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LA SCONFITTA DI BONIFACIO VIII

Messaggio da leggereda Veldriss il 21 novembre 2013, 15:51

Era, si può dire, fatale che tra papa Bonifacio VIII, l'energico campione delle più sconfinate pretese clericali, e Filippo IV, uno dei primi rappresentanti del concetto moderno dello Stato, dovesse scoppiare un conflitto. Sin dal XII secolo lo Stato aveva cominciato a tassare anche i beni e redditi ecclesiastici, mentre la chiesa non voleva riconoscere questo diritto al potere civile, se non tutt'al più in casi eccezionali e previa l'autorizzazione del papa.

Ora quando sulla fine del XIII secolo i re di Francia e d'Inghilterra ad onta di tutto iniziarono a tassare di proprio arbitrio il clero, Bonifacio credette di non dover tollerare questo. Ed il 25 febbraio 1296 emanò una bolla (detta dalle parole iniziali Clericos laicis), in cui rivendicò solo a sé il diritto di imporre tributi sui beni ecclesiastici e minacciò la scomunica contro l'autorità laica che mettesse tasse di questo genere e gli ecclesiastici che le pagassero.

Ma erano ormai passati i tempi in cui le parole minacciose della curia avevano dettato legge ai popoli ed ai governi. Mentre in Inghilterra il re senza curarsi minimamente della bolla proseguì a tassare il clero, Filippo IV volle far sentire al vicario di Cristo il peso della sua mano e gli restituì il colpo emanando un divieto generale di esportazione dell'oro e dell'argento, ed impedendo così alla curia di riscuotere dalla Francia le entrate in contante.

Il dissesto finanziario piegò Bonifacio; egli interpretò con una nuova bolla del luglio 1297 il suo precedente atto in maniera che sostanzialmente se lo rimangiò. E la santificazione di Luigi IX, appunto allora compiuta dal papa, sembrò suggellare il ritorno delle buone relazioni tra Roma e la Francia.
Ma gli attriti erano semplicemente sopiti, anzi, benché non apparisse, divennero più profondi. Quando nel 1298 il papa offrì la sua mediazione per metter fine alla guerra tra l'Inghilterra e la Francia, Filippo rispose che accettava soltanto la mediazione del privato cittadino Gaetani, e dichiarò ostentatamente che la potestà civile nel suo regno spettava a lui solo e che quindi non avrebbe mai permesso l'ingerenza o la supremazia di nessuna autorità estranea in materia civile.

Se questa dichiarazione intese dare un ammonimento al papa, questi o non lo comprese o non ne tenne conto. Ed il suo orgoglio anzi aumentò a dismisura per la splendida riuscita del giubileo da lui indetto. Egli aveva proclamato che chi volesse purgarsi dei propri peccati doveva durante l'ultimo anno del secolo recarsi a Roma a pregare sulle tombe degli apostoli e dei santi; ed aveva promesso le più larghe indulgenze, valendosi del potere che come successore di Pietro gli dava il possesso delle chiavi del paradiso.

All'invito risposero centinaia di migliaia di persone. Per le vie della città eterna si stiparono per tutto l'anno folle di pellegrini, ed il papato vi guadagnò in autorità ed in denaro sonante; giacché naturalmente le indulgenze non si ottenevano gratis ed ognuno dovette deporre il suo obolo nel tesoro apostolico.
La solennità nel suo complesso assunse il carattere di una specie di grandiosa rivista dell'esercito dei fedeli schierato attorno al suo supremo pastore. Tanto più Bonifacio si stimò padrone del mondo; “il pontefice romano, egli proclamò, regna su tutti i re e su tutti i regni e su ogni creatura umana; tutti i credenti in Cristo, per quanto alto sia il loro rango, devono sottostargli, e se smarriscono la retta via debbono accogliere i suoi mandati ed i suoi ammonimenti come un malato una medicina salutare”.

A Bonifazio non doveva però mancare occasione di sperimentare in pratica quanta poca consistenza avessero tali pretese. Re Filippo IV infatti nel 1301 fece imprigionare e processare sotto l'accusa di lesa maestà il vescovo Bernardo Saisset di Pamiers che, fungendo presso di lui da legato pontificio, gli si era mostrato poco ossequiente. La risposta non si fece attendere; Bonifacio emanò una bolla rovente (Ausculta fili: 5 dicembre 1301) in cui, oltre a lagnarsi duramente di altri torti, esigeva l'incondizionata liberazione di Bernardo:
«A nessuno venga in mente di farti credere», dice il papa, alludendo manifestamente alla dichiarazione fatta da Filippo nel 1298, «che tu non abbia chi stia al di sopra di te e che tu non debba essere subordinato alla chiesa e al pontefice».
E soggiunse minacciosamente: «Chi nutre queste idee, erra, e chi persiste nell'errore é un eretico».

Contemporaneamente il papa convocò a capitolo in Roma per l'autunno successivo i vescovi francesi allo scopo di studiare sotto la sua presidenza il modo migliore di ricondurre sulla retta via il re ed il suo regno.
Di fronte a questo che era un vero e proprio guanto di sfida, il primo pensiero del re fu di assicurarsi l'appoggio della nazione. E, mentre proibiva, sotto minaccia di pene gravissime ai vescovi francesi di recarsi a Roma, Filippo allo scopo di aizzare le suscettibilità dei suoi, fece divulgare un falso testo della bolla Ausculta fili, che in forma recisa e senza sottintesi metteva in bocca al papa l'affermazione che il re era suo subordinato anche in materia di affari temporali.
Dopo ciò il re chiamò a se i rappresentanti della nazione: prelati e nobili, nonché rappresentanti delle maggiori città. Fu la prima convocazione generale degli Stati avutasi in Francia, giacché la corona aveva bensì anche in tempi precedenti convocato i rappresentanti della borghesia per consigliarsi e per assicurarsi il loro appoggio; ma una convocazione contemporanea di tutti e tre gli Stati non si era mai ancora avverata. L'anno 1302 assisté alla nascita degli Stati generali (Etats généraux).
Ma i passi fatti unanimemente dai rappresentanti della Francia presso il papa, malgrado lasciassero comprendere la loro solidarietà col re, non riuscirono ad arrestare Bonifacio sulla via per la quale si era messo, tanto più che una notevole parte dei prelati, contravvenendo ai voleri del re, aveva preferito ubbidire al suo capo spirituale e si era recata a Roma.
In risposta Filippo confiscò i loro beni. A sua volta Bonifacio rincarò la dose pubblicando una nuova bolla in data 18 novembre 1302 in cui diceva:
«Non vi é che una sola santa chiesa, e questa ha un sol corpo ed un solo capo, che è Cristo ed in qualità di suo rappresentante Pietro, nonché il suo successore, il papa. Al papa perciò appartengono ambedue le spade, la spada spirituale che egli stesso maneggia, e la spada temporale che egli ha affidato ai ren. "la Chiesa ha due spade, quella spirituale e quella temporale; la prima viene condotta dalla Chiesa, la seconda per la Chiesa; quella per mano del sacerdote, questa per mano del re ma dietro indicazione del sacerdote" (in altri termini qui si afferma che il potere civile deriva da una semplice delegazione dei potere spirituale e gli rimane subordinato, é dipendente da esso). Se pertanto i re smarriscono la retta via, l'autorità spirituale ha diritto di giudicarli. Certo, anche chi esercita questa autorità é un uomo, ma il suo potere non é umano, ma divino; chi si oppone quindi a siffatto potere, é renitente alla volontà di Dio, e per ogni creatura umana che voglia guadagnarsi la beatitudine eterna è assolutamente necessaria l'ubbidienza al sommo pontefice romano».

Fra tutti gli atti ufficiali emanati dalla curia romana la bolla Unam sanctam, di cui ora abbiamo accennato il contenuto, rappresenta il non plus ultra della presunzione clerico-papale. E si dice che Bonifacio l'abbia redatta personalmente. Ma anche altre penne vennero messe in movimento, come al tempo della lotta per le investiture, da questo riaccendersi del conflitto tra il potere spirituale e il potere temporale.

Germogliò tutta una letteratura di scritti polemici, dei quali gli uni sostennero i diritti dello Stato, gli altri i diritti della chiesa, argomentando come lo permettevano le risorse della scienza del tempo e nelle forme ad essa consuete. Tra i difensori del papato emersero specialmente i domenicani. Uno di essi, Egidio da Colonna, che morì nel 1316 arcivescovo di Bourges, nel suo trattato «Del potere spirituale» arrivò a sostenere che “non solo la sovranità politica, ma la stessa proprietà privata era un dono della chiesa ed era subordinata alla chiesa”; ed il suo confratello Jacopo da Viterbo dichiarò il “papato la fonte e la misura di ogni potere terreno, il papa la fonte di tutte le leggi, leggi che obbligano ogni creatura umana, salvo lo stesso legislatore. È naturale che per questo autore il potere spirituale sia la luce, il potere temporale il colore che esiste solo in grazia della prima”.

Dall'altra parte vediamo invece i sostenitori della monarchia negare, ricorrendo alla teoria del diritto naturale, il carattere universale del potere spirituale, segnargli dei limiti, e stabilire su basi diverse i rapporti tra lo Stato e la chiesa. Essi dicono: “Anche la potestà regia, deriva direttamente da Dio e sta accanto alla potestà spirituale del papa come una autorità di pari grado; ciascuna di esse impera nella propria sfera, e quindi l’autorità ecclesiastica non deve ingerirsi in materia civile come il potere civile deve astenersi dal prendere ingerenza negli affari della Chiesa. I beni materiali di quest'ultima sono poi soggetti alla vigilanza dello Stato, che in caso di abuso può toglierglieli. Se la chiesa può aver dei beni, gli ecclesiastici non debbono personalmente possederne; il fatto che il clero si sia tanto allontanato, come oggi avviene, dalla povertà evangelica costituisce un traviamento, e si ha da cercare di ricondurlo alla sua missione religiosa che é soltanto quella di custodire il dogma, amministrare i sacramenti ed esercitare la cura delle anime. Anche la giurisdizione ecclesiastica era ricondotta entro i suoi limiti naturali. Il clero nazionale poi in materia civile é subordinato allo Stato, cui deve pure pagare le imposte, né al papa può essere permesso di ingerirsi in questo campo”.

Notevole é in questi ultimi scritti anche l'intonazione nazionale-patriottica: i loro autori si mostrano animati da un profondo sentimento nazionale e da un vivo spirito di indipendenza. La Francia - questo é il loro ritornello costante - non tollererà mai che da qualsiasi parte si tenti di arrestarla o di impacciarla nella sua naturale evoluzione. E quindi questa letteratura francese, benché occasionata dal conflitto tra il papato e la corona, si appunta innegabilmente anche contro l'impero; il re, troviamo detto, è imperatore nel suo regno. Anzi, a dire il vero, un'altra corrente, rappresentata specialmente da Pierre Dubois, appartenente alla classe dei legisti già allora influentissima in Francia, va ancora più in là; essa rivendica alla Francia l'onore della dignità imperiale, in armonia al primato che questa nazione vanta su tutta la cristianità.

Naturalmente queste polemiche letterarie non decisero il conflitto tra il papa e la corona francese. Bonifacio invece lo acuì, riconoscendo ora in Sicilia la dominazione aragonese ed in Germania Alberto d'Absburgo, che all'inizio non aveva voluto riconoscere. Ed inoltre si preparò a colpire il suo avversario con l'anatema che in passato aveva portato ai piedi del papa tanti principi potenti e superbe corone.

Ma Filippo lo prevenne. Alleandosi con un partito d'opposizione esistente in seno alla stessa chiesa contro Bonifacio, la cui elezione considerava illegale perché fatta mentre era ancor vivo il suo predecessore, e dopo essersi nuovamente assicurato dell'appoggio della nazione, il re osò tacciare il papa di eresia, accusandolo inoltre di stregoneria e persino di vizi contro natura.
Nè basta, perché spedì in Italia uno dei suoi consiglieri, Guglielmo di Nogaret, un originario della Francia meridionale, assetato di vendicare il sangue dei suoi antenati sparso nella strage degli Albigesi, munito di pieni poteri e di abbondanti mezzi finanziari, con l'incarico di dare aiuto agli avversari del papa e di impedire ad ogni costo la pubblicazione della scomunica.

Pare che l'intenzione di Filippo fosse propriamente quella di impadronirsi della persona del papa e di trascinarlo in Francia per farlo giudicare da un concilio. A tale scopo il Nogaret si unì ai romani Colonna, i nemici mortali del papa e della sua famiglia, e lo sorprese nella sua città nativa di Anagni la vigilia del giorno in cui doveva esser letta pubblicamente la scomunica (7 settembre 1303).

Nogaret con in prima fila i Colonna, aveva organizzato un vero e proprio assalto al palazzo di Anagni, con il concorso anche dei cittadini di Anagni. Alla sera il palazzo - abbandonato da servi e prelati in fuga - era in mano ai congiurati. L'unico a non fuggire fu Bonifacio. Imperturbabile si vestì con tutte le sue insegne di papa, con tiara in testa, il bastone pastorale in mano, e si sedette sul trono in attesa dei drammatici eventi.
L'irruzione nelle stanze papali dei ribelli era capeggiata oltre che dal Nogaret, da Sciarra Colonna; quest'ultimo dopo aver ricoperto di ingiurie Bonifacio, minaccioso gli intimò di reintegrare i due cardinali Colonna destituiti, se voleva salva la vita. Bonifacio pieno di orgoglio, fece l'indignato, respinse le condizioni e con tono sprezzante sporgendo in avanti e scoprendo la nuca gli gridò in faccia "ecco la mia testai". Sembra - almeno così si racconta ma non ci sono serie testimonianza - che Nogaret (altri dicono Sciarra) a quel gesto di sfida abbia schiaffeggiato il papa con il suo guanto di ferro. Di sicuro è che fu maltrattato e oltraggiato, soprattutto dal Colonna.

Nogaret - com'era del resto il compito affidatogli - voleva arrestarlo e portarlo a Parigi, il Colonna invece lo voleva morto.Per decidersi su cosa fare impiegarono tre giorni con tanto imbarazzo dei loro seguaci. Nel frattempo la scena della violenza, dello schiaffo, dei maltrattamenti fatti al papa, si era diffusa fuori dal palazzo, per tutta Anagni, e i cittadini - che prima avevano favorito e partecipato perfino all'assalto - a difesa del loro illustre concittadino questa volta l'assalto lo ripeterono ma per liberare Bonifacio e mettere in fuga gli indegni cospiratori.

La sera stessa Bonifacio si affacciò a ringraziare e a benedire i suoi concittadini salvatori. Rimase ad Anagni ancora per qualche giorno, poi non sentendosi sicuro nella sua stessa città, volle far ritorno a Roma e per farlo volle mettersi sotto la protezione degli Orsini. Il 25 settembre faceva il suo ingresso a Roma scortato da quattrocento cavalieri, accolto trionfalmente dal popolo tripudiante per lo scampato pericolo. Ma lo attendeva l'ultimo suo fatale errore.
Ancora una volta Bonifacio si era fidato di persone sbagliate, gli Orsini si erano finti protettori, lo avevano scortato fino a Roma, ma poi finite le feste, non lo mollarono, lo tennero prigioniero con chissà quali oscuri progetti. Questo tradimento fu l'ultimo colpo per un papa superbo che aveva una autentica divinizzazione della propria persona.

Non sappiamo se dopo i maltrattamenti di Anagni, rimase stroncato più nel fisico oppure dopo questo tradimento stroncato più nel morale, sappiamo solo che febbri forti l'incolsero e quindici giorni dopo, 1'11 ottobre, moriva. Fu sepolto a S. Pietro; a ricordarlo Arnolfo del Cambio con uno stupendo monumento nella cappella Caetani, che Bonifacio si era fatta costruire nella basilica di S. Pietro di allora.
Gregorovius così commentò quel monumento: "è il monumento del papato medievale, che le potenze dell'epoca seppellirono con lui... fu l'ultimo papa a concepire l'idea della Chiesa gerarchica dominatrice del mondo...

Come abbiamo visto in tutto il suo operato questo papa aveva una mania di grandezza. Illudendosi di essere un grande papa che doveva essere tramandato ai posteri, aveva - con questa smodata ambizione della fama postuma - con lui ancora vivo, fatto disseminare un gran numero di sue statue in ogni luogo, a Orvieto, Bologna, Anagni, Laterano, S. Pietro e un numero infinite di chiese.
Ma invece della fama, appena spirato, i suoi nemici profanarono anche la sua morte, misero in giro voci secondo le quali sarebbe morto nella più cupa disperazione attanagliato da terribili rimorsi.

Sul suo trapasso sono state scritte tante cose, tante buone e tante cattive. Il cardinale Stefaneschi testimoniò con altre sette cardinali alla dipartita scrisse che la sua morte fu tranquilla, serena, e confortato dagli ultimi sacramenti.

Ferreto da Vicenza scrisse invece che “...fu invaso da spirito diabolico, battendo furiosamente la testa contro il muro, 'fino a far sanguinare la testa incanutita”, Francesco Pipino nel suo "Chronicon" scrive che "nelle convulsioni si mordeva le mani come un cane”.
Altri raccontarono cose ignominose, che lo Scartazzini nella sua "Enciclopedia Dantesca” le riportò tutte con una certa acrimonia.

Alcuni rispolverarono la maledetta sorte che aveva predetto con una lapidaria frase Celestino V al suo carceriere "è entrato come una volpe, ha regnato come un leone, morirà come un cane".

Dante (indubbiamente anche per motivi personali, per le dolorose ripercussione che ebbero nella sua vita le lotte a Firenze causate da Bonifacio) gli diede un posto all'Inferno (XXVII, 85) chiamandolo "Lo principe de' navi farisei", anche se poi indignato per la condotta di Filippo il Bello e il suo sacrilego attentato fatto ad Anagni dai suoi emissari, lo paragonò a Cristo in croce, e lo mise nel Purgatorio (Purg. XX,86-93).

A denigrarlo, lui e la sua opera, ci si mise poi papa Clemente V, per aver lasciato il Caetani la Chiesa in uno stato pietoso a causa della sua distruttiva boria e intransigenza a oltranza, poi seguito – paradossalmente - dal breve e arrendevole pontificato del mite Benedetto Xl (1303-1304).

Nella lacrimevole fine dell'uomo che non aveva voluto riconoscere al di sopra di sé alcuna autorità terrena la pubblica opinione vide il dito di Dio che aveva inteso umiliare l'orgoglio del Gaetani. Tuttavia il collegio dei cardinali si mostrò così compreso del bisogno di tutelare la dignità della Santa Sede, che con rara unanimità e dopo tre soli giorni di conclave diede (22 ottobre 1303) un nuovo capo alla cristianità nella persona del generale dei domenicani, Nicola Bonvicini di Treviso, uomo di bassi natali. Per lo spazio di 75 anni fu questo l'ultimo conclave tenutosi in Roma. Il nuovo eletto, che prese il nome di Benedetto Xl (1303-1304) era stato partigiano di Bonifacio, al pari del resto di tutto l'ordine cui egli apparteneva; ma non trovò l'energia necessaria a proseguire nella politica del suo predecessore. Restituì anzi ai Colonna i loro beni e revocò le disposizioni emanate da Bonifacio in odio al re di Francia. Soltanto dopo che, di fronte al fermento a lui ostile manifestatosi in Roma, si trovò costretto a fuggire a Perugia, la cittadella del guelfismo italiano, il papa assunse un'attitudine più virile e si decise a condannare per lo meno gli immediati esecutori e complici dell'attentato di Anagni. Se non che, poco dopo, il 7 luglio 1304 lo colse la morte a Perugia.

Ed appunto a Perugia fu tenuto il nuovo conclave. In seno al collegio dei cardinali si formarono due partiti diametralmente opposti; da un lato i bonifaciani o il partito patriottico italiano, dall'altro i francofili. Ne l'uno né l'altro riuscì a raggiungere la maggioranza necessaria per l'elezione del papa. I bonifaziani allora credettero di spuntarla proponendo l'arcivescovo di Bordeaux, Bertrand de Got, un guascone, che, sebbene suddito di re Filippo, aveva fama di nemico della Francia e di fautore della politica di Bonifacio VIII. Ma, quando i francesi sondarono l'ambizioso prelato, s'avvidero subito che la tiara gli stava assai più a cuore che le sue convinzioni, e perciò gli dettero anche i loro voti; e Bertrando venne eletto il 5 giugno 1305 assumendo il nome di Clemente V (1305-1314).

"da http://cronologia.leonardo.it/umanita/papato/cap079.htm"
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Chiesa assira d'Oriente

Messaggio da leggereda Veldriss il 26 settembre 2016, 12:42

La santa Chiesa assira d'Oriente (in siriaco ʿedtā d-madnḫā) è una Chiesa cristiana, nota anche come Chiesa nestoriana.

A livello teologico, si caratterizza per il riconoscimento dei soli primi due Concili ecumenici e di Nestorio come santo. La Chiesa assira d'Oriente non è in comunione con le Chiese ortodosse orientali poiché queste ultime riconoscono, invece, la validità dei primi tre Concili ecumenici.

Nata in Mesopotamia, la Chiesa assira ha conosciuto una rapida espansione che ha portato i suoi missionari a fondare comunità fino all'India, dove è nota con il nome di "Chiesa siro-caldea". Inoltre fu la prima a portare il cristianesimo in Cina. La comunità monastica nestoriana stabilitasi a Chang'an (antico nome di Xi'an, capitale della Dinastia Tang) fu, nel VII secolo, la prima documentata comunità cristiana in Cina. Oggi comprende i territori dell'attuale Iraq settentrionale e dell'Iran.
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L'evangelizzazione in India, Cina, Mongolia e Tibet

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Un alto prelato di etnia uiguri, Rabban Marco, venne eletto patriarca con il nome di Yab-Alaha III nel 1281, ed il monaco Rabban Bar Sauma (circa 1220–1294) viaggiò da Pechino a Roma per perorare l'avvio di una crociata assieme ai mongoli contro i Mamelucchi. Fu invitato a colloquio dai cardinali della Curia romana. I porporati gli chiesero: "Qual è la tua fede? Esponi il tuo credo". Rabban Bar Sauma rispose: "Io credo in un Dio nascosto, eterno, senza inizio e senza fine, Padre, Figlio e Spirito Santo, tre ipostasi uguali e non separate. Non c'è tra loro primo o ultimo, né giovane o anziano: essi sono uno quanto alla natura ma tre quanto alle ipostasi. Il Padre è generatore, il Figlio è generato e lo Spirito Santo è procedente".

Un monumento risalente al XIV secolo testimonia l'esistenza a Zhoukoudian nel distretto di Fangshan (non lontano da Pechino) del monastero della Croce. Nel 2003 gli archeologi hanno scoperto che una comunità appartenente alla Chiesa assira continuò a vivere in Cina anche dopo l'editto di Wu Zong, per diversi secoli, pur tagliata fuori da ogni contatto con l'esterno, e continuò ad avere il suo patriarca. A sud del lago Balkash è stato ritrovato un cimitero cristiano risalente al XIII-XIV secolo. I nomi di persona dei defunti sono cristiani, mentre i cognomi sono locali.

La Chiesa d'Oriente sotto i khanati mongoli

Nel XIII secolo la Chiesa d'Oriente contava 27 sedi metropolitane e 250 sedi vescovili, in un territorio che si estendeva dalla Mesopotamia a Pechino (all'epoca Khān bālīq), con vari milioni di fedeli[15]. Alcune popolazioni mongole avevano abbracciato il cristianesimo siro-orientale, amalgamandolo con le loro antiche radici sciamaniche: così fece la tribù Kiyad[19]. Altre tribù di etnia mongola, come i Kherejt (stanziati a nord del lago Bajkal), i naiman, i merkit e gli ongud abbracciarono questa fede[20]. I comandanti (khan) dei mongoli da Shingkor Dokshin (XI secolo) a Kabul Khan (1130-1147) professarono il cristianesimo assiro. Anche il padre di Gengiz khan, Yesugei (1140-1177) ebbe tale fede, così come la nuora, Sorghaghtani Beki (della tribù Kherejt), madre del futuro Gran Khan Kublai (1215-1294)[19]. Appartenne alla tribù dei Kherejt anche il maggior rivale di Gengiz khan, Toghril khan. Suo padre, Qourdjaqouz Khan, nelle fonti è ricordato come “re siriaco”[21]. Dopo la conquista mongola della Cina (1206), la chiesa assira riprese vigore e nuove comunità vennero fondate.

Nel 1258 le truppe del Khan Hülegü assediarono e conquistarono Bagdad, sconfiggendo i musulmani. La dinastia di Hülegü dominò per circa un secolo il territorio racchiuso tra i fiumi Indo, ad est, e Tigri, ad ovest. Iniziò un lungo periodo di pace, che consentì alla chiesa d'Oriente di risollevarsi. La nuova capitale dell'Ilkhanato (così si chiamò il regno fondato da Hülegü) fu posta a Maraga, nell'Altopiano iranico. Poco tempo dopo la sede della Chiesa d'Oriente vi fu trasferita da Bagdad. Grazie al patriarca Yab-Alaha III (1281–1317) i cristiani conobbero una fase di prosperità, che ebbe influenza anche nelle arti. Furono costruite molte chiese; risalgono a questo periodo anche gli ultimi conventi fondati in Persia. Essi furono: il monastero di Bar Sauma, vicino a Tabriz (fu visitato da Marco Polo) il nuovo monastero di Maraga e quello dedicato a San Giovanni Battista, sempre a Maraga (fondato da Yab-Alaha III nel 1301).[22]

Dopo la conversione degli Ilkhan all'islam (a cominciare da Gaykhatu nel 1295) per la Chiesa assira iniziò un periodo di decadenza. La Chiesa si ripiegò su se stessa ed avviò nuovamente una lotta per la sopravvivenza. I legami con le comunità dell'Asia orientale si sciolsero ed esse decaddero dopo poche generazioni, tranne quelle dell'India.


https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_assira_d%27Oriente
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Rabban Bar Sauma

Messaggio da leggereda Veldriss il 26 settembre 2016, 12:46

Rabban Bar Sauma (siriaco ܪܒܢ ܒܪ ܨܘܡܐ; Rɑbbɑn bɑrsˤɑuma), noto anche come Rabban Ṣawma o Rabban Çauma, (拉賓掃務瑪S) (Pechino, 1220 circa – Baghdad, 1294) è stato un monaco mongolo. Fu ambasciatore della Chiesa assira d'Oriente in Europa.

Originario di Pechino, fu monaco nestoriano e guidò una missione diplomatica in Europa per conto di un sovrano mongolo di Persia, l'Ilkhan Hulago. Ha lasciato ai posteri la descrizione dei suoi viaggi. È stato il primo uomo autore di un relazione ufficiale su un viaggio in direzione est-ovest (da Pechino a Roma) nello stesso periodo in cui Marco Polo effettuò lo stesso viaggio in direzione contraria. Molto pio, partì da Pechino per un pellegrinaggio a Gerusalemme con uno dei suoi discepoli, Rabban Markos. Essi non raggiunsero mai la città santa a causa del fatto che la via prestabilita attraversava territori interessati da conflitti militari. Si fermarono nella Baghdad controllata dai mongoli, dove trascorsero molti anni. Nel 1281 il suo discepolo Rabban Markos fu scelto come patriarca della Chiesa assira d'Oriente. Successivamente consigliò l'invio del suo maestro Bar Sauma in una nuova missione, come ambasciatore mongolo in Europa. L'anziano monaco incontrò il papa e molti sovrani europei, nel tentativo di stringere un'alleanza tra Mongoli e Crociati. Le sue esperienze ebbero luogo prima del viaggio di ritorno di Marco Polo in Europa.

Formazione

Rabban ("Maestro") Bar Sauma nacque attorno al 1220 a Khanbaliq (la «città del khan», la futura Pechino). Secondo il noto storico e teologo siro Barebreo (1226-1286) era di origine uigura. Fonti cinesi ne descrivono la discendenza come Wanggu (o Ongud), una tribù mongola della dinastia Yuan. Il nome bar Ṣauma in aramaico significa "Figlio del Digiuno" anche se in realtà nacque in una famiglia benestante. Battezzato nella Chiesa assira d'Oriente, divenne un monaco asceta attorno ai vent'anni, prima di diventare maestro di teologia, incarico che svolse per alcuni decenni.

Pellegrinaggio a Gerusalemme

A metà della propria vita, Rabban Bar Sauma s'imbarcò con uno dei suoi discepoli, Rabban Markos (1245-1317), in un pellegrinaggio dalla Cina a Gerusalemme, luogo di origine della cristianità. Attraversarono l'ex stato Tangut, le città di Hotan, Kashgar, Talas nella valle del Syr Darya, il Khorasan (attuale Afghanistan), Maraga (nell'lAltopiano iranico) e Mossul, giungendo a Ani in Armenia. Ricevute notizie preoccupanti riguardo alla sicurezza delle strade che conducevano in Siria meridionale, decisero di non proseguire verso Est.

Si diressero invece nella Persia controllata dai Mongoli, dove furono accolti dal patriarca della Chiesa assira d'Oriente, Mar Denha I (1265-1281). Il patriarca chiese ai due monaci di recarsi alla corte dell'Ilkhan, Abaqa, nella capitale Maraga, al fine di ottenere lettere di conferma per l'ordinazione di Mar Denha a patriarca nel 1266. Durante il viaggio, Rabban Markos ricevette la nomina a vescovo della chiesa assira. Successivamente il patriarca cercò di rimandare i monaci come messaggeri in Cina, ma il conflitto militare in corso lungo la strada ne ritardò la partenza, per cui essi rimasero a Baghdad. Quando il patriarca morì, Rabban Marcos fu nominato suo successore, diventando Mar Yaballaha III (1281). I due monaci viaggiarono fino a Maraga per fare confermare l'elezione da Abaqa, ma il reggente dell'Ilkhanato morì prima del loro arrivo, lasciando il regno al figlio Arghun.

Arghun aveva intenzione di formare un'alleanza strategica tra Mongoli e Crociati, contro il comune nemico dei musulmani Mamelucchi. Il nuovo patriarca Mar Yaballaha suggerì di incaricare il suo maestro Rabban Bar Sauma di avviare contatti con i cristiani. Egli fu così inviato dal papa e dai monarchi europei.

Ambasciatore in Europa

Viaggio di andata
Nel 1287 l'anziano Bar Sauma intraprese il viaggio in Europa, portando doni e lettere di Arghun all'imperatore bizantino, al papa ed ai re europei. Seguì l'ambasciata di un altro nestoriano, Isa Kelemechi, mandato da Arghun presso papa Onorio IV nel 1285.

Rabban Bar Sauma viaggiò con numerosi assistenti e trenta animali. Tra i compagni di viaggio c'erano il cristiano nestoriano (archaon) Sabadinus, Tommaso d'Anfossi (genovese, membro di un'importante compagnia bancaria genovese che funse da interprete) ed un secondo interprete italiano di nome Uguetus o Ughetto. Bar Sauma, nonostante parlasse correntemente cinese, turco e persiano, non conosceva nessuna lingua europea. Suo successore nel ruolo di ambasciatore presso Arghun fu il nobile genovese Buscarello Ghisolfi.

Viaggiò attraverso l'Armenia fino al bizantino impero di Trebisonda sul Mar Nero, poi via nave fino a Costantinopoli dove ottenne un'udienza con l'imperatore Andronico II Paleologo. Gli scritti di Bar Sauma forniscono una descrizione entusiastica della sontuosa basilica di Santa Sofia. Il monaco raggiunse poi, sempre via nave, l'Italia. Quando costeggiò la Sicilia fu testimone della grande eruzione dell'Etna del 18 giugno 1287. Pochi giorni dopo il suo arrivo assistette ad una battaglia navale nel golfo di Napoli il giorno di San Giovanni, 24 giugno 1287, durante il conflitto dei Vespri siciliani. La battaglia fu combattuta tra la flotta di Carlo II (che lui chiama "Irid Shardalo", ovvero "Il re Carlo Due") che lo aveva accolto nel suo regno e Giacomo II di Aragona, re di Sicilia (che chiama Irid Arkon, ovvero "Il re di Aragona"). Bar Sauma scrisse che Giacomo II vinse uccidendo 12.000 uomini. Si trasferì poi a Roma, troppo tardi per poter incontrare papa Onorio IV morto poco tempo prima. Bar Sauma avviò quindi negoziati con i cardinali della curia e visitò la basilica di San Pietro.

La seconda parte del viaggio di Bar Sauma riguardò la visita dei principali monarchi cristiani.
Durante il viaggio verso Parigi si fermò prima in Toscana (Thuzkan) e poi nella Repubblica di Genova. Passò l'inverno del 1287/88 a Genova, all'epoca uno dei principali centri finanziari europei.[10] Filippo il Bello re di Francia (Frangestan) rispose positivamente all'arrivo dell'ambasciata mongola. Bau Sauma fu ospitato per un mese dal monarca e ricevette molti regali. In Guascogna (Francia meridionale), allora in mano agli inglesi, Bar Sauma incontrò re Edoardo I d'Inghilterra, probabilmente nella capitale Bordeaux. Edoardo fu entusiasta dell'ambasciata, ma non fu in grado di fornire un'alleanza militare a causa del conflitto in corso con gallesi e scozzesi.

Re Filippo aveva incaricato uno dei suoi nobili, Gobert de Helleville di riaccompagnare Bar Sauma in Mongolia. Gobert de Helleville partì il 2 febbraio 1288 con due chierici francesi, Robert de Senlis e Guillaume de Bruyères, oltre al balestriere Audin de Bourges. Raggiunsero Roma ed attesero l'arrivo di Bar Sauma dalla Guascogna per poi accompagnarlo fino in Persia.

Viaggio di ritorno
Al ritorno a Roma Bar Sauma fu ricevuto cordialmente dal neoeletto papa Niccolò IV, il quale gli diede la comunione la Domenica delle palme del 1288, permettendogli di celebrare l'eucaristia nella capitale della cristianità. Niccolò affidò a Bar Sauma una preziosa tiara da consegnare al patriarca della chiesa d'oriente Mar Yaballaha (il suo ex discepolo Markos). Bar Sauma fece ritorno a Bagdad nel 1288, portando messaggi e doni dai vari monarchi europei.

Alle lettere ricevute, Arghun rispose nel 1289. Il re persiano consegnò le sue missive al mercante genovese Buscarello Ghisolfi, agente diplomatico dell'Ilkhanato. Nella lettera indirizzata a re Filippo IV di Francia, Arghun citò Bar Sauma.

« "Con il potere del cielo eterno, il messaggio del grande re, Arghun, al re di Francia..., dice: Ho accettato le parole che mi avete mandato tramite il messaggero Saymer Sagura (Rabban Bar Sauma), nel quale affermavate che se i guerrieri dell'Il Khaan avessero invaso l'Egitto li sosterreste. Vorremmo anche dare il nostro contributo andandovi alla fine dell'inverno dell'anno della tigre [1290], adorando il cielo, ed insediandoci a Damasco all'inizio della primavera [1291].
Se mandate guerrieri come promesso in Egitto, adorando il cielo, allora vi consegnerò Gerusalemme. Se qualcuno dei nostri guerrieri arriva più tardi di quanto concordato, tutti saranno inutili e di nessun beneficio. Potreste farmi sapere il vostro parere, e sarò lieto di accettare qualsiasi esempio di opulenza francese che vorrete mandarmi tramite i vostri messaggeri.
Vi mando questo messaggio tramite Myckeril e dico: Tutto sarò noto per la potenza del cielo e la grandezza di re. Questa lettera è stata scritta il sesto giorno dell'estate dell'anno del bue a Ho’ndlon." »
(Archivi nazionali (Francia))
Gli scambi epistolari riguardo un'alleanza con gli europei si rivelarono poi infruttuosi ed i tentativi di Arghun furono abbandonati. Rabban Bar Sauma riuscì comunque a attivare importanti contatti che migliorarono le comunicazioni ed il commercio tra Oriente e Occidente. Oltre all'ambasciata di re Filippo presso i Mongoli, anche la Santa Sede inviò missionari, come Giovanni da Montecorvino, alla corte mongola.

Ultimi anni
Dopo la sua ambasciata in Europa, Bar Sauma trascorse il resto della vita a Baghdad. Fu probabilmente in questo periodo che scrisse il resoconto dei suoi viaggi. La testimonianza è unica in quanto restituisce una descrizione dell'Europa medievale nel periodo delle ultime crociate redatta da un osservatore esterno e di larghe vedute.

Rabban Bar Sauma morì nel 1294 a Baghdad.


https://it.wikipedia.org/wiki/Rabban_Bar_Sauma
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Raimondo di Peñafort

Messaggio da leggereda Veldriss il 7 ottobre 2016, 12:23

Raimondo di Peñafort (Santa Margarida i els Monjos, 1175 – Barcellona, 6 gennaio 1275) è stato un religioso spagnolo, appartenente all'Ordine domenicano; è stato proclamato santo da papa Clemente VIII nel 1601.

Biografia
Raimondo stesso volle far conoscere di sé il meno possibile, inducendolo a nascondere ogni documento circa la sua nascita; sulla base delle cronache contemporanee, che attestano la sua morte intorno ai cento anni, si può concludere che nacque non prima del 1175.

Frequentò la Cattedrale di S. Croce a Barcellona. Completati gli studi, e compiuti i vent'anni, su invito del Vescovo, Raimondo aprì una scuola per conto suo nei chiostri della Cattedrale come insegnante di Logica e di Retorica.

In seguito, studiò Diritto Canonico all'Università di Bologna e nella medesima città, dopo aver conseguito la "Licenza", insegnò diritto, ricevendo uno stipendio dall'amministrazione cittadina. L'influenza del docente Reginaldo da Bologna favorì la sua conversione all'ordine dei frati predicatori. Nel 1218 Berengario IV di Palali, vescovo di Barcellona, dopo un pellegrinaggio a Roma, era giunto a Bologna per chiedere a Domenico di Guzmán qualche frate predicatore per una fondazione nella sua diocesi. Avendo udito grandi elogi di Raimondo, gli chiese di insegnare nel seminario che intendeva fondare per l'educazione del suo clero, conformemente ai decreti del Quarto concilio lateranense. Raimondo accettò e seguì a Viterbo il vescovo, il quale, alla corte di Onorio III, incontrò Domenico, dal quale ottenne il personale necessario per la fondazione di un convento.

A Barcellona il vescovo lo elesse canonico della cattedrale e prevosto del capitolo. Intanto Raimondo si sentiva chiamato alla vita religiosa e il venerdì santo del 1222, entrò nell'Ordine domenicano.

Nel 1223 aiutò Pietro Nolasco, che in seguito i cattolici inizieranno a venerare come santo, a fondare l'Ordine dei Mercedari per il riscatto degli schiavi.

Gli fu ordinato di scrivere per i confessori una summa dei casi di coscienza e scrisse Summa de Casibus Poenitentiae. Ebbe importanti incarichi da papa Gregorio IX: fu suo confessore e in seguito fu da lui nominato suo cappellano e penitenziere; inoltre, fu da lui incaricato di raccogliere tutte le Decretali e decisioni pontificie, destinate a sostituire le varie raccolte già esistenti. Questo lavoro, chiamato Liber Extra (o Decretalium Gregorii IX compilatio), fu promulgato in via ufficiale il 5 settembre 1234 dal Sommo Pontefice e presentato all'università di Parigi e di Bologna. Durante la sua permanenza presso la corte pontificia, a nome del Papa, Raimondo diede numerose risposte a consultazioni giuridiche, che furono raccolte con il nome di Dubitalia.

Nel 1238 fu eletto Maestro Generale del suo Ordine, alla morte di Giordano di Sassonia, venerato come beato dalla Chiesa cattolica.

Fu molto impegnato nella lotta contro l'eresia in Spagna e gli era molto a cuore la missione per evangelizzare gli "infedeli". Tanto che spinse Tommaso d'Aquino a comporre un testo per fornire i missionari delle conoscenze intellettuali necessarie a controbattere le obiezioni dei musulmani: Summa contra gentiles.

A settant'anni si ritirò da ogni carica ufficiale, rientrò in patria dove si impegnò per convertire al cristianesimo mori ed ebrei. Morì nel 1275.

Papa Clemente VIII lo ha canonizzato il 29 aprile 1601. La commemorazione liturgica ricorre il 7 gennaio.


https://it.wikipedia.org/wiki/Raimondo_di_Pe%C3%B1afort
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Il fuoco, la campanella e il bastone di ferula: Sant'Antonio

Messaggio da leggereda Sacha il 7 novembre 2016, 7:21

Una figura complessa che è presente nel Medioevo è quella di Sant'Antonio Abate. Perché complessa, perché maggiormente conosciuto al Sud Italia, dove invece al Nord è maggiormente diffuso il culto di Antonio di Padova.
Eppure questo santo ha avuto un importanza fondamentale nella vita sociale dell'era di Mezzo.
Antonio nasce a Coma (attuale Qumas) nell'Egitto post ellenistico, sotto il dominio romano nel 251 d.C., da una famiglia di ricchi agricoltori cristiani. Tra i 18 e i 20 anni perde i genitori ritrovandosi erede di un ricco patrimonio e dovendo provvedere all'educazione della sorella minore.
Tuttavia proprio in questo periodo sente la chiamata del Signore, seguendo il precetto evangelico di donare tutto ciò che si possiede ai poveri e di seguire Gesù.
Venduti i beni e affidata la sorella a una comunità monacale femminile, chiede a Dio di essere illuminato ed ha la visione di un uomo che sta tessendo una corda, lascia poi il lavoro e torna a tessere; quell'uomo è un angelo e tale scena è un precursore della regola: Ora et labora, che fa di Antonio il Padre Precursore del Monachesimo ancor più di San Benedetto da Norcia, due secoli dopo in Occidente.
Ritiratosi presso il deserto della Tebaide (compreso nella zona dell'antica città di Tebe), inizialmente non si sposta più di tanto dalla sua città natale, ritirandosi nelle vicinanze di una grotta; non conosce per il momento nient'altro che la cultura copta.
Qui vive di povertà, castità e obbedienza; subisce le tentazioni del demonio (elemento portante nella futura iconografia), tanto che viene ritrovato esanime da chi gli porta cibo e riportato nella chiesa della città, dove si riprende.
Successivamente, attorno al 285 Antonio si sposta sul monte Pispir sul Mar Rosso e trova rifugio presso un antica fortezza romana, dove vive per circa 20 anni in una torre, dove giornalmente gli viene calato del pane.
La fama del suo ascetismo spinge molti giovani a seguire il suo esempio, tanto che le mura del forte dove si è rifugiato vengono abbattute, e Antonio viene liberato.
Sebbene l'eremita della Tebaide pur non rinunciando totalmente al distacco del mondo abbia aiutato talvolta qualcuno, ora il suo modo di agire cambia radicalmente.
Antonio è ora a capo di un gruppo di seguaci noti con il nome di Padri del Deserto, diffusi in due grandi comunità a Occidente e a Oriente del Nilo: Antonio è visto come il Padre spirituale di questi monaci, pur sostenendo ancora l'anacoretismo al cenobitismo.
L'eremita egiziano è già in fama di santità: è visto come un grande predicatore verso il popolo e come taumaturgo, a cui sono attribuite numerose guarigioni miracolose e esorcismi.
Antonio abbandona il suo eremitaggio in due occasioni: la prima per portare conforto ai cristiani della città di Alessandria d'Egitto, sede dell'omonimo patriarcato nel 311 a causa della persecuzione di Massimino Daia, non è perseguitato ed ha il sostegno dell'amico e allievo Atanasio futuro vescovo della città e santo.
Successivamente Antonio sosterrà Atanasio nella lotta all'arianesimo e lo stesso vescovo è autore di una biografia sul santo eremita.
Antonio muore all'età di 105 anni, nel deserto della Tebaide, presso il monte Qolzum nel 357 d.C. e i suoi monaci lo seppelliscono in luogo segreto.
Altri eventi della fama di Sant'Antonio Abate presso i suoi contemporanei sono: la visita di Sant'Ilarione, nel 307, su come poter fondare un monastero a Majuma, vicino Gaza, dove infatti sorgerà la prima comunità monastica della Palestina.
Viene infine costruita sopra la grotta dell'eremita, il Monastero di sant'Antonio non solo uno dei monasteri cristiani copti più antichi, ma anche il più antico monastero cristiano al mondo.
L'importanza di Antonio Abate nel mondo medievale inizia proprio a partire da questo momento: Secondo la testimonianza di Aymar Falco storico dell'Ordine dei Canonici Antoniani, risalente al XVI, le reliquie di Sant'Antonio Abate, vengono recuperate dal luogo segreto e portate a Costantinopoli sotto il regno dell'imperatore Giustiniano.
Tali reliquie vengono portate in Francia da Jaucelin di Châteauneuf, nobile di Vienne che le ha avute in dono dall'imperatore di Bisanzio.
Guigues de Didier fa costruire presso La Motte (divenuta in seguito Saint-Antoine), una chiesa che accolga i resti del santo e questa fa a capo dell'abbazia benedettina di Montmajour.
Col tempo il priorato benedettino, entra in contrasto con l'ordine dei Cavalieri Ospitalieri a causa della rendita del luogo e questi ultimi spingono gli Antoniani ad andarsene ponendo i resti dell'abate presso la Chiesa di Saint-Julien ad Arles.
Per comprendere Antonio Abate a partire dal Medioevo occorre dunque partire dalla tradizione attorno a lui formatasi.
Secondo la storica Laura Fenelli, l'eremita che si vede nei dipinti post-cristiani circondato dai fedeli, è lo stesso che si vede accompagnato da un maialino nei dipinti trecenteschi, così come è lo stesso santo protettore degli animali da cortile e da stalla e dalle malattie, così come è protettore degli incendi presso i contadini.
L'attribuzione della protezione dal fuoco al santo abate deriva da due tradizioni: si racconta che Antonio abbia donato il fuoco all'umanità ascendendo all'inferno, dove entrò a causa del suo maialino che stava devastando l'interno, dopo che gli fu negato l'ingresso a causa della sua santità, poiché i diavoli non riuscivano a fermare l'animale.
I demoni vollero però vendicarsi per la devastazione causata dal maiale e strappato il bastone al santo eremita provarono a bruciarlo, ma il legno era di ferula e essendo spugnoso il fuoco rimase all'interno, furono dunque costretti a ridarlo all'abate che calmò nuovamente la bestiola.
Antonio uscì beffando così i diavoli tre volte, dato che gli avevano dato inconsapevolmente il prezioso elemento.
L'eremita benedì il fuoco e lo distribuì al mondo roteando il bastone e tornò al suo eremitaggio.
Il maialino si accosta alla campanella: dopo il recupero delle spoglie del santo, viene infatti fondato l'ordine Ospedaliero dei canonici regolari di sant'Agostino di sant'Antonio Abate, o Ordine degli Antoniani, di stampo monastico cavalleresco: approvato nel 1095 da Papa Urbano II al Concilio di Clermont e nel 1218 confermato con una bolla papale di Onorio III.
Questi canonici sono specializzati nella cura contro il virus del ignis sacer causa dell'ergotismo, una forma di avvelenamento della segale da panificazione. Curano inoltre l'Herpes Zoster, usando per entrambe le malattie spalmare grasso di cotenna di maiale.
Questo male è dunque chiamato fuoco di Sant'Antonio, e i monaci di questi monasteri allevano maiali a spese della comunità, tali maialini girano liberi con una campana legata al collo come simbolo di riconoscimento, accade inoltre che molti contadini allevino un maiale destinato poi al convento.
Sant'Antonio Abate è inoltre riconosciuto come patrono tra gli altri: degli eremiti, macellai, salumieri e cordai.
Dunque la definizione dell'importanza di Sant'Antonio Abate deriva da quest'intreccio tra iconografia, storia e tradizione: che delinea tale santo come importante per l'opera taumaturgica attribuitagli, ma anche attraverso la conoscenza popolare che delinea e modifica il suo culto secondo le leggende e le storie di determinati mondi sociali, formando l'immagine che viene così perpetuata attraverso i secoli.
https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_abate
https://it.wikipedia.org/wiki/Canonici_ ... _di_Vienne
http://www.parrocchiasantagata.com/past ... e-il-fuoco
http://www.transacqua.com/santantonio-a ... turgo.html
http://www.santiebeati.it/dettaglio/22300
http://it.cathopedia.org/wiki/Sant'Antonio_abate
http://www.archeomedia.net/laura-fenell ... suo-culto/
Dall'eremo alla stalla: Storia di Sant'Antonio Abate e del suo culto, Laura Fenelli, Laterza 2011
Ultima modifica di Sacha il 25 aprile 2017, 22:35, modificato 3 volte in totale.
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San Giorgio: La Spada di Dio

Messaggio da leggereda Sacha il 25 aprile 2017, 17:57

Nella religiosità medievale molti santi sono di origine militare: San Martino, per il mondo franco, San Maurizio per il Sacro Romano Impero, San Teodoro per la Serenissima repubblica di Venezia (prima del 1204, con l'arrivo delle spoglie di San Marco da Alessandria d'Egitto).
Tra i tanti però, quello che possiede maggior fortuna è San Giorgio, portatore di infiniti patronati fra cui quello dei bellatores; l'ordine dei cavalieri uno dei tre pilastri della società medievale.
Le informazioni sulla vita di San Giorgio derivano dalla Passio sancti Georgi, fonte ritenuta dal Decretum Gelasianum del 496 d.C., come apocrifa ma molto letta e conosciuta.
Giorgio è figlio del persiano Geronzio e della cappadoce Policromia, arruolatosi nell'esercito romano milita in Palestina, dove il suo valore lo porta a divenire membro della guardia imperiale.
Il suo essere cristiano lo porta a subire il martirio per alcuni nell'ultima persecuzione, voluta da Diocleziano, per altri sotto Daciano, imperatore dei persiani.
San Giorgio subisce il martirio per ben tre volte e per tre volte risorge: la prima dopo aver subito la fustigazione e la lacerazione, dopo la durezza del carcere; la seconda viene tagliato in due da una ruota dotata di spade, ma risorge e opera la conversione del magister militium Anatolio e dei suoi soldati, abbatte poi gli idoli di un tempio pagano e converte l'imperatrice Alessandra; per questi fatti tutti subiscono il martirio.
Infine Giorgio viene decapitato non prima di aver fatto risorgere e fatto sparire due persone morte da quattrocentosessant'anni, e incenerisce i settantadue re che i due potenti hanno convocato per decidere contro i cristiani.
Le reliquie di questo santo riposano oggi nella Chiesa greco-ortodossa di Lod (al tempo Lydda), in Israele.
Più conosciuta è la leggenda riportata da Jacopo da Varazze nella Legenda Aurea, importante documento sia storico che artistico per comprendere l'iconografia del Medioevo.
La città di Selem in Libia, è terrorizzata da un terribile drago, dopo aver razziato tutto il bestiame, la popolazione disperata è costretta a sacrificargli dei giovani estratti a sorte.
Un giorno è il turno della principessa Silene, il re è disperato e non vorrebbe, ma deve concedere il sacrificio. Mentre la giovane si reca sul luogo del martirio, uno stagno fuori la città il cavaliere Giorgio accorre in aiuto.
Dice alla giovane di portare un collare per il drago e questi infatti la segue fin dentro la città,(non prima che il coraggioso eroe lo abbia trafitto con la lancia presso il corso d'acqua); dove viene ucciso dal giovane. Giorgio afferma poi di essere venuto a portare la salvezza di Cristo somministrando al re e agli abitanti il battesimo.
La leggenda di San Giorgio come si vede, risente non poco dell'influsso del mondo greco classico, con particolare riferimento ai miti di Teseo, che si reca a Creta per liberare la città dal tributo di sangue del Minotauro e di Perseo che salva Andromeda dal sacrificio a Cetus; a riprova della costante della cultura medievale nata dall'incontro tra cultura pagana e cristiana.
In particolar modo questa Storia si riferisce al Tempo delle Crociate e tale immagine di Giorgio deriva dall'iconografia bizantina, dove l'imperatore Costantino il Grande è raffigurato mentre schiaccia un drago, ed ha per appellativo l'aggettivo di Vittorioso.
Sempre nell'iconografia, San Giorgio è raffigurato a cavallo di un cavallo bianco, mentre uccide il mostro, similmente a San Demetrio di Tessalonica che è compatrono con lui della casta dei cavalieri e dell'esercito bizantino.
E' curioso notare un analogia con leggere differenze di questi due santi: per tradizione Demetrio è militare, forse addirittura proconsole e cavalca un cavallo nero, mentre uccide un moro. Altro santo simile è San Teodoro, raffigurato mentre uccide un drago o un serpente.
L'importanza di Giorgio dunque è quella di essere patrono di coloro che combattono: gli sono infatti intitolati molti ordini militari tra cui l'Ordine della Giarrettiera, l'Ordine Teutonico, l'Ordine Militare di Calatrava, il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio e molti altri.
Ma la sua funzione è quello di essere il simbolo per eccellenza della lotta tra Bene e Male, per alcuni studiosi infatti, San Giorgio come San Michele si ricollega alla mitologia babilonese in particolar modo nel mito della creazione, del dio babilonese Marduk.
San Giorgio è venerato anche dai Templari e anche i crociati lo eleggono a loro patrono, tra cui la figura di re Riccardo Cuor di Leone, che vede nel suo mito la sconfitta del drago come sconfitta dell'Islam. Ma incredibilmente, questo santo suscita rispetto perfino nel mondo mussulmano, dove gli arabi lo tributano come profeta.
Anche nel mondo slavo, Giorgio è venerato: sia per la sua funzione di santo agricoltore (il suo nome in greco significa infatti contadino) ed è protettore della vegetazione che ricresce dopo l'inverno e contro le streghe.
Adattamenti del mito di San Giorgio si ritrovano inoltre nel ciclo bretone e carolingio. Per comprendere meglio la grandezza di questa figura nel Medioevo, occorre anche citare il suo patronato contro: serpenti velenosi, peste, lebbra e sifilide; ma anche di Paesi e città come: Genova, Inghilterra, Portogallo (scelto per evitare San Giacomo, patrono della Spagna), Etiopia, Georgia, Catalogna e Lituania.
In Italia, nei paesi vicino il Vesuvio è evocato per protezione, contro le eruzioni del vulcano.
Tra le categorie sociali protette oltre ai cavalieri troviamo: soldati, arcieri, alabardieri, armaioli, piumaroli, cavalli, lebbrosi, schermitori e sellai.
In tempi più recenti a riconferma della sua fama; San Giorgio è anche patrono del Canada e del movimento internazionale degli scout fondato da Robert-Baden Powell.
Infine per sottolineare l'importanza di questo personaggio sia considerato a San Michele arcangelo, la Spada di Dio, basta citare la più famosa delle formule di investitura della cavalleria, quella del regno inglese:

In Nome di Dio,
di San Michele e
di San Giorgio,
Io ti faccio
cavaliere.


Fonti
https://it.wikipedia.org/wiki/San_Giorgio
https://it.wikipedia.org/wiki/Demetrio_di_Tessalonica
http://www.foliamagazine.it/san-giorgio-e-il-drago/
http://www.santiebeati.it/dettaglio/26860
Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze
San Teodoro. L’invincibile guerriero: Storia, culto e iconografia, Teodoro De Giorgio, Gangemi, 2016
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