riva sinistra della Senna in rue du Fouarre (via della Paglia), vicino alla chiesa di St. Genevieve. Oxford fu presumibilmente fondata da un gruppo di studiosi che si staccarono dall'università di Parigi. Cambridge, a sua volta, fu creata da un gruppo che abbandonò Oxford. La prima università fondata da un governante secolare fu quella di Napoli. Federico II, re di Sicilia e di Germania e imperatore del Sacro Romano Impero, voleva giudici e amministratori capaci e istruiti, quindi organizzò un'università che potesse fornire l'indispensabile insegnamento. Successivamente la principale funzione delle università fu la produzione di amministratori e ufficiali competenti, in grado di assistere un governante nella gestione del suo paese. La ricerca divenne però sempre più importante quando i governanti scoprirono che le scoperte teoriche potevano avere applicazioni pratiche.

Discipline accademiche: Le discipline accademiche si svilupparono dalle facoltà universitarie. Le prime facoltà furono quella delle arti che comprendeva materie come grammatica, logica, matematica, filosofia e astronomia, e la facoltà superiore divisa in legge, teologia e medicina. Fu la materia chiamata filosofia che presto "esplose" e diede vita a molte nuove materie, mentre si trasformava e diventava ciò che è oggi. La specializzazione del sapere significava un maggior approfondimento, nonché un notevole aumento del prestigio e della produzione di conoscenze. La diversificazione significava anche che le precedenti autorità, come la chiesa, persero parte del loro completo controllo sui diversi metodi di apprendimento del sapere.

Logica aristotelica: Gli studiosi del tuo reame hanno riscoperto e assimilato la logica aristotelica. I dibattiti e le discussioni sulle sue applicazioni li stanno aiutando a strutturare e capire il mondo.

Scolastica: Basandosi sulla riscoperta logica aristotelica, gli studiosi del tuo reame utilizzano la ragione e la dialettica applicata per studiare il regno naturale, la natura umana e la verità soprannaturale. Il razionalismo della scolastica consiste nella convinzione che si debba usare la ragione per spiegare le verità spirituali e per difendere i dogma della fede. È il contrario del misticismo, che non aveva fede nella ragione ed enfatizzava l'importanza dell'intuizione e della contemplazione. Questo è un passo molto importante verso i successivi metodi scientifici.

Astrologia e astronomia: Quando si incontrano le due tradizioni, quella della ragione e quella dell'intuizione, i tuoi studiosi possono seguire diverse strategie di ricerca all'interno della stessa disciplina. Possono quindi analizzare il mondo, descriverlo e predirne il futuro, utilizzando insieme l'astronomia e l'astrologia.

Filosofia naturale: Fino a oggi i tuoi studiosi hanno visto la conoscenza come un complesso insieme di teologia e filosofia, ma ora i confini della conoscenza sono crollati. Dalla disciplina filosofica si è evoluta la filosofia naturale, non più strettamente limitata dalla teologia, e gli studiosi del tuo reame hanno compiuto un altro grande passo in direzione del metodo scientifico.

Scienza: Ora gli studiosi del tuo reame hanno accettato la diversificazione del sapere. Una branca – la scienza – usa la ragione e l'esperienza per scoprire le leggi della natura. La ricerca del collegamento delle leggi naturali all'onnipotenza dell'unico Dio non è un compito da scienziati, ma da teologi, e quindi qui si verifica la rottura finale tra le due visuali del mondo: quella teologica e quella scientifica.

Sculture: Le belle sculture in pietra erano essenziali per il clero e per le chiese, e un gran numero di tali manufatti aumentava la gloria e la bellezza di innumerevoli edifici, sia pubblici che privati.
Strumenti musicali: La musica aveva un ruolo importante nella vita della gente di quell'epoca. L'arte medievale, raffigurante sia nobili che contadini, spesso mostrava le persone con strumenti musicali, soprattutto strumenti a corda (di solito arpe o gli antenati dell'attuale chitarra) e a fiato (generalmente cornamuse). L'Europa medievale era ricca di danze e canzoni. Non solo era un mondo ricco di feste religiose e secolari, ma, inoltre, i contadini riempivano le pause del lavoro nei campi con musica e balli, e la cultura stessa veniva in buona parte trasmessa con i racconti e con le canzoni.

Ballate: Le ballate erano storie formalizzate (spesso corali, e raccontate in uno stile situazionale piuttosto che narrativo) che venivano cantate seguendo una melodia, ed entrarono a far parte di molte tradizioni. Era letteratura ed era musica, ma era anche istruzione. Era conoscenza del mondo trasmessa attraverso la musica e le parole a persone che non sapevano leggere. Successivamente la ballata divenne una forma d'arte autonoma, perse le sue precedenti connessioni tribali e diventò molto apprezzata dai benestanti.

Indumenti di moda: In tutti i periodi storici, la consumazione di articoli di lusso è servita a dimostrare l'identità di una persona e a rafforzare il suo rango sociale. Durante il periodo medievale, si usavano materiali come la seta e il satin per creare indumenti elaborati indossati dalle persone ricchissime.

Letteratura vernacolare: Era una nuova forma di letteratura scritta non in linguaggi colti come il latino o il greco, ma nelle varie lingue nazionali. Era destinata a un vasto pubblico, non molto interessato a leggere la Summa Theologica di Tommaso D'Aquino prima di dormire. Scrittori come Dante Alighieri, Geoffrey Chaucer, Francois Villon, per non parlare dell'eccellente Christine de Pisan, aprirono una nuova frontiera della letteratura e della vita intellettuale.

Biblioteca: La sorgente del sapere nella società medievale. Qui tutto lo scibile veniva riordinato e classificato, e posto a disposizione delle persone autorizzate.

Scuola: Questa istituzione insegnava ai giovani semplici compiti come leggere, fare di conto e recitare la bibbia. Era la prima istituzione da frequentare per potersi poi dedicare a studi più elevati; diffuse nella società gli strumenti di base per la conoscenza e la comprensione.

Università: L'istituzione sociale che forniva l'istruzione superiore. Venivano insegnate la sette arti liberali e la teologia, la medicina e la filosofia. L'educazione superiore era un prerequisito per gli incarichi clericali superiori ed era inoltre frequentata dalla maggior parte degli studiosi e dei consiglieri reali.
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Libertà di sapere - Le università nel Medio Evo

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:39

Intervista di U.Casotto a Léo Moulin

Altro che oscurantismo. Il clima sociale e culturale da cui sono nate le Università medievali era estremamente libero e audace. Come era il corso di studi? E gli esami? Ne parla lo storico Léo Moulin.

Aula magna di una facoltà di Legge. Sta facendo lezione un celebre giurista. E’ una lezione mattutina, quando il maestro parla ex cathedra non lo si può interrompere neanche con domande. Entra nell’aula uno sconosciuto e chiede il permesso di prendere parola, ottenutolo inizia a esprimere dubbi sull’interpretazione che il celebre maestro stava proponendo di un passo del codice: «Al vostro posto io non avrei detto agli studenti quello che avete detto voi». Inizia una discussione e l’intruso argomenta sino a convincere il professore il quale, sceso dalla cattedra, lo abbraccia e gli chiede chi sia. Riconosciutolo come un suo allievo dell’anno precedente lo raccomanda al suo uditorio e lo invita a pranzo.

Non è il sogno di uno studente di giurisprudenza bocciato all’esame di diritto costituzionale, ma un fatto realmente accaduto in una Università medievale con protagonista il celebre giurista Azzone. A raccontarlo è uno dei più preparati e forse il più simpatico storico del Medio Evo. Un agnostico amante della cristianità medievale, di san Benedetto e dei suoi monaci, che ha definito l’Università il «prodotto autentico, specifico, genuino, dell’umanesimo cristiano». Solo la civiltà cristiana del Medio Evo ha creato Università: più di 80 in soli tre secoli, nel 1602 se ne contano 106 in Europa e solo due costruite dagli Spagnoli, «appena sbarcati», in America Latina; non se ne trovano altre in nessuna parte del mondo.

Domanda. L’episodio citato mostra un rapporto molto particolare tra professori e studenti nelle Università medievali.

Dante, quando incontra Brunetto Latini nell’Inferno lo definisce «dolce maestro dolce padre» è un saluto che mostra come i rapporti tra maestro e discepolo fossero personalizzati ed umani. Gli studenti erano pochi, ma gli Acta delle Università di Bologna, di Padova o di Parigi addirittura si rammaricavano “purtroppo non conosciamo più tutti i nostri studenti”. Questo vuole dire che durante i secoli medievali gli studenti, per esempio a Bologna, erano qualche centinaio, al massimo tremila. E’ difficile pronunciarsi sui numeri perché il Medio Evo non ha il senso del numero, della quantità; «molto» può voler dire centomila o cento, bisogna fare degli studi difficilissimi per poter stabilire il numero più o meno esatto degli abitanti di una città. E’ evidente, ad esempio, che in piazza San Petronio non ci possono stare centomila persone, ma le cronache ci riferiscono questo numero per dire che vi era una folla fitta fitta. I rapporti tra studenti e maestri erano anche molto informali. L’Università con i suoi edifici come oggi noi la vediamo non esisteva, gli studenti all’inizio andavano ad ascoltare il maestro nella sua abitazione e spesso abitavano presso di lui. Anche i corsi di chirurgia o di anatomia venivano svolti nella casa del professore, con il cadavere lì in casa. I professori erano per lo più giovanissimi, i neo dottori infatti potevano il giorno dopo la laurea aprire una scuola. Gli allievi pagavano direttamente al professore, e questo portava non di rado anche a liti tra maestri e allievi che si dimenticavano di assolvere il loro debito, abbiamo testimonianze di un professore che fece sciopero perché non pagato dai suoi allievi.

Perchè il nome Universitas?

Bisogna parlare innanzitutto della facoltà delle Arti liberali. Era obbligatoria; non si poteva frequentare medicina o diritto canonico, o qualsiasi altra facoltà senza aver frequentato questi corsi di cultura generale che davano l’essenziale: una visione dell’Uomo nei suoi rapporti con gli altri uomini, con la Città e con Dio. La vita dello studente del secolo XII e XIII ha un senso: significato e direzione. In essa si studiava matematica, diritto, economia, canto, musica, filosofia, letteratura latina e tutto ciò che riguardava la cultura generale. Si iniziava a frequentarla a 15-16 anni e si richiedeva la conoscenza del latino; chi non lo conosceva bene lo imparava in pochi mesi seguendo le lezioni. Si parlava solo latino, la lingua comune nella varietà dei dialetti italiani ed europei degli studenti. Chi usava espressioni non latine anche in un momento di gioco riceveva una multa, talvolta persino le ingiurie o le bestemmie si facevano in latino, gli abitanti stessi di Bologna conoscevano il latino per poter discutere con gli studenti.

Fatto questo corso le strade possibili erano per esempio il diritto civile o il diritto canonico, teologia, scienza, medicina, che nei primi tempi compariva nella facoltà di belle arti, ma poi si è sviluppata a tal punto che ha costituito una sua propria facoltà. I corsi di anatomia sorsero seguendo la volontà di Roma; l’opposizione del papato alla medicina è pura leggenda. L’esempio di Vesario, sempre citato, condannato a morte per aver sottratto un cadavere per poi sezionarlo è una punizione per il fatto di essere andato contro le leggi civili avendo rubato un cadavere. Anche altri studenti furono condannati per aver rubato dei cadaveri magari dalle loro stesse case, tanto era il bisogno di conoscere l’anatomia umana. Era talmente chiara la posizione della Chiesa in merito e a favore della scienza che un santo come sant’Ignazio di Loyola ha dato il suo corpo alla scienza al momento della sua morte.

Parliamo degli studenti

Erano solo maschi, venivano da tutta l’Europa: dalla Spagna, dalla Scozia, dai Paesi Baltici, dalla Sicilia, da venti, venticinque nazioni. La maggioranza proveniva dall’alta borghesia o dalla nobiltà, soprattutto tedesca e olandese, ma non erano necessariamente tutti ricchi: abbiamo la prova dell’esistenza di studenti detti «poveri», quelli che avevano i genitori non in grado di pagare tutto al figlio. Questi ricevevano dei sussidi per poter completare gli studi; tutti avevano una «borsa» contenente i soldi necessari per pagare lezioni, vitto e alloggio, veniva chiamato borsarius lo studente che la riceveva perché povero; da qui deriva la nostra borsa di studio.

Come e quanto si studiava allora?

Studiavano moltissimo, nel Medio Evo vi era una incredibile sete di sapere, una sete direi simile a quella che ho conosciuto nella classe operaia dalla quale sono uscito. Nel XII secolo è viva una forte passione per lo studio, si trascorrevano notti intere a discutere o a leggere; l’idea di un periodo storico oscurantista è falsa. Vi furono pochissime altre epoche in cui il senso cosciente del bisogno di sapere è stato così forte come nel XII o XIII secolo che sono inoltre definibili come secoli razionali, razionalisti, secoli in cui si ha una fiducia immensa e indistruttibile nelle capacità della ragione ? talvolta persino eccessiva? nella scienza e negli esperimenti scientifici.

Come si svolgevano le lezioni?

Lezioni dette letture durante la mattina e di ripetizione nel pomeriggio. I maestri dovevano inoltre organizzare le dispute, vero caposaldo del metodo di grandi teologi come Tommaso d’Aquino. Nella disputa tutti dovevano intervenire, e chi non vi prendeva parte non poteva presentarsi all’esame. Il maestro poneva un tema di discussione che, trattandosi di un esercizio, non doveva essere necessariamente ortodosso; si è discusso realmente di tutto, anche se la religione cristiana è o no una leggenda come tutte le altre. Vi era una audacia formidabile nell’affronto delle tematiche e una libertà incredibile nella discussione.

E gli esami?

La disputa finale per essere dottori poteva durava anche due, tre o quattro settimane e lo studente doveva dimostrare di possedere tutto quello che gli era stato insegnato in circa dieci anni di corsi, con un sforzo incredibile di memoria ?non era infatti concesso di prendere appunti alle lezioni? non erano rari i casi di persone che conoscevano a memoria tutta la Bibbia.

Lei parla di una libertà di insegnamento quasi totale...

Erano istituzioni estremamente libere non solo nell’insegnamento, non accettavano alcun controllo; persino il toccare uno studente era considerato un atto contro la libertà dell’Università. Tutti gli studenti, inoltre, erano chierici per non dipendere dalla giustizia civile che era più immediata, e brutale di quella clericale.

da http://www.europamedievale.eu
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Odofredo

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:40

Odofredo o Odofredus (Ostia, ... – Bologna, 3 dicembre 1265) è stato un giurista e glossatore italiano del Medio Evo, appartenente alla Scuola di Bologna.
Allievo di diritto di Giacomo Balduino e del celebre Francesco Accursio, divenne professore universitario, dopo una proficua carriera d'avvocato sia in Francia che in Italia, all'Università di Bologna. I commentari di diritto romano a lui attribuito, ricchi di molti cenni biografici sugli autori a lui contemporanei, mostrano lo sviluppo dello studio del diritto in Italia fra il XII e XIII secolo.
Celebre una sua frase polemica con chi ritenesse i suoi insegnamenti troppo costosi: "Tutti vogliono istruirsi, ma nessuno vuol sapere il prezzo del sapere". Si deve quasi esclusivamente ad Odofredo la conoscenza ai giorni nostri del giurista Pepo, predecessore di Irnerio, che iniziò a "legere in legibus" ma non acquisì autorità e prestigio, grazie ad una sua biografia.

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http://it.wikipedia.org/wiki/Odofredo
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Witelo

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:40

Witelo, in polacco per esteso Erazmus Ciolek Witelo, conosciuto anche come Vitellione, Vitellio o Vitello (Legnica presso Breslavia, 1230 circa – post 1280/ante 1314), è stato un monaco, matematico, fisico, filosofo e teologo polacco.

Biografia
Nato in Slesia (che allora faceva parte della Polonia), da padre tedesco e madre polacca, si trasferì con la famiglia in Turingia, regione di origine del padre, sin dalla gioventù. Studiò alla facoltà delle arti a Parigi, intorno al 1250, e poi diritto canonico all'Università di Padova (1262-1268).
In contatto con la corte papale di Viterbo, dove si trasferì tra la fine del 1268 e l'inizio del 1269, conobbe Guglielmo di Moerbeke (traduttore di Aristotele e di Proclo) e gli dedicò l'importante opera di ottica in dici libri Περί ὸπτικῆς (Perí optikes), meglio nota come Perspectiva (1a pubblicazione a stampa: Norimberga, 1535), relativa alla diffrazione e ad altri fenomeni fisici della luce, completata tra il 1270 e il 1278 circa.
La Perspectiva si basava in larga parte sul lavoro scolastico dell'arabo Alhazen ed ebbe una profonda influenza su studiosi successivi come Keplero. Contiene anche idee embrionali confluite poi nello studio della psicologia, come le nozioni moderne di associazione e subconscio. L'opera è permeata prevalentemente dalla metafisica neoplatonica: Witelo afferma l'esistenza delle forme e dei corpi, legati dalla causalità, emanati da Dio come luce intelligibile. Egli distingue questa luce divina dalla luce sensibile che ne è una manifestazione e rappresenta la prima delle entità sensibili del cosmo. Le idee di Witelo sono conformi a quelle di contemporanei come Sant'Alberto Magno e soprattutto di Ruggero Bacone, ed avranno profonda influenza su scienziati e filosofi come Tycho Brahe, Keplero, Patrizi, Galilei, Cartesio e Huygens.
Altri lavori che ci sono pervenuti sono il De natura dæmonum (contenente notevoli temi cosmologici e magici) e il De primaria causa pænitentiæ, anche se nel Perspectiva cita altre opere che non conosciamo. Al suo nome è stato titolato il cratere lunare Vitello.

Opere
Vitellionis mathematici doctissimi Περί ὸπτικῆς, id est de natura, ratione, & proiectione radiorum uius luminum, colorum atque formarum quem uulgo Perspetiuam uocat libri X, Norimbergæ, 1535.

Immaginehttp://it.wikipedia.org/wiki/Vitellione
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Lingua d'oc

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:41

Lingua letteraria unificata
Tra l'XI e il XIII secolo, esiste una lingua letteraria chiamata dai trovatori con il nome generico di « langue romane » o « roman » per distinguerla dal latino. Gli autori moderni la chiamano koiné - similmente alla koiné greca, una forma di greco relativamente unificato sotto il periodo ellenistico (300 a.C. - 300 d.C.), anche se questa lingua era, più di quanto spesso si potrebbe pensare, regionalmente diversificata. A partire dal XIX secolo l'ipotesi dominante lanciata da Camille Chabanneau nel 1876 era che la « langue romane » utilizzata dai trovatori si basava sul dialetto limosino. La presenza di alcuni dei primi trovatori originari del Limosino e della Guascogna alla corte di Guglielmo X (1126-1137), figlio del primo trovatore Guglielmo IX, spiega la diffusione di questa lingua letteraria in seno al ducato d'Aquitania. La futura Linguadoca (Languedoc) e la Provenza conosceranno i trovatori solo nella seconda metà del XII secolo. L'altra ipotesi avanzata di un'origine poitevina si fonda sull'idea che il dialetto poitevino parlato alla corte di Guglielmo IX di Poitiers facesse parte della lingua d'oc e che il prestigio del duca avrebbe permesso in seguito la diffusione di questa lingua in tutto il territorio trobadorico. L'ultima ipotesi apparsa negli anni '50 considera la lingua letteraria come una lingua classica forgiata a partire dai testi trovati nell'occitano centrale, regione dove sono stati conservati i documenti più antichi scritti nelle lingue d'oc risalenti al XI secolo.

Pierre Bec, studioso dei trovatori indica che dal 1967

« È del resto difficile valutare questa lingua con precisione dato che non conosciamo che una pallida copia, quella che gli scribi hanno voluto trasmetterci nei diversi manoscritti. Se il substrato dialettale esiste, è spesso quello del copista che si manifesta a sua insaputa. E quindi, molto spesso, regna l'arbitrio più assoluto : a intervalli nel verso, si presenta questa o quella parola, non solo con un'altra grafia, ma con un fonetismo appartenente a un dialetto assolutamente diverso. E che dire ancora se si confrontano, in uno stesso testo, le diverse lezioni tramandate dai manoscritti ! È impossibile valutare esattamente in quale lingua siano state scritte le poesie dei trovatori.[22] »
All'infuori della letteratura dei trovatori, non si possono trovare elementi che provino l'uso di una norma linguistica unificata nei vari documenti scritti in Provenza, Linguadoca, Alvernia, Catalogna, Limosino o Guascogna. Per riassumere, le pratiche di scrittura erano molto diverse da una regione all'altra e le percezioni che accreditano l'idea di una unificazione linguistica sul territorio di tutte queste regioni sono molto spesso il risultato di una grafia relativamente omogenea poiché trae origine dalla grafia utilizzata per il latino.

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http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_d%2 ... _unificata
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Sordello da Goito

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:42

Sordello da Goito (Goito, 1200-1210 – Napoli, 1269) è stato un poeta e trovatore italiano.

Biografia
Sordello da Goito fu uno tra i più importanti trovatori dell'Italia settentrionale (territorio di Mantova) ad ispirarsi nella sua attività poetica al modello provenzale adottando la lingua d'oc per i suoi versi.
La data di nascita è incerta ma deve verosimilmente porsi all'inizio del XIII secolo. Nacque da una famiglia appartenente alla piccola nobiltà essendo il padre miles presso il castello di Goito e la sua vita, trascorsa nelle corti più note dell'Europa, fu movimentata e intensa.
Nel periodo della giovinezza, come si può dedurre da quello che viene considerato il suo più antico componimento, cioè dallo scambio di strofe (chiamate coblas in provenzale) con Aimeric de Peguilhan, egli fu un giullare.
Dopo il periodo trascorso a Ferrara tra il 1220 e il 1221 presso la corte di Azzo VII d'Este dove conobbe Rambertino Buvalelli che gli fece da maestro per i primi rudimenti dell'arte poetica, Sordello si spostò a Verona presso il conte Rizzardo di Sambonifacio e risalgono a questo periodo (1225) i partimens con Guilhem de la Tor nei quali porta a difesa le tesi dell'amor cortese.
Nel 1226, sempre a Verona, fu a capo della spedizione per sottrarre la moglie di Rizzardo, Cunizza, su ordine dei fratelli della donna, Ezzelino III e Alberico da Romano.
Aveva nel frattempo sposato Otta degli Strasso, una donna di nobile famiglia di Ceneda e nel 1229 lasciò la corte dei da Romano e, in seguito a varie vicende politiche, si recò in Spagna, in Portogallo e in Provenza dove, dal conte Raimondo Berengario IV, fu insignito della nomina di cavaliere e gli furono donati alcuni feudi.
Nel 1245 morì il conte Raimondo e Sordello rimase con il suo erede Carlo I d'Angiò fino al 1265 quando, al suo seguito, poté ritornare in Italia dove nel 1269 gli vennero donati dallo stesso alcuni feudi abruzzesi e qui morì probabilmente in quello stesso anno.
Ci restano di lui 42 liriche di argomenti vari, con presenza significativa sia del tema amoroso, sia del tema politico, e un poemetto didascalico, Ensenhamen d'onor (Precetti d'onore). Il testo più famoso è il Compianto in morte di ser Blacatz, elogio funebre di un signore provenzale che proteggeva i trovatori, scritto intorno al 1237 in stile satirico.
La fama di Sordello è dovuta principalmente al ritratto che poeticamente ne delineò Dante Alighieri nei canti VI, VII e VIII del Purgatorio.

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http://it.wikipedia.org/wiki/Sordello_da_Goito
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Agiografia

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:42

Nell'attuale riflessione storiografica, per agiografia si intende, tutto il complesso delle testimonianze che costituiscono la memoria della vita di un santo e del culto a lui tributato: testi scritti, ma anche rappresentazioni iconografiche, epigrafi, monumenti e addirittura oggetti di vario genere comunque finalizzati alla perpetuazione del ricordo del personaggio in questione e alla promozione della venerazione nei suoi confronti.
Più comunemente, il termine va ad indicare soprattutto la produzione letteraria (analizzata anche come componente importante della letteratura cristiana), all'interno della quale è possibile distinguere i testi narrativi (Passiones, vite, raccolte di miracoli, relazioni su traslazioni di reliquie), da quelli di carattere liturgico (martirologi e calendari) e dalla produzione poetica ed innologica.
Il termine agiografia, inoltre, va ad indicare anche l'insieme degli studi critici di varia natura (da quelli più propriamente storici a quelli di natura filologica e letteraria) sviluppatisi in ambito cattolico a partire dall'età moderna, inizialmente nel tentativo di rispondere alle critiche nei confronti del culto dei santi scaturite dagli ambienti riformati non solo sul piano della riflessione teologica, ma anche su quello dell'analisi storico-erudita.
In senso lato, il termine indica un testo che tende a creare un'aura di mito intorno ad un personaggio oppure avvenimento.

...

Le prime raccolte di miracoli
A partire dal 1230 circa si iniziò a considerare la perfezione dei santi non tanto dai miracoli fatti ma dallo stile di vita che doveva concludersi in un processo di imitazione di Cristo anche nelle caratteristiche fisiche, come nel caso di San Francesco. Fu questo il primo santo stimmatizzato del quale vennero scritti, tra il 1229 e il 1255, la vita e i miracoli.
I testi prodotti in questo periodo cambiano stile e diventano delle vere e proprie raccolte di miracoli non più legati ad un santuario ma a un santo, una santa, alla Madonna oppure, come nel caso delle opere Dialogus miraculorum del cistercense Cesario di Heisterbach e Vitae fratrum del frate domenicano Gerardo di Frachet, ad un Ordine religioso o a un sacramento come l'Eucarestia.

I Flores Sanctorum
Alcuni domenicani, come Giacomo da Mailly e Bartolomeo da Trento, compilarono dei compendi di leggende, chiamati Flores Sanctorum, da mettere a disposizione del clero parrocchiale essendo difficile poter accedere ai "leggendari" posseduti dalle abbazie e decorati con magnifiche miniature.
La legenda aurea del domenicano Giacomo da Varagine, che venne composta verso il 1260 in Italia fu senza dubbio il più importante di questi testi. L'opera ebbe molto successo fino alla metà del XVI secolo e, nel corso del XIV secolo fu tradotta in tutte le lingue del mondo cristiano (esistono ancora oggi oltre mille manoscritti latini di quest'opera). Essa vene utilizzata sia dagli ecclesiastici per i loro sermoni, sia dai laici come lettura edificante e divenne anche fonte di ispirazione per molti artisti per le iconografie dei santi negli ultimi secoli del Medioevo.

Le biografie mistiche
Durante il XIII e l'inizio del XIV secolo apparvero delle vere biografie mistiche che cercavano di ricostruire la vita interiore dei santi con tutte le più rilevanti manifestazioni della loro devozione. Esempi significativi di questo genere di testi furono, nel XIII secolo, le vite delle sante beghine dei Paesi Bassi e in Italia quella di Santa Margherita da Cortona e di Santa Caterina da Siena, nonché il Libro della beata Angela da Foligno.
Alla fine del Medioevo la letteratura agiografica era diffusa in ogni ambiente e comprendeva spesso anche delle favole su personaggi misteriosi e delle biografie spirituali.
Questi testi, così numerosi e non ancora completamente inventariati per quanto riguarda la produzione in lingua volgare, costituiscono uno strumento assai prezioso per comprendere e analizzare la spiritualità e la mentalità del Medioevo.

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Walter di Bibbesworth

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:42

Walter di Bibbesworth, o in francese antico Gauter de Bithesweth[1] (1219 o prima – 1270 o dopo), è stato un letterato e un singolare poeta-troviero anglo-normanno che scrisse in lingua d'oïl.
Bibbesworth è conosciuto soprattutto per il suo Tretiz ("trattato"), un poema didattico di 1140 versi ottonari, destinato all'insegnamento del vocabolario francese ai bambini di madrelingua inglese. È il più antico manuale di francese che si conosca e la sua stesura probabilmente risale tra il 1240 il 1250[2]. Nel prologo l'autore dedica il libro a una certa Dyonise e ai suoi figli[3].
Bibbesworth ha scritto, inoltre, in antico francese, una tenson (1270) insieme a Henri de Lacy che ha per tema la crociata in Terra santa e una chanson dedicata alla Vergine Maria.

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Dolce stil novo

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:43

Il dolce stil novo, detto anche stilnovismo, è un importante movimento poetico italiano che si è sviluppato nella seconda metà del Duecento. Corrente che segna l'inizio del secolo, il dolce stil novo influenzerà parte della poesia italiana fino a Petrarca: diviene guida infatti di una profonda ricerca verso un'espressione raffinata e nobile dei propri pensieri, staccando la lingua dal volgare, portando la tradizione letteraria italiana verso l'ideale di un gesto ricercato e aulico. Nascono le rime nuove, una poesia che non ha più al centro soltanto la sofferenza dell'amante, ma anche le celebrazioni delle doti spirituali dell'amata. A confronto con le tendenze precedenti, come la scuola guittoniana o più in generale la lirica toscana, la poetica stilnovista acquista un carattere qualitativo e intellettuale più elevato: il regolare uso di metafore e simbolismi, così come i duplici significati delle parole.

Origine dell'espressione
L'origine dell'espressione è da rintracciare nella Divina Commedia di Dante Alighieri (Canto XXIV del Purgatorio): in essa infatti il rimatore guittoniano Bonagiunta Orbicciani da Lucca definisce la canzone dantesca Donne ch'avete intelletto d'amore con l'espressione 'dolce stil novo', distinguendola dalla produzione precedente (come quella del Notaro Jacopo da Lentini, di Guittone e sua), per il modo di penetrare interiormente luminoso e semplice, libero dal nodo dell'eccessivo formalismo stilistico (Guittone d'Arezzo). Poesia:

« "...Ma dì s'i' veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
Donne ch'avete intelletto d'amore."
E io a lui: "I'mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'e' ditta dentro vo significando."
"O frate, issa vegg'io", diss'elli, "il nodo
che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!..." »

(Purg. XXIV, vv. 49-57)

Il movimento
Nasce a Bologna, e poi si sviluppa a Firenze, città d'origine di quasi tutti i componenti del movimento stilnovistico, tra il 1280 ed il 1310 escludendo Cino da Pistoia e lo stesso Guinizzelli. Il manifesto di questa nuova corrente poetica è la canzone di Guinizzelli Al cor gentil rempaira sempre amore; in questo componimento egli esplicita le caratteristiche della donna intesa dagli stilnovisti che poi sarà il cardine della poesia stilnovista. La figura femminile evolve verso la figura donna-angelo, intermediaria tra uomo e Dio, capace di sublimare il desiderio maschile purché l'uomo possegga un cuore gentile, cioè nobile d'animo; amore e cuore gentile finiscono così con l'identificarsi totalmente. Questa teoria, avvalorata nel componimento da molteplici sillogismi, rimarrà la base della poesia di Dante e di coloro che fecero parte dello Stil Novo, di generazione successiva, che vedranno in Guinizzelli e Alighieri i loro maestri. La corrente del "Dolce Stil Novo" segue e contrasta, grazie ad un approccio e ad una visione dell'amore del tutto innovativi, la precedente corrente letteraria dell'"amor cortese". Contro quest'ultima, infatti, introduceva nei testi riferimenti filosofici o morali o religiosi, tanto che autori contemporanei (Bonagiunta Orbicciani, ad esempio, in un noto sonetto indirizzato a Guido Guinizelli, "Voi che avete mutata la mainera") si lamentarono dell'oscurità e della "sottiglianza" delle poesie specificando che un tale registro poetico non avrebbe suscitato né interessi né adesioni nel mondo toscano; la critica era quella di aver unito la filosofia alla poesia. Guinizzelli risponderà a Bonagiunta nel sonetto "Omo che è saggio non corre leggero", in cui ricorda la vanità di giudizi espressi senza adeguata riflessione e conoscenza dei temi trattati; nello stesso testo approfitterà per replicare la propria opinione: come i talenti naturali sono diversi per volontà divina, così è legittimo che ci siano modi ed atteggiamenti diversi di poetare (Alberto Asor Rosa).

L'amore
Con lo Stilnovo si afferma un nuovo concetto di amore impossibile, che aveva i suoi ovvi precedenti nella tradizione culturale e letteraria trobadorica e siciliana, nonché un nuovo concetto di donna, concepita adesso come donna angelo, donna angelica: la donna, nella visione stilnovistica, ha la funzione di indirizzare l'animo dell'uomo verso la sua nobilitazione e sublimazione: quella dell'Amore assoluto identificabile pressoché con l'immagine della purezza di Dio. La donna angelicata, che nello stilnovo è finalmente identificata da un più o meno parlante nome proprio, è oggetto di un amore tutto platonico ed inattivo: non veri atti di conquista o semplice corteggiamento sono compiuti nella sua direzione. Parlare di lei è pura ascesa e nobilitazione dello spirito, puro elogio e contemplazione descrittiva-visiva che consente al poeta di mantenere sempre intaccata e puramente potente la propria ispirazione in quanto diretta ad un oggetto volontariamente cristallizzato ed, ovviamente, giammai raggiungibile. I concetti dell'amore e della sua trascendenza in grado di dettare le parole al cuore del poeta stilnovista sono profondamente legate alla natura elitaria e ristretta del circolo (mai tuttavia vi fu una scuola stilnovista) ed agli studi in ambito filosofico dei partecipanti del suddetto. Tuttavia, le esperienze poetiche, sebbene accomunate da fattori comuni, differiscono ovviamente l'una dall'altra: si passa dalle varie accezioni dell'esperienza amorosa (da nobilitante ad angosciante ed inebetente) proprie del canzoniere cavalcantiano ai temi topici dello sguardo liberatorio e salvifico della donna-angelo, presenti nel padre spirituale della corrente, assolutamente estraneo però a quel ristretto circolo di amici a cui si legano le esperienze propriamente stilnoviste, Guido Guinizzelli. Nella sua canzone Al cor gentil rempaira sempre amore, immagina, nei versi finali, di potersi giustificare di fronte a Dio che lo interroga sul motivo per cui indirizzò ad un essere umano le lodi e l'amore che a Lui e alla Madonna soltanto convengono; a tali domande egli si giustifica testimoniando l'angelicità della semblanza dell'amata: "Tenne d'angel semblanza / che fosse del tuo regno; / non me fu fallo, s'in lei posi amanza" (vv. 57-60), ossia "aveva l'aspetto (semblanza) di un angelo che appartenesse al tuo regno, non feci peccato (non me fu fallo) se posi in lei il mio amore (amanza)". È dunque principalmente a partire dall'esperienza di Guido Guinizzelli, che si configura nella metaforica somiglianza tra la figura della donna e quella di un celeste messaggero, che il legame tra l'aspirazione amorosa terrena e quella divina diviene, soprattutto nella poetica dantesca successiva al periodo stilnovista ed alla morte di Beatrice, sempre più saldo, arrivando ad affermare una reale identità metafisica della donna: un essere quasi ultraterreno, o intermediario tra Dio e l'uomo. A questa visione spiritualizzata dell'amore non sono estranei influssi filosofico-religiosi della Scolastica medievale: il pensiero di San Tommaso D'Aquino, il misticismo di San Bonaventura, nonché le riflessioni di Aristotele lette attraverso l'interpretazione medievale del filosofo arabo Averroé (la dottrina di Guido Cavalcanti sugli spiritelli è di matrice averroistica). I vecchi valori della precedente cultura hanno ormai ceduto il passo di fronte alle nuove generazioni della civiltà comunale, che si sentono nobili per una loro nobiltà spirituale conquistata con l'esperienza, la vita, la meditazione e la dottrina e che si riassume in una nuova coscienza di aristocratica gentilezza d'animo e di mente.

Lo stile
La novità dell'esperienza poetica dello "Stil Novo" risiede nella contestazione della poesia, nell'affermazione di una nuova concezione dell'amore e della donna e, soprattutto, in una nuova concezione stilistica. Rispetto ai canoni guittoniani di un raffinatissimo e difficile trobar clus, caratterizzato da oscurità e da ardue sperimentazioni stilistiche, lo Stilnovo rinnova il concetto di trobar leu, fondando uno stile poetico caratterizzato da rime dolci e piane, segnate da una profonda cantabilità del verso.

Autori
I principali autori di questa corrente letteraria sono quasi tutti toscani, e sono Guido Guinizzelli, considerato il precursore del movimento, Dante Alighieri, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Cino da Pistoia e Dino Frescobaldi. Di questi Dante e Cavalcanti hanno dato il maggior contributo, mentre Cino da Pistoia svolse l'importante ruolo di mediatore tra lo Stil Novo ed il primo Umanesimo, tanto che nelle sue poesie si notano i primi tratti dell'antropocentrismo. Questi poeti appartenevano ad una cerchia ristretta di intellettuali, che di fatto costituivano un'aristocrazia, non di sangue, ma di nobiltà d'animo: essi erano contraddistinti da un'aristocrazia culturale e spirituale. Erano tutti molto eruditi, e appartenevano all'alta borghesia universitaria. Il pubblico a cui si rivolgono è una stretta cerchia di eletti, capaci di comprendere le loro produzioni: l'istruzione retorica, infatti, non era più sufficiente a comprendere appieno tali poesie. Fortemente radicata in questi autori è la concezione che per produrre poesie d'amore siano necessarie conoscenze scientifiche e teologiche: da qui la minor considerazione nei confronti dei guittoniani, non sempre dotati di tali conoscenze.

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Guido Guinizzelli

Messaggio da leggereda Veldriss il 27 novembre 2012, 16:43

Guido di Guinizello di Magnano, meglio conosciuto come Guinizelli (Bologna, 1235 – Monselice, 1276), è stato un poeta italiano.
Poeta di grande novità rispetto alla precedente Scuola siciliana e a quella toscana: è considerato l'iniziatore e il teorizzatore del Dolce Stil Novo, la corrente letteraria italiana del XIII secolo di cui la sua canzone "Al cor gentil rempaira sempre amore" è considerata il manifesto. Nonostante l'identità storica non sia del tutto sicura, Guinizelli occupa un posto di rilievo nella storia della letteratura italiana; la sua produzione lirica fu molto apprezzata dai contemporanei e dallo stesso Dante Alighieri, che lo dichiara padre suo e quindi maestro, nel canto XXVI del Purgatorio.

Vita
Guido Guinizzelli nacque a Bologna nel 1235, se è corretta - come ormai si ritiene - l'identità storica di Guido di Guinizello di Magnano, giurisperito, politico e ghibellino: le informazioni biografiche riguardo al poeta sono quasi inesistenti. Secondo questa identità storica, Guido sarebbe figlio di Guinizello di Magnano e di un'esponente della famiglia ghibellina dei Ghisilieri, ideologia politica che lo vorrà anche partecipe alla politica cittadina.
Si è certi che, sempre nel 1265 o poco tempo dopo, Guido inviò un sonetto a Guittone d'Arezzo, chiamandolo padre. Negli anni a seguire, nel periodo compreso tra il 1266 e il 1270, esercitò la professione di giurisperito Terminata la carriera di giudice, viene nominato podestà, o magistrato a carico di Castelfranco Emilia.
Nel 1274, viene esiliato a Monselice, Padova, insieme alla sua famiglia a causa della sconfitta ghibellina a cui si era legato, in particolar modo alla sconfitta della famiglia Lambertazzi, sopraffatta dalla fazione guelfa dei Geremei. A Monselice si reca anche con la moglie, Bice della Fratta, e suo figlio, Guiduccio Guinizelli.
La data di morte non è ancora certa: risale però al 14 novembre 1276 un documento notarile che affida alla moglie di Guido la tutela del figlio minorenne. Con tutte le probabilità infatti Guido Guinizelli morì in quello stesso anno, nel 1276.

Opere
Il canzoniere di Guinizelli si compone di ventiquattro testi, secondo l’edizione di Luigi Di Benedetto, alcuni di paternità incerta: il poeta è attivo tra il 1265 e il 1276, ma non si ha ancora una cronologia completa e affidabile delle sue opere. L'incertezza sulla cronologia delle opere infatti non permette una divisione accurata del percorso poetico dell'autore: con ogni probabilità si può definire una distinzione tra la prima giovinezza del poeta, di stampo guittoniano, e una seconda fase, che anticipa lo stilnovismo.
La prima opera di certa datazione è il sonetto A frate Guittone, che ne attesterebbe la sua adesione ai canoni guittoniani: rientrano nel primo periodo i sonetti, in settenari, Gentil donzella, di pregio nomata; Lamentomi di mia disaventura; Sì sono angostioso e pien di doglia; Madonna mia, quel dì ch’Amor consente e i componimenti Pur a pensar mi par gran meraviglia e Fra l’altre pene maggio credo sia.
Al secondo periodo, quello che si può definire come prestilnovista, appartengono le canzoni (in endecasillabi e settenari), i diversi sonetti il cui tema centrale è la lode dell'amata, quelli che anticipano le tematiche svolte in seguito da Guido Cavalcanti e quelli impostati sulla poesia comico-realista.

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