ARMI E ARMATURE

Armi, armature, tattiche, formazioni, logistica e altro ancora...

ARMI E ARMATURE

Messaggio da leggereda Veldriss il 3 giugno 2009, 13:37

Spada tribale
Usbergo a lamine
Ascia da boscaiolo
Usbergo a maglie
Arco da boscaiolo
Veste imbottita
Lancia corta
Forcone da fieno

ARCHI

Arco corto: Quest'arma è fatta di legno, è facile da usare e molto veloce. Ha una gittata corta e scarsa efficacia contro le armature.

Arco lungo: Quest'arma è fatta di legno ed è relativamente facile da usare. Scocca frecce rapidamente, ha una gittata media e una buona efficacia contro le armature.

Arco composito: Quest'arma è fatta di legno, corno e tendini; è discretamente facile da usare. Scocca frecce rapidamente, ha una gittata lunga e una buona efficacia contro le armature.

Arco lungo rinforzato: Quest'arma è fatta di legno, corno, tendini ed è rinforzata con l'acciaio; non è molto facile da usare. La sua velocità di fuoco è piuttosto bassa, ma ha una gittata molto lunga e un'ottima efficacia contro le armature.

Arco lungo da tiratore scelto: Quest'arma è fatta di legno, corno, tendini ed è rinforzata con l'acciaio; non è molto facile da usare. La sua velocità di fuoco è piuttosto bassa, ma può colpire bersagli lontanissimi con eccellente precisione; ottima capacità di penetrazione delle armature.

Giavellotto da fionda: È essenzialmente una lancia corta, scagliata con una lunga fionda per aumentarne la penetrazione e la gittata. Normalmente si usano in un'unica grande raffica contro il nemico, dopodiché i lanciatori continuano a combattere a normale distanza ravvicinata.

BALESTRE

Balestra leggera: Quest'arma è fatta di legno, è facile e veloce da usare. Ha una gittata media ma scarsa efficacia contro le armature.

Balestra media: Quest'arma è fatta di legno e tendini, è facile da usare ma lenta. Ha una gittata lunga e una buona efficacia contro le armature.

Balestra pesante: Quest'arma è fatta di legno, ferro e tendini; facile da usare, ma la velocità di fuoco è bassa. Ha una gittata molto lunga e un'ottima efficacia contro le armature.

Gran balestra: Quest'arma è fatta d'acciaio e non è facile da usare. Scocca molto lentamente, ma può colpire bersagli lontanissimi con eccellente precisione; ottima capacità di penetrazione nelle armature.

ARMATURA DI CUOIO

Cuoio morbido: È un'armatura di cuoio ammorbidita con olio, perché il guerriero possa mantenere la mobilità durante il combattimento. Blocca solo i colpi o i proiettili perforanti più deboli.

Cuoio rinforzato: È un'armatura di cuoio ammorbidita con olio, perché il guerriero possa mantenere la mobilità durante il combattimento. È rinforzata con imbottiture per offrire una migliore protezione contro colpi e proiettili perforanti, ma può comunque bloccare solo i più deboli.

Cuoio bollito: È un'armatura di cuoio ammorbidita con olio e poi bollita per indurirla. Blocca i colpi e i proiettili perforanti meglio di quelle più morbide, ma sacrificando la mobilità, ed è inferiore alla cotta di maglia.

Cuoio rigido: È un'armatura di cuoio ammorbidita con olio, poi bollita brevemente per renderla più rigida e infine rinforzata con imbottiture. È efficace come il cuoio bollito, ma non ostacola altrettanto la mobilità. È ancora inferiore alla maggior parte delle cotte di maglia.

Cuoio a scaglie: È un'armatura di cuoio fabbricata utilizzando piccole scaglie di cuoio di prima qualità, bollendole molto a lungo e poi riunendole su un'imbottitura. È la migliore armatura di cuoio, persino più efficiente di alcune cotte di maglia, ma la lavorazione del cuoio non avrà molti ulteriori sviluppi.

Cuoio e cotta di maglia: È un'armatura di cuoio a cui sono state attaccate strisce di maglie metalliche per renderla più efficace contro i fendenti.

ARMATURA DI MAGLIA

Cotta di maglia leggera: È un leggero usbergo fatto di piccole maglie metalliche. Copre il torso, mentre le altri parti sono protette dal cuoio.

Cotta di maglia: È un usbergo fatto di maglie metalliche. Copre il torso e le braccia, mentre le altri parti sono protette dal cuoio.

Cotta di maglia completa: È un'intera armatura fatta di maglie metalliche; ricopre tutte le parti del corpo.

Cotta di maglia a piastre: È un'intera armatura fatta di maglie metalliche; ricopre tutte le parti del corpo. Sono state aggiunte piastre protettive per proteggere parti del torso.

ARMATURA A LAMINE

Cotta a scaglie: È un'armatura di cuoio a cui sono state aggiunte piastre di metallo per dare un'ulteriore protezione a torso, bicipiti e cosce.

Cotta a bande: È un'armatura di cuoio rinforzata con piastre metalliche che formano cerchi intorno al corpo. In generale fornisce un'ottima protezione, ma lascia scoperte alcune parti e riduce notevolmente la mobilità.

Mezza armatura a piastre: È una cotta di maglia a cui sono state aggiunte piastre metalliche per proteggere meglio il torso, i bicipiti e le cosce.

Cotta a piastre: È una cotta di maglia ricoperta di piastre posizionate in modo da assecondare i normali movimenti del corpo. Le piastre coprono la testa, il torso, i bicipiti e le cosce, mentre il resto del corpo è ricoperto dalla cotta di maglia.

Armatura completa a piastre: È un'armatura formata da piastre posizionate in modo da assecondare i normali movimenti del corpo. Ricopre tutto il corpo.

ARMI CONTUNDENTI

Ascia: È la più piccola delle armi contundenti. È facile da usare e non richiede un addestramento specifico. Ha anche qualità da taglio che la rendono un'arma eccellente per le unità di fanteria leggera.

Martello da guerra: È un'arma contundente, è facile da usare e non richiede un addestramento specifico. Particolarmente efficace contro avversari dotati di armatura pesante e utilizzata spesso dalla fanteria.

Mazza: È un'arma contundente media, è abbastanza facile da usare e non richiede molto addestramento specifico. Particolarmente efficace contro avversari dotati di armatura pesante e utilizzata spesso dalla fanteria.

Flagello a catena: È un'arma contundente pesante. Non è molto facile da usare e richiede un certo addestramento specifico. Particolarmente efficace contro avversari dotati di armatura pesante e utilizzata spesso dalla fanteria.

Ascia da battaglia: È un'arma contundente. Non è facile da usare e richiede un addestramento specifico. Particolarmente efficace contro avversari dotati di armatura pesante e utilizzata spesso dalla fanteria. È la migliore arma contundente.

ARMI DA TAGLIO

Spada corta: È la più piccola delle armi da taglio. Si usa facilmente con una mano sola, insieme a uno scudo che fornisce protezione extra. La spada corta è la classica arma da attacco ravvicinato per la fanteria, sviluppata dalla spatha romana.

Spadone: È l'arma standard da taglio, di dimensioni medie. Si usa facilmente con una mano sola, insieme a uno scudo che fornisce protezione extra. La lama, più larga e leggermente più lunga, dà al suo possessore maggior raggio d'azione rispetto alla spada corta.

Spada lunga: È la migliore arma media da taglio. Si usa facilmente con una mano sola, insieme a uno scudo che fornisce protezione extra. La lama più lunga dà al suo possessore maggior raggio d'azione e miglior equilibrio rispetto allo spadone.

Spada bastarda: È l'arma da taglio medio-pesante più flessibile. Se usata con una mano sola, con uno scudo che fornisce protezione extra, è di facile utilizzo e ha una potenza di penetrazione superiore a quella della spada lunga. Se viene usata a due mani non si può utilizzare lo scudo, ma i suoi colpi sono così potenti da competere con quelli del grande spadone.

Grande spadone: È l'arma da taglio suprema. Questa lama è di facile utilizzo con due mani; naturalmente non si può usare lo scudo, ma la potenza dei suoi colpi è uguagliata solo dalla grande ascia e dalla lancia pesante.

ARMI DA PUNTA

Lancia lunga: È l'arma media da punta standard. Facile da usare e non richiede un addestramento specifico. È una buona arma anche contro un avversario a cavallo, ed è quindi usata principalmente dai picchieri.

Picca: È un'arma media da punta avanzata. Facile da usare, ma richiede un notevole addestramento specifico. È un'ottima arma contro un avversario a cavallo, ed è quindi usata principalmente dai picchieri.

Lancia: È un'arma media da punta avanzata, relativamente facile da usare dopo un certo addestramento specifico. È un'ottima arma contro un avversario a piedi, ed è quindi usata principalmente dalla cavalleria pesante.

Alabarda: È una pesante arma da punta, piuttosto difficile da usare e che richiede un notevole addestramento specifico. È un'arma eccellente contro un avversario a cavallo, ed è quindi usata principalmente dai picchieri.

Lancia pesante: È un'arma pesante da punta. Difficile da usare e richiede un intensivo addestramento specifico, ma è un'arma eccellente contro un avversario a piedi ed è quindi usata principalmente dalla cavalleria pesante.
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L'arco lungo

Messaggio da leggereda Veldriss il 20 novembre 2012, 2:06

QUANDO LA LUNGHEZZA CONTA
L'arco lungo
di Nicola Zotti http://www.warfare.it

Il merito principale della vittoria inglese ad Agincourt viene riconosciuto soprattutto agli arcieri inglesi e ai loro archi lunghi. Anche questa volta la mia consolidata difidenza nei confronti delle spiegazioni tecnologiciste avrebbe da protestare, eppure devo riconoscere che le frecce dell'arco lungo inglese ebbero il loro peso nel determinare l'esito di questa come di molte altre vittorie degli eserciti medioevali inglesi.

In realtà questa affermazione meriterebbe una digressione di quelle potenti, che probabilmente vi proporrò prima o poi, tanto la ritengo interessante (questione di gusti, lo ammetto), per parlarvi dell'uomo dal quale tutto è partito, ovvero Edoardo III, il più grande e completo genio militare della storia inglese (che pure qualcuno ne ha avuto).

Invece qui e ora vorrei parlarvi dell'arco lungo.

Che cos'è un arco lungo? Gli storici militari vi si sono accaniti, ma, tanto per confermare quanto siamo debitori al romanticismo per ciò che pensiamo di conoscere, il termine "longbow" si è diffuso a significare l'arco "tipico" degli inglesi solo nel tardo Ottocento.

Prima, e mi riferisco al XVI secolo, al massimo si parlava di long bow, staccando tra loro le parole e prima ancora non si faceva proprio differenza tra questo e gli altri archi "corti".

Il motivo è abbastanza semplice: in Occidente l'arco è da sempre di un solo e unico tipo.

È ricavato da un singolo asse di legno, preferibilmente, ma non esclusivamente, di legno di tasso, del quale qui a fianco vedete una sezione.
Caratteristica di questa pianta è quella di avere una parte esterna, quella più chiara, particolarmente elastica e capace di estensione, mentre quella interna più scura aveva un'ottima resistenza alla compressione, generando un effetto naturalmente perfetto per la meccanica dell'arco.
Il legno veniva diviso in lunghi spicchi integri e continui privi di fessurazioni spontanee e lasciato ad asciugare per uno o due anni.

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Intere foreste di tassi vennero distrutte per ricavarne il legno per fabbricare archi in tutta Europa, benché anche frassino, olmo e nocciolo fossero largamente utilizzati.

Concluso il periodo di maturazione, l'asse veniva lavorata da un artigiano specializzato che le conferiva una particolare sezione: tipica quella a "D" larga circa 5 centimetri e via via più sottile alle estremità, che venivano rinforzate con innesti di corno per fissarvi la corda, nella maggior parte dei casi fatta di canapa intrecciata, ma per i più esigenti anche di seta. Essa poi veniva agganciata solo nell'imminenza dell'utilizzo per evitare di sottoporre ad un'inutile stress il legno.

Tutto qui, praticamente da sempre. Quello che a volte cambiava era la sua lunghezza, perché l'arco, come tutte le armi di un tempo, doveva adattarsi a chi la usava, in virtù del fatto che la sua forza motrice era la musculatura umana.

Un arco lungo, quindi, non è un'invenzione particolare, avvenuta in uno specifico periodo storico, ma il naturale adattamento ad un uomo dell'arco più consono alla sua costituzione fisica: l'arco "corto" per un uomo è "lungo" per un altro e viceversa.

Non possiamo cioé che essere arbitrari nel definire l'"arco lungo", a meno che non si proceda in senso inverso, ovvero misurare gli archi inglesi più o meno contemporanei a quelli medioevali e definirli "longbow", per poi vedere quanti rientrano in questa categoria, come l'arco lungo in tasso di 2 metri e con trazione massima di circa 50 kg. che vedete qui sotto.

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Da questo punto di vista siamo stati fortunati, perché una trentina di anni fa fu rinvenuto un piccolo arsenale di "Longbow" sulla nave Mary Rose, affondata col suo carico nel 1545: 250 archi lunghi che misurano da un minimo di 187 cm ad un massimo di 211, con una media di 198. Gli studiosi contemporanei hanno abbassato il limite minimo per definire un longbow a 174 cm.

Entro queste dimensioni rientrano anche archi risalenti ai romani, ai vichinghi e a molti altri tra i quali uno datato 27 secoli prima di Cristo rinvenuto nel Somerset.

Al momento questo è l'unico indizio che l'arco lungo possa essere un'invenzione inglese. Certo non è una invenzione gallese, come si sente dire. I gallesi erano i peggio pagati tra i tiratori al servizio dei re inglesi: meno dei balestrieri mercenari e anche meno degli arcieri inglesi, cosa che vorrà pure dire qualcosa. A onor del vero andrebbe aggiunto che le cronache dell'invasione anglo-normanna dell'Irlanda (1169-70) raccontano che i normanni arruolarono il fior fiore della gioventù gallese (i 5/6 della spedizione) e che gli irlandesi subirono pesantemente gli effetti delle loro frecce.

Repliche di archi come quelli della Mary Rose hanno mostrato di resistere ad una trazione massima di 84 kg forza, con una media di una settantina: con frecce di mezzo etto questo portava a distanze di tiro massimo di circa 330 metri, mentre con frecce di un etto si potevano raggiungere i 250. Distanze vicine ai 370 metri sono ricordate (un arciere di Edoardo III) ma come eventi sportivi. L'addestramento, comunque, doveva avvenire contro un bersaglio, un panno disteso sul terreno o un bersaglio classico, posto ad almeno 200 metri: e questo al massimo doveva essere la distanza di tiro in battaglia, la cui efficacia, contro le corazze complete degli uomini d'arme era comunque minima. Era la quantità di frecce tirate, per puro calcolo delle probabilità, che poteva provocare qualche ferita su un punto scoperto dell'avversario, oltre che una percentuale un po' più alta di tiri da distanza ravvicinanta con frecce perforanti.

Il cronachista Jean Froissart (vissuto tra il 1337 e il 1405) definisce, a seconda dei manoscritti, "à manière d'un herce" o "deux hayes d'archiers devant yaux à manière d'un herce" la schiera degli arcieri inglesi alla battaglia di Crecy e la parola "herce" è all'origine della convinzione, condivisa tra gli altri da Charles Oman e da Alfred Burne, che gli arcieri inglesi formassero sul campo di battaglia una sorta di bastione a punta di freccia intercalato con gli uomiin d'arme.

In realtà un erpice (questo il significato della parola herce) può avere molte forme, un rettangolo, un trapezio e anche un triangolo, ma non è questa la sua particolarità. Un erpice è un attrezzo per lavorare la terra costituito da un pesante telaio sul quale sono fissate punte che "grattano" la terra mentre viene trainato per un campo. È un riferimento troppo particolare perché sia relativo alla sua forma (che è varia), per cui appare invece più probabile che Froissart volesse ricordare ai suoi lettori un qualcosa irto di punte, ovvero al fatto che gli arcieri usassero pali appuntiti per difendersi: come un erpice adagiato sul terreno con le sue punte in alto.

La frase "deux hayes d'archiers devant yaux à manière d'un herce" (che Oman e Burne non considerano perché fanno riferimento ad un manoscritto dove la prima parte della frase è assente) va tradotta "due schiere di arcieri davanti a loro [riferito agli uomini d'arme] alla maniera di un erpice", che ci riporta al tipo di schieramento più comune che ricaviamo da altre cronache delle battaglie inglesi dell'epoca, ovvero agli arcieri schierati sulle ali della fanteria da mischia in posizione più avanzata e obliqua per incrociare il tiro.

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Con una trazione media come detto di 70 kg. forza da ripetere magari un centinaio di volte sul campo di battaglia al ritmo forsennato anche di 10 tiri al minuto, utilizzare un arco lungo non era impresa per tutti: non era sufficiente l'attitudine fisica, ma era necessario un allenamento costante e massacrante che doveva iniziare nell'infanzia e che aveva i suoi costi umani. Alcuni scheletri rinvenuti sulla Mary Rose sono stati identificati come appartenenti ad arcieri perché presentavano deformazioni della colonna vertebrale dovute allo sforzo ripetuto, oltre che a microfratture e calcificazioni alla spalla e al braccio sinistro che sopportavano (assieme alle dita indice medio e anulare della mano destra) tutto il peso della trazione.

Un'unità di "Longbowmen" era quindi un insieme di atleti alti, possenti e scoliotici, con un braccio sinistro ipertrofico e persistenti dolori alla schiena: e non guadagnavano certo quanto un tennista professionista dei giorni nostri.

Non può stupire il fatto che nonostante tutte le iniziative e le leggi dei sovrani inglesi (ad esempio abolire qualsiasi passatempo domenicale tranne il tiro con l'arco), ve ne fosse sempre una gran scarsità.

Un Longbowmen non si improvvisa: ne sanno qualcosa i francesi che provarono a dotarsene con il corpo dei "francs archiers" reali: creato nel 1448 probabilmente sul modello del corpo di arcieri del duca di Bretagna che era del 1425. Furono impiegati una sola volta alla battaglia di Guinegate del 1479, ma sbandarono senza tirare un colpo e furono aboliti 2 anni dopo.

Per fortuna dei francesi era iniziata l'era delle armi da fuoco.
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L'ARTE DELLA GUERRA: ARMI IMPROPRIE

Messaggio da leggereda Veldriss il 20 novembre 2012, 2:07

"Articolo estrapolato dalla rivista MEDIOEVO - aprile 2011"

Cliccate sull'immagine per ingrandire ;)

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LA BALESTRA

Messaggio da leggereda Veldriss il 20 novembre 2012, 2:08

BALESTRIERI GENOVESI

Distintisi in molte battaglie, sia a difesa della Repubblica di Genova, che come mercenari al soldo di altre nazioni, i balestrieri genovesi furono uno dei corpi scelti più celebri del Medioevo, essendo stimati e schierati in battaglia da molti eserciti.
Utilizzando la balestra, costruita dai balistai della Repubblica, i balestrieri genovesi potevano essere impiegati sia sulla terra (durante gli assedi, ma anche in battaglie campali), che durante le battaglie navali come nella battaglia della Meloria e in quella di Curzola. I balestrieri venivano reclutati da ogni parte della Liguria, e allenati nel capoluogo, dove potevano approfondire l'arte bellica in questa potente arma, antenato del fucile.

Organizzazione ed equipaggiamento
La regolamentazione del Corpo fu sancita nel XII secolo circa. I balestrieri venivano assoldati in formazioni chiamate "bandiere", composte da 20 uomini, comandati da un conestabile, fino a compagnie che potevano arrivare da qualche centinaio di membri a poche migliaia, con un comandante in capo, in genere un rappresentante di una delle nobili famiglie genovesi, che era responsabile del loro coordinamento in battaglia.
L'arruolamento era di pertinenza di due persone, in genere nobili anch'esse, che dovevano valutare ogni singolo uomo in parametri come il valore e la sua abilità visiva. Ogni candidato doveva presentare una garanzia per essere assunto, e il suo garante si impegnava a rifondere la Repubblica in caso di disobbedienza o diserzione. Tutti i balestrieri assunti giuravano fedeltà alla Repubblica ed erano stipendiati direttamente da essa, con una ferma a scadenza variabile in genere inferiore ad un anno.
Il balestriere genovese utilizzava una balestra a staffa chiamata manesca per via della sua maneggevolezza che ne consentiva l'utilizzo anche in condizioni di instabilità, come sulla pavesata di una nave (ovvero il muro di scudi utilizzato per proteggere le fiancate dove stazionavano i balestrieri). L'arma pesava circa 6 kg. Gli artigiani che producevano quest'arma, i balistai (con questo nome vengono però spesso indicati gli stessi balestrieri), furono riuniti in una corporazione specifica nel XIII secolo.
Il balestriere era equipaggiato inoltre con una daga, un elmo leggero in metallo, una gorgiera, una cotta di maglia e un grande scudo, il pavese, usato come riparo durante le fasi di ricaricamento delle armi, sorretto da uno scudiero all'occorrenza.
Sembra che il tessuto utilizzato per le tuniche dei balestrieri, altro non fosse che l'antenato del moderno jeans (vedi anche: Genova). Ogni balestriere doveva portare con sé almeno 20 quadrelli a punta piramidale o verrettoni a punta conica, (con punizioni in caso di mancanza), e ogni galea genovese, in tempi di guerra, doveva avere a bordo almeno quattro balestrieri, i quali erano esentati dai compiti di bordo.
Va ricordato inoltre, che i balestrieri erano sempre alle dipendenze dirette della Repubblica di Genova, e non potevano costituire compagnie di ventura prive di bandiera. Solo il governo della città poteva autorizzare l'impiego di queste truppe fuori dai confini della Repubblica di Genova, ed era la stessa ad incassare il denaro derivato dal loro noleggio. Non si può dunque parlare di loro come mercenari in senso stretto, (si pensi alle differenze con i capitani di ventura del tardo Medioevo), ma più appropriatamente di specialisti militari, anche se la definizione di mercenario è generalmente accettata, per indicare che essi combattevano non sempre per difendere la propria patria, ma anche al soldo di stranieri.

Note tattiche
Il comandante concordava con il generale il posizionamento delle truppe: era preferibile schierare i balestrieri su un terreno asciutto (la balestra, per essere ricaricata, andava piantata nel terreno per azionare la manovella o la leva che issava la corda in posizione), possibilmente sopraelevato e senza ostacoli tra i balestrieri e il nemico; infatti a differenza degli archi che potevano usufruire del tiro parabolico, le balestra potevano colpire un nemico soltanto in linea retta. Qualora non vi fossero terreni più alti, spesso i balestrieri dovevano essere schierati in prima fila, per potere colpire. Durante le fasi di caricamento, che a volte richiedevano più di un minuto, essi si riparavano dietro al grosso scudo pavese, piantato nel terreno o retto da uno scudiero. Questo impaccio rendeva particolarmente difficile ai balestrieri una brusca ritirata, per cui un condottiero doveva utilizzare questo corpo con perizia per evitarne la rotta. In genere, dopo alcune scariche di quadrelli, la compagnia poteva ritirarsi con calma nelle retrovie, o venire oltrepassata da altre truppe terrestri. Dopodiché essa avrebbe potuto ricollocarsi in un'altra zona del campo di battaglia per insidiare nuovamente il nemico.
Spesso i contratti con i balestrieri genovesi erano molto specifici, ed avevano clausole, come il combattere in determinate condizioni climatiche, o per un certo lasso di tempo. Si malignava che la proverbiale avarizia dei genovesi si manifestasse anche in questi frangenti, quando i loro comandanti si rifiutavano di combattere per un solo minuto di più rispetto al pattuito. Non si hanno però notizie certe di questi comportamenti, e anzi la Repubblica li inviò spesso a sue spese in aiuto agli alleati.
Le balestre potevano colpire e uccidere nemici corazzati a distanza di centinaia di metri, fino a 400 (da qui si spiega l'avversione della nobiltà per quest'arma, che consentiva di perforare anche le pesanti armature della cavalleria), e vedere un vessillo di San Giorgio elevarsi dal campo di battaglia, costringeva spesso gli eserciti nemici a cambiare strategia per evitare questa minaccia.

Storia
Il periodo di massimo splendore di questo corpo militare andò dal XII al XVI secolo.
Il primo banco di prova sulla scena internazionale fu probabilmente nella prima Crociata, quando il comandante del contingente genovese Guglielmo Embriaco detto "Testadimaglio" li utilizzò nell'assedio di Gerusalemme, per eliminare i pericolosi arcieri mammelucchi, prima di utilizzare due torri d'assedio, costruite con il fasciame delle stesse navi che i genovesi avevano utilizzato per giungere in Terra Santa.
L'impiego di balestrieri alle dipendenze non dirette della Repubblica, e quindi come truppe mercenarie, risale come primo evento al 1173. Il marchesato di Gavi ottenne con un contratto, alcuni balestrieri a scopo difensivo. Nel 1225 la città di Asti noleggiò 120 balestrieri, tra cui 20 a cavallo, da utilizzare nella guerra contro Alessandria
Numerose furono le rappresaglie di alcuni monarchi, dovute alle ingenti perdite che subivano le loro truppe ad opera dei balestrieri, ma non solo: l'imperatore Federico II di Svevia fece mutilare i prigionieri perché non potessero più tirare. Federico era furente per via di una sortita che nel 1247 aveva visto protagonisti 600 balestrieri che avevano in tal modo rotto l'assedio imperiale di Parma.
Il più largo impiego dei balestrieri al soldo straniero si ha nella guerra dei cent'anni. Durante tutto il suo corso, Genova seguì le sorti del Regno di Francia, e ne condivise le amare sconfitte iniziali a caro prezzo. Durante la battaglia di Crécy (1346), un certo numero (2000-6000 secondo diverse fonti) di balestrieri liguri furono schierati dai francesi in prima linea, nonostante la forte opposizione del loro comandante. Colpiti dalle frecce lanciate dal poderoso arco lungo inglese, arma di gittata non superiore alla balestra, ma che non era di caricamento così lento, e vista la difficoltà di combattere dopo una forte pioggia (le corde delle balestre erano fradice), il comandante dei balestrieri, Ottone Doria, fece ritirare le sue truppe: la manovra fu accolta come segno di diserzione dal re Filippo VI di Francia che mandò i suoi cavalieri alla carica, nella speranza di colpire velocemente gli arcieri inglesi, non curante dei balestrieri genovesi sul tragitto della cavalleria. Per di più la retroguardia francese era formata da coscritti senza alcuna esperienza, che spinsero ulteriormente i cavalli, fino a travolgere ed uccidere la quasi totalità dei balestrieri, compreso il loro capitano. Gli inglesi approfittando del caos generato, vinsero rapidamente la battaglia, che si concluse col massacro dei transalpini. Esiste un'altra versione di questo fatto, nella quale Re Filippo avrebbe volutamente caricato i genovesi in ritirata, considerandoli dei traditori. La vicenda tuttavia non appare chiara: sia il numero dei balestrieri in campo, sia l'atteggiamento del monarca francese, varia da pubblicazione a pubblicazione. In ogni caso, a salvare le sorti della Francia ci provò anni dopo Giovanna d'Arco.
Nonostante questa sconfitta (che dipese in ogni caso dai gravissimi errori tattici francesi), i balestrieri genovesi rimasero utilizzati come mercenari fino a circa due secoli dopo l'introduzione della polvere da sparo. L'arco lungo, nonostante la sua ampia gittata e potenza, richiedeva un addestramento di anni per potere essere usato al meglio (difatti alcuni monarchi inglesi ne promossero l'uso fin dalla tenera età), mentre era sufficiente relativamente poco tempo per padroneggiare l'uso della balestra. Questa caratteristica non da poco fece sì che l'arco lungo fosse usato esclusivamene da inglesi e gallesi, mentre il resto degli eserciti europei continuò ad affidarsi alla balestra. Infine, verso la metà del 1500, la balestra, come l'arco, vennero definitivamente abbandonati dai tutti i campi di battaglia europei (sebbene l'arco rimanesse ancora usato nei paesi mediorientali); queste armi furono sostituite dagli archibugi e più tardi dai moschetti; il loro uso venne riservato esclusivamente alla caccia, e il tramonto della balestra segnò anche quello del vetusto corpo militare genovese.

http://it.wikipedia.org/wiki/Balestrieri_genovesi
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Re: LA BALESTRA

Messaggio da leggereda Veldriss il 20 novembre 2012, 2:08

Nell'antichità, al suo apparire, la balestra non era che un arco montato su un fusto; una macchina da guerra enorme, date le sue dimensioni. Si chiamava balista ed è descritta da Procopio. La corda di budello intrecciato veniva tesa per mezzo di pulegge a manovella e permetteva di scagliare corte lance contro il nemico. Sembra dunque che la balista sia stata un'antesignana della balestra, che non apparve come arma portatile fino alla fine del X secolo. Il cronista Guido di Amiens segnalò la presenza di "ballistantes" accanto ai "sagitarii" (arcieri) nella battaglia di Hastings del 1066, anche se nel celebre arazzo di Bayeux non se ne vede neanche una. All'inizio del XII secolo, la principessa Anna Comnena segnalò la presenza, nell'esercito dei Crociati, di un'arma dall'aspetto simile a una balestra, da lei designata come "tzaggra". La balestra divenne l'arma per eccellenza degli eserciti medievali durante il regno di Luigi VI di Francia, detto il Grosso (1108-1137). Nel 1139 un canone del Concilio Laterano II ne proibì l'uso nelle battaglie tra cristiani, ma il suo impiego fu autorizzato contro gli infedeli, cioè i saraceni. Nel corso degli anni e secondo le circostanze, la balestra fu più o meno diffusa tra i soldati di fanteria. Così, quando Filippo II Augusto salì al trono di Francia nel 1179, il suo esercito non contava più nessun balestriere nelle proprie file. Invece Riccardo Cuor di Leone restituì loro piena importanza. Verso la metà del XIII secolo, durante il regno di Luigi IX, i balestrieri rimasti in Francia erano ormai molto pochi. Il re creò allora la carica di Gran Maestro dei Balestrieri (abrogata da Francesco I nel 1527), con un rango appena inferiore a quello dei marescialli, i quali a loro volta venivano subito sotto i conestabili. Ai suoi ordini furono messi tutti i balestrieri, sia quelli a piedi che quelli a cavallo; quando in seguito apparve l'artiglieria, fu posta anch'essa sotto il suo comando. Un secolo più tardi, durante il regno di Carlo V di Francia, questo tipo di combattente perse credito. La maggior parte dei balestrieri, come anche gli arcieri, apparteneva infatti alla "gente di strada": erano cioè mercenari, autentici banditi che formavano le tristemente celebri "Grandi Compagnie" allo scopo di saccheggiare e ricattare le popolazioni. Dopo i disastri di Crécy (1346) e Poitiers (1356), fu promulgato un decreto reale per riportare in auge la balestra. Verso la metà del XIV secolo furono fondate in varie città associazioni di arcieri e di balestrieri, come la "Corporazione del nobile e piacevole gioco della balestra" di Parigi (1359). Era formata da sessanta maestri, al comando di un "re dei balestrieri". Il conestabile di Francia Du Guesclin, per esempio, apparteneva alla corporazione di Rennes. Nel Medioevo i migliori balestrieri furono i genovesi e i guasconi. Questi soldati ricevevano una regolare paga e durante il regno di Carlo VII furono esentati da tutti i tipi di tasse, tributi e gabelle, a eccezione della parte che toccava al re. Combinando la tecnica dell’arco con della meccanica abbastanza semplice si ottenne dunque la balestra. Quest’arma aveva una maggiore gittata rispetto all’arco ma necessitava di un’apposita meccanica per il suo caricamento. Fattore, questo, che influiva notevolmente sulla cadenza del tiro, molto più lenta di quella di un arco. Tuttavia, poiché nessuna delle due armi ebbe mai un netto predominio sull’altra, molti eserciti medievali comprendevano sia corpi di arcieri che di balestrieri. I principali strumenti di caricamento delle balestre medievali erano: il gancio, il verricello, la leva di carico e la cremagliera. Il secondo era un dispositivo a pignone e cremagliera che veniva innestato tramite una “scatola” nel calcio dell’arma. Su questa scatola era montato un perno azionato da due manovelle. Con tale movimento una robusta corda arrotolata sul perno metteva in trazione, tramite un doppio gancio, la corda della balestra. La leva a zampa di capra, invece, era un attrezzo che veniva impiegato per caricare balestre di piccole dimensioni. La corda della balestra veniva messa in tensione dai bracci dell’attrezzo azionato, con un sistema a cerniera e leveraggi, dalla leva fornita d’impugnatura. Per utilizzare una balestra bisognava dunque: Tenere la corda in posizione tesa (caricata) tramite il gancio girevole posto sul teniere dell’arma; Posizionare l’asta della freccia nell’apposito solco ricavato nella parte superiore del teniere o e mirare accostando la parte posteriore della balestra alla guancia; Sganciare la corda in tensione agendo con il grilletto sul gancio girevole e liberando così corda e dardo. Una ferita da balestra, se non curata in tempo, era quasi sempre letale. La precisione e la potenza di tiro di una balestra di grandi dimensioni erano tali da poter uccidere un uomo ad una distanza di 200 metri. I verrettoni, dardi usati anche per la caccia al cinghiale, erano in grado di penetrare un’armatura provocando la morte dell’individuo a causa della forte emorragia. Il quadrello era tuttavia la freccia da balestra per eccellenza. Misurava tra i 15 ed i 30 centimetri e pesava in media tra i 50 ed i 60 grammi. Un ultimo tipo di dardo era quello detto “bolzone”, che aveva la testa più o meno allargata ed era stato ideato con l’intento di stordire l’avversario. Una faretra da balestriere poteva contenere fino a 18 quadrelli. Il balestriere, oltre all’arma e agli strumenti necessari per il suo funzionamento, portava spesso con se un grande scudo di legno dipinto chiamato schermo o pavese. Questo veniva usato per ripararsi durante il caricamento della balestra. Per la sua versatilità la balestra poteva anche essere utilizzata montando a cavallo.

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Fuoco greco

Messaggio da leggereda Veldriss il 20 novembre 2012, 11:00

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Fuoco greco (greco ὑγρόν πῦρ - ygrón pyr) era l'espressione usata per indicare una miscela incendiaria usata dai bizantini per dar fuoco al naviglio avversario o a tutto quello che poteva essere aggredito dal fuoco.
Il termine Fuoco greco era utilizzato soprattutto dai popoli stranieri, poiché i bizantini, in realtà «romei», cioè romani dell'impero romano d'Oriente, lo chiamavano fuoco romano, fuoco artificiale o fuoco liquido.

La formula della miscela che componeva il "fuoco greco" era nota soltanto all'imperatore e a pochi artigiani specializzati ed era custodita tanto gelosamente che la legge puniva con la morte chiunque avesse divulgato ai nemici questo segreto. il "fuoco greco" - la cui invenzione si attribuisce a un Greco originario della città di Eliopolis (oggi Baalbek in Libano), di nome Callinico - fosse una miscela di pece, salnitro, zolfo, nafta e calce viva, contenuta in un grande otre di pelle o di terracotta (sìfones) collegato ad un tubo di rame, montato sui dromoni bizantini. La miscela veniva spruzzata con la semplice pressione del piede sulle imbarcazioni nemiche oppure stipata dentro vasi di terracotta che venivano lanciati sul naviglio nemico tramite le petriere, similmente a mortai di artiglieria.
La caratteristica che rendeva temuti questi primitivi lanciafiamme era che il "fuoco greco", a causa della reazione della calce viva, non poteva essere spento con acqua, che anzi ne ravvivava la forza, e di conseguenza le navi, realizzate in quel periodo in legno, coi comenti[1] dello scafo impermeabilizzati tramite calafataggio e con velatura, sartie e drizze in fibre vegetali, anch'esse intrise di pece, erano destinate a sicura distruzione.
Fu proprio l'utilizzo del "fuoco greco" che fece fallire il secondo assedio di Costantinopoli, condotto dagli Arabi musulmani fra il 717 e il 718. Ma anche in altre occasioni l'arma fornì servigi essenziali a Costantinopoli e ad altre città dell'Impero bizantino per sfuggire ai loro assedianti.

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http://it.wikipedia.org/wiki/Fuoco_greco
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IL FUOCO GRECO

Messaggio da leggereda Veldriss il 28 gennaio 2013, 22:59

"Articolo estrapolato dalla rivista MEDIOEVO - dicembre 2012"

Cliccate sull'immagine per ingrandire ;)

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Introduzione alla storia dell'artiglieria

Messaggio da leggereda Veldriss il 18 novembre 2013, 3:37

STORIA DI UNA RIVOLUZIONE LENTISSIMA
Introduzione alla storia dell'artiglieria
di Nicola Zotti http://www.warfare.it

Quando il primo colpo di cannone esplose fragorosamente su un campo di battaglia, dando avvio alla più grande “rivoluzione” della storia militare, il materiale che fece da propellente al proiettile non fu la polvere da sparo, ma la mente degli uomini. Quel giorno era iniziata la corsa a rendere sempre più letale il connubio tra un tubo metallico e il suo contenuto, una gara intellettuale di cui ancora non vediamo la fine.

L’invenzione della polvere da sparo, miscuglio di salnitro, carbone di legna e zolfo, è immersa nelle nebbie della storia. Forse i Cinesi disponevano già prima dell’anno mille di qualche mistura incendiaria, più simile ai fuochi di artificio in realtà che alla polvere da sparo, basata sul salnitro. È infatti questo sale la componente fondamentale della polvere da sparo, perché contribuisce al composto con le sue qualità ossidanti, ovvero fornisce l’ossigeno necessario affinché il carbone di legna finemente triturato bruci così velocemente da produrre un’esplosione. Migliore la qualità del carbone di legna e maggiore sarà lo scoppio, ma qualsiasi materia organica altamente infiammabile può essere usata al suo posto. Lo zolfo, la parte minore del composto, fa praticamente solo da innesco, avendo una temperatura di infiammabilità inferiore a quella del salnitro. L’accensione della polvere provoca la subitanea produzione di gas che moltiplicano il volume originario della miscela e generano l’effetto esplosivo.

Tutto apparentemente semplice, con materiali conosciuti fin dall’antichità, compreso il nitro che è citato da Plinio Seniore nella sua “Storia naturale” e forse persino nella Bibbia. Eppure tutto anche tremendamente complesso, perché imbrigliare l’energia prodotta dalla polvere da sparo e scoprire come usarla efficacemente in guerra fu un processo secolare, lento ma inarrestabile, alimentato dalle menti di innumerevoli protagonisti.

La prima “ricetta” affidabile della polvere da sparo è descritta dal frate francescano e alchimista inglese Ruggero Bacone a metà del XIII secolo nell’opera “De Secretis Operibus Artis et Naturae" e consiste di 7 parti in volume di Salnitro, 5 di carbone di nocciolo e 5 di zolfo. Bacone tiene a precisare che il composto è “ben noto a tutti”, dato l’uso che già allora se ne faceva per disturbare e spaventare le persone, aggiungendo che basterebbe creare ordigni più grandi con involucri in materiale solido per provocare danni molto maggiori.

Per inciso, questa polvere non è affatto nera, ma assume tonalità che vanno dal grigio al color caffé: divenne nera a metà Ottocento quando le fu aggiunta polvere di grafite per renderla meno igroscopica e per ditinguerla dalla "polvere bianca", quella senza fumo.

La granata esplosiva suggerita dal francescano alchimista, però, non fu la prima linea di utilizzo della polvere da sparo. Nei primi decenni del Trecento in tutta Europa sono infatti già diffuse le armi da fuoco, la cui sola presenza è sufficiente per costringere alla resa fortificazioni considerate imprendibili: a Ghent, in Belgio, sono presenti nelle armerie dal 1313, vengono usate in Francia nell’assedio di Metz del 1323, e a Firenze si ordinano palle di ferro e “canones” nel 1326. In questo stesso anno abbiamo la prima immagine di un pezzo di artiglieria: l’erudito inglese Walter de Milemete lo illustra a uno studente di eccezione, il futuro re Edoardo III: è un “vaso di ferro” dal quale fuoriesce una pesante freccia scagliata contro le mura di una città, mentre un artigliere innesca l’esplosione con un ferro incandescente infilato in un foro dell’ordigno. La forma è proprio quella di un vaso, forse perché familiare ai fonditori di campane che erano gli unici all’epoca ad avere le necessarie competenze metallurgiche.

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Ben presto, però, i cannoni assunsero la forma tubolare che hanno ancora oggi, saldando tra loro barre di metallo attorno ad un cilindro di legno e poi tenendole strette con altre robuste cinture metalliche, come le doghe di una botte, e il fondo veniva poi chiuso avvitando una culatta.

Da quel tubo si continuarono a sparare grosse frecce, ma anche, e presto soprattutto, palle di ferro e di pietra: queste ultime con il vantaggio della comodità di poterle preparare direttamente sul luogo del combattimento.

La metallurgia dovette rispondere alla “esplosiva” domanda di armi con un enorme sforzo organizzativo e inventivo. Venne utilizzato ogni tipo di metallo e di lega, scegliendo poi prevalentemente bronzo e ferro, gli unici abbastanza resistenti da garantire un uso sufficientemente sicuro e prolungato nel tempo.
In questa prima corsa agli armamenti, però, l’ostacolo maggiore era reperire gli ingredienti per la polvere da sparo: non il carbone di legna, perché la carbonizzazione era un procedimento ben conosciuto, né lo zolfo ma soprattutto il salnitro.

Lo zolfo migliore d’Europa proveniva dalla Sicilia, e giacimenti si trovano un po’ dovunque: più è puro il minerale, più semplice distillarlo per ottenerne i cristalli.

Il salnitro, invece, richiede anni per essere prodotto e raffinato. La sua efflorescenza spontanea sui muri umidi è ovviamente insufficiente, e si ricorse inizialmente all’importazione dall’Oriente. Ma la produzione diretta divenne ben presto la principale fonte di approvvigionamento, nonostante la sua laboriosità: i letti di coltura composti da animali e vegetali in decomposizione devono essere bagnati di letame e urina, che appositi addetti procurano “ripulendo” le fattorie, sfondando persino i pavimenti delle stalle. Il processo di fermentazione dura tre anni, durante i quali la massa putrescente va rivotata e areata costantemente, e nutrita con calcinacci, ceneri e scarti della fabbricazione del sapone. Poi la materia grezza così ottenuta è purificata in successivi lavaggi prima di essere distillata.

I tre ingredienti vengono mescolati nel luogo di utilizzo, perché altrimenti durante il trasporto si separerebbero: è solo uno dei compiti, e nemmeno il più importante, di nuove consorterie di professionisti altamente specializzati, gli artificieri e gli artiglieri. Sanno leggere e scrivere, hanno competenze che si estendono dalla matematica, alla chimica, e persino all’ingegneria, perché le pesantissime armi da fuoco sono legate a postazioni fisse su piazzole che devono essere abbastanza resistenti da sopportarne il tremendo rinculo e bisogna schierarli là dove faranno il danno maggiore, perché spostarli sarebbe problematico. Sono civili assoldati a contratto, guardati con timore dagli altri uomini per la loro familiarità con quel fuoco “infernale”: a poco servono per riabilitarli i periodi di cristiana contrizione a cui si dedicano dopo ogni impiego bellico.

Dalla collaborazione tra militari, fonditori e artiglieri nacquero armi sempre più efficaci, letali e specializzate: tozzi mortai a tiro curvo e gigantesche bombarde per gli assedi, più agili colubrine, falconi e falconetti in battaglia. Un’effervescenza creativa con scopi dichiaratamente letali, a volte forse ingenua e bizzarra, ma più spesso fertile e portatrice di preziosi contributi.

Con l’invenzione nel Quattrocento degli orecchioni, perni che si prolungano ai lati della canna fissandola all’affusto, il tiro può essere elevato a piacimento, mentre dotando gli affusti di ruote si conferisce alle artiglierie una prima rudimentale mobilità. Sempre nel Quattrocento si scopre la “granulazione” della polvere da sparo, che viene bagnata, essiccata in fogli e quindi triturata in grani: questo permette di trasportarla finalmente pronta all’uso e la rende più uniforme e infiammabile. Proprio nel Quattrocento la ricetta della polvere da sparo si perfeziona, stabilizzandosi attorno a proporzioni che rimarranno valide per i successivi 4 secoli: rispetto alla formula di Bacone si riducono le quantità di zolfo e carbone a vantaggio del salnitro, per ottenere una polvere più “vivace” e che lascia meno pericolosi residui incombusti nella canna.

La guerra dei Cent’Anni (1337–1453) tra Francia e Inghilterra è il primo conflitto che vide un uso esteso delle artiglierie e forse il primo impiego su un campo di battaglia ad opera del già citato Edoardo III a Crecy nel 1346, ma fu solo con la campagna d’Italia del re francese Carlo VIII (1494-1497) che venne formato il primo vero treno di artiglieria: 300 pezzi di cui 70 d’assedio, che costituivano il cuore dell’armata.

Durante le guerre rinascimentali italiane le linee di sviluppo tecnologico e di impiego tattico dell’artiglieria sono già tutte tracciate: l’artiglieria deve collaborare con la sua insuperabile forza distruttiva alle operazioni militari integrandosi con le altre armi. Deve diventare più mobile, più rapida nel tiro, più potente e micidiale. Queste armi ancora rudimentali riescono a sparare solo pochi colpi al giorno, eppure nessun esercito pensa di potersene privare. Ricordo anche che per lungo tempo i cannoni furono praticamente immobili sul campo di battaglia, divenendo spesso inutili dopo i primi colpi, perché impossibilitati a seguire il corso dell’azione. Chi attaccava doveva spesso avanzare davanti ai propri cannoni, impedendo loro di tirare e in caso di sconfitta l’artiglieria rimaneva inevitabilmente preda del vincitore.

L’invenzione della polvere da sparo e del cannone uno stimolo incredibile per gli studiosi rinascimentali. Gli alchimisti medioevali avevano consegnato loro un sistema d’arma di enorme potenza, non solo sul campo di battaglia, ma anche per la suggestione che sapeva creare alle menti creative. Tra i più coinvolti non poteva mancare Leonardo da Vinci, che produsse studi all’altezza del suo genio sulla balistica, sulle tecniche d’assedio, e giungendo persino a progettare un predecessore del carro armato. L’eccezionale capacità di osservazione di Leonardo nei suoi disegni riuscì a fissare la parabola di volo dei proiettili esplosivi lanciati da un mortaio, ipotizzando anche il primo esempio di bombardamento a tappeto, realizzato mediante il successivo spostamento di una ghiera dentata che orientava l’alzo del pezzo.

Scienza, tecnologia e industria devono rispondere alle esigenze tattiche e strategiche, ma nell’attesa queste ultime si adatteranno a ciò che è disponibile al momento. Il Cinquecento ad esempio porta nuove tecniche metallurgiche: si riescono a realizzare i cannoni in un’unica fusione, il centro della quale è occupato da un cuore di creta. Il risultato è un cannone più robusto e di un calibro che più esattamente può corrispondere a quello dei proiettili. Vi sarà quindi meno dispersione di gas (in termini tecnici il “vento”) durante l’esplosione e un tiro più potente e preciso. A parità di calibro rispetto al passato, i cannoni possono essere più leggeri e hanno bisogno di meno carica per esprimere la stessa potenza, perché la sfruttano meglio. Le artiglierie pesanti sono ancora praticamente statiche, ma altre (molto) più leggere possono combattere in supporto ravvicinato della fanteria e sostenerne lo sforzo anche in attacco e non solo in difesa.

La standardizzazione dei calibri e dei modelli non è più un miraggio e i principali innovatori militari del Seicento, come il re Gustavo Adolfo di Svezia (1594-1632), se ne fanno i propugnatori, semplificando di molto l’apparato logistico. Riducendo, infatti, la tipologia dei cannoni a pochi essenziali modelli, si razionalizza il problema di rifornirli di proiettili.

Il processo produttivo, però, rimase ancora a lungo sostanzialmente artigianale, con tutti i pregi e i difetti che ne sono caratteristici. Per un artigiano, infatti, era impossibile produrre cannoni in serie, con le medesime caratteristiche e soprattutto con calibri perfettamente identici, ma ogni arma era un pezzo unico, diverso da tutti gli altri, perché lo stampo andava perso durante la fusione. Nel Seicento, però, l’abilità di questi artigiani aveva già raggiunto livelli di eccellenza e risultati sorprendenti. Le officine del sopracitato Gustavo Adolfo erano ad esempio capaci di produrre cannoni con differenze di calibro effettivo inferiori al 2%. L’opera degli artigiani raggiungeva però il suo apice nelle decorazioni che “abbellivano” e rendevano ancora più unici i propri lavori, a volte trasformandoli in un oggetto d’arte. La potenza e il prestigio dei re si misurava anche con la loro attenzione verso questi dettagli all’apparenza trascurabili.

Verso la fine del secolo gli Svedesi introdussero per primi l'Obice, un pezzo la cui lunghezza è da 15 a 25 volte il calibro (quelli più corti sono i mortai, quelli più lunghi i cannoni): un pezzo multiruolo a tiro più curvo del cannone, la cui elasticità e leggerezza lo rese molto utile sui campi di battaglia per il tiro di bombe esplosive o per la mitraglia a distanza ravvicinata.

Il Seicento porta anche i primi studi scientifici sulla balistica ad opera di Francois Blondel (1618-1686) che applica all’artiglieria l’opera di Galileo Galilei sulle leggi del movimento: la strada è aperta, e il matematico francese Bernard Forest de Bélidor (1698-1761) darà alle stampe nel 1731 “Le Bombardier français”, contenente le prime tabelle balistiche, con le quali dimostra che le cariche in uso all’epoca sono troppo potenti e non solo sprecano inutilmente polvere nera, ma consumano prematuramente i cannoni.

Con una carica dimezzata i cannoni possono essere ancora più leggeri e, quindi, più mobili e più rapidi da caricare: un processo al quale contribuiranno a metà del Settecento lo svizzero Jean Maritz (1680–1743) prima e il francese Jean de Gribeauval (1715–1789) poi, che introdussero la tecnica della costruzione dei cannoni mediante alesaggio: il foro prodotto nella fusione perfezionava ulteriormente la corrispondenza tra le pareti della canna e la palla, permettendo un nuovo, decisivo, alleggerimento dell’arma e fornendo a Napoleone Bonaparte lo strumento agile e potente di cui aveva bisogno per le sue tattiche aggressive. La parabola del letale connubio tra polvere da sparo e cannone era giunta al suo apice: finalmente gli eserciti disponevano dello strumento che fino ad allora avevano solo immaginato, capace di muoversi sul terreno in cooperazione con le altre armi, per concentrare in un punto preciso e al momento voluto, sufficiente potere distruttivo da decidere le battaglie. Con affusti e carriaggi di poco più pesanti ma anche molto più resistenti, anch’essi invenzione di de Gribeauval, e gli artiglieri montati a cavallo, i cannoni potevano addirittura seguire gli spostamenti della cavalleria, appoggiandone l’azione con il proprio tiro ravvicinato: è la specialità dell’artiglieria a cavallo piemontese durante le guerre risorgimentali che le meritò il nome di “Voloire”, artiglieria “volante”.

Una “evoluzione” quella dell’artiglieria, dunque, più che una rivoluzione, eppure era tutta già scritta fin dal Medioevo, con scienziati e tecnici a rendere reali con le loro intelligenze i desideri dei comandanti militari: un’unica storia che già contiene episodi come il “tritacarne di Verdun” della Prima guerra mondiale, la battaglia di annientamento pianificata dal generale tedesco Erich von Falkenhayn, che dal 21 febbraio al 19 dicembre 1916 distrusse le vite di 300.000 soldati francesi e tedeschi, ferendone tre volte tanti, usando armi gigantesche come i mortai da 42 cm, meglio noti come “Dicke Bertha”, la Grossa Bertha: il migliore acciaio delle fabbriche Krupp e i più potenti esplosivi di ultima generazione, avevano raccolto la letale eredità di fonditori e alchimisti di molti secoli prima.
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Metallurgia ed armature, considerazioni tecniche

Messaggio da leggereda Veldriss il 18 novembre 2013, 3:38

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Scritto da Il Duca Carraronan

Le Armature: una panoramica degli acciai
Le armature metalliche di cui parlerò saranno tutte in ferro o in acciai al carbonio. Per comprendere meglio i test di penetrazione e la differenza che può passare tra armature di uguale spessore, ma costruite usando acciai differenti è meglio prima dotarsi di un bagaglio di nozioni utili minime. Una rapida panoramica senza troppe pretese per farsi un’idea degli acciai usati nel medioevo/rinascimento.

Qualche informazione di base sui metalli
Il ferro ha iniziato a diffondersi a partire dal 1900-1400 a.C. circa fino a diventare di uso comune attorno al 900 a.C., quando già veniva impiegato per fabbricare spade, pugnali, gambali e scaglie d’armatura. Circa 150 tonnellate di ferro sono state rinvenute nel palazzo di Sargon (710 a.C.) presso Dur-Sharruken (oggi Khorsabad, vicino a Mosul in Iraq) e parte del materiale rinvenuto era formato da “acciaio” anche se non vi sono prove che all’epoca si praticasse alcun genere di tempra (quenching in inglese) per ottenere acciai invece di ferro. Anche gli antichi Greci, sebbene utilizzassero regolarmente il ferro da secoli, continuarono a fabbricare corazze ed elmetti in bronzo fino al tempo delle Guerre Persiane (V secolo a.C.). Il ferro povero di carbonio e ricco di impurità, come si poteva produrre con i metodi di fusione precedenti l’invenzione dell’altoforno, era inferiore al bronzo per durezza e resistenza alla corrosione.
Prima degli altiforni si usavano infatti fosse scavate nel terreno, per trattenere al meglio il calore, coperte da una cupola di pietre o mattoni in cui il fuoco veniva ravvivato da un mantice (forni a cupola). Questi forni permettevano di liberare il ferro dalle rocce in cui si trovava, seppur lasciando al suo interno molte scorie, ma non favorivano affatto la sua combinazione con il carbonio per formare leghe d’acciaio. E in ogni caso l’acciaio non è detto sia sempre più duro del bronzo lavorato, come vedremo dopo.
Gli altiforni alimentati a carbone permettevano una migliore combinazione del carbonio con il ferro per la produzione di ghise e acciai. I più antichi risalgono al XII secolo e la diffusione capillare degli altiforni in Europa avverrà solo nella seconda metà del XV secolo, permettendo di produrre quegli acciai duri e resistenti necessari per le armature bianche sempre più diffuse e richieste.

n.d.r. Konstantinos XI Palaiologos:
Il primo vero esempio di acciaio propriamente detto, è l'acciaio al crogiolo che nasce nell'area di Merv, in Asia Centrale, tra la fine dell'VIII° e l'inizio del IX° sec. d.C.
In seguito questa tecnologia si diffonde in India e Sri Lanka, dove si sviluppa il celebre acciaio indiano "wootz". Verso il X° secolo troviamo, soprattutto in Sri Lanka ed in alcune aree dell'India, i primi rudimentali altoforni, costruiti sui fianchi delle montagne in modo da sfruttare l'alimentazione continua data dal flusso costante dei venti monsonici stagionali, in quanto i monsoni sono per l'appunto venti che soffiano per i sei mesi invernali dall'entroterra verso l'Oceano, e nei sei mesi estivi in verso contrario, ma sono sempre flussi continui e costanti, l'ideale per mantenere un'alimentazione continua e regolare in un altoforno.
Dalle zone del Pakistan la tecnologia dell'acciaio verrà appresa dal mondo islamico e diffusa in tutto il bacino mediterraneo, dai Balcani alla Spagna entro il XI°-XII° sec. e da là fino all'Europa centro-orientale verso il XIII° sec.


Cos’è la Durezza?
La durezza di un metallo o di una lega è la proprietà di lasciarsi scalfire da un minerale e può essere determinata misurando quanto a fondo penetri una punta di diamante piramidale collegata a un carico noto (durezza Vickers). Un test simile che però sfrutta una sferetta è il test Brinell (HBS, durezza Brinell). Il test Vickers fornisce la misura della durezza Vickers (VPH, HV, Vickers Pyramid Hardness) sotto forma di “forza applicata/penetrazione”. L’unità di misura dei VPH sono i chilogrammiforza su millimetro quadrato (kgf/mm2). Entrambi i test sono chiamati prove di microdurezza.
Più il VPH è alto e più il metallo offre resistenza alla deformazione.

Il rame puro ha una durezza di circa 40 VPH e fonde a 1080°C. La lavorazione a freddo, tramite il martellamento o la riduzione in filo di rame, può alzare la durezza fino a 100 VPH ottenendo però una riduzione dello spessore e un corrispondente incremento della fragilità (ovvero è più facile che si fratturi quando sottoposto a una tensione).
Unire il rame con lo stagno porta progressivamente la durezza della lega di bronzo da 50 VPH (3% di stagno) a 110 VPH (10% di stagno) con la semplice unione a caldo e può essere ulterioramente incrementata con una lavorazione a freddo del bronzo fino a 270 VPH (10% di stagno).
Il ferro puro ha una durezza di 60 VPH, fonde a 1550°C e diventa più duro assorbendo carbonio, formando la lega chiamata acciaio. Se l’acciaio viene lasciato raffreddare ad aria, lentamente, la sua durezza sarà paragonabile a quella del bronzo (in base alla % di carbonio assorbito). Dopo il raffreddamento ad aria un acciaio con poco carbonio (0,2%) avrà una durezza di circa 110 VPH ed uno con un ottimo contenuto di carbonio (0,5-0,6%) arriverà a 170-180 VPH circa. Una durezza che lo pone nella fascia media del bronzo lavorato, con in più la difficoltà di ottenere un livello di carbonio alto senza disporre di un altoforno: le fornaci con la fossa producono perlopiù ferro, come già detto.
Se invece l’acciaio viene raffreddato rapidamente (quenching, tempra) si potrà ottenere una durezza tra 300 e 700 VPH in base al contenuto di carbonio.

La Tempra degli Acciai
Lasciamo da parte i dettagli su come il carbonio si leghi lentamente al ferro formando austenite, una soluzione interstiziale di ferro e carbonio che può esistere solo sopra i 723°C, e passiamo a vedere come l’acciaio ottenuto può essere indurito.
Infatti, seppure l’acciaio raffreddato ad aria sia già molto più duro del comune ferro, il vero vantaggio dell’acciaio si ottiene indurendolo ancora di più con pratiche di raffreddamento rapido (ad esempio: buttandolo subito in acqua, come si vede fare ai fabbri nei film).

Se l’austenite viene raffreddata ad aria il carbonio che si era dissolto nel ferro sopra i 900°C tornerà a riunirsi in “blocchi” formando un aggregato lamellare di ferrite (ferro poverissimo di carbonio) e cementite (un carburo di ferro, Fe3C) chiamato perlite.
La pura ferrite (in pratica purissimi cristalli di ferro) ha una durezza di 80 VPH. Naturalmente non è possibile ottenere pura ferrite con le tecnologie medievali e verrà fuori invece un metallo più o meno ricco di scorie (slag in inglese, un materiale fragile simile al vetro) e di tracce di altri elementi dissolti nella ferrite, la cui durezza varierà tra i 100 e i 180 VPH. La presenza di cementite (carburo di ferro) rende la perlite ancora più dura, in base al livello di carbonio, permettendo di ottenere durezze tra 180 VPH (0,2% C) e 260 VPH (0,6% C).

Se l’austenite viene raffreddata più rapidamente di quanto avvenga in aria (trattamento di tempra, di norma tempra di soluzione) si può evitare la condizione di equilibrio che porta il carbonio a riaddensarsi in cementite e si possono ottenere di conseguenza dei cristalli differenti.
Si può ottenere la perlite globurale, in cui cementite e ferrite si uniscono in strutture sferiche, oppure la bainite, ferrite circondata di cementite in forma aciculare che la rende più dura della perlite, o perfino la martensite, un acciaio durissimo di struttura tetraedrica ottenibile solo con un brusco raffreddamento che “congeli” l’acciaio in una forma molto simile a quella austenitica, ovvero con il carbonio mischiato uniformemente al ferro senza, usando un linguaggio terra-terra, “grumi”.
La dimensione dei cristalli che formano il metallo è importante dato che i piccoli cristalli si deformano con maggiore difficoltà e quindi una “granularità” più fine aumenta considerevolmente la durezza dell’acciaio.

La rapidità del raffreddamento, le dimensioni dell’oggetto e la quantità di carbonio presente nell’austenite determinano il tipo di cristalli che si otterranno. Immergere l’austenite nell’acqua solitamente porta a un raffreddamento così rapido (full quenching) da formare una struttura di sola martensite di durezza fino a 800 VPH (0,6% C) e oltre. Raffreddare il metallo in olio, nel piombo liquido (che lavoro salubre: facciamo tutti “ciao ciao” al saturnismo…) o in altre sostanze determina un raffreddamento meno brusco (slack quenching) e l’acciaio risultante sarà composto da una combinazione di perlite, bainite e martensite con una durezza tra i 300 e i 400 VPH in base alla composizione.
Lo slack quenching era frequentemente praticato nel Medio Evo (le sostanze usate nella soluzione di tempra facevano parte dei segreti degli armaioli) mentre ormai è evitato e si pratica solo il full quenching, che avviene di norma in semplice acqua per gli acciai al carbonio.

Il problema della martensite eccessivamente dura sono le tensioni interne che potrebbero rendere l’acciaio fragile causando delle microfratture. Per aumentare la resistenza all’impatto dell’acciaio è necessario sottoporlo a rinvenimento (tempering in inglese), ovvero scaldarlo di nuovo (al massimo fino a 700°C) e raffreddarlo di nuovo in modo da rimuovere gli stress interni. Il rinvenimento può portare al peggioramento dell’acciaio, in particolare negli acciai al carbonio che nella fase del riscaldamento a 250-400°C possono cadere vittime di una fragilità irreversibile (a meno di non rifondere d’accapo tutto). Anche nella fase dei 450-500°C gradi può avvenire un indebolimento dell’acciaio dovuto alla minore coesione intercristallina, la malattia di Krupp, ma è un problema reversibile. In caso di problemi si può sempre pensare alla ricottura: riportare il metallo allo stato di austenizzazione e mentenerlo il tempo necessario a riomogenizzare il macello fatto precedentemente per poi ripartire col lavoro.

Il rinvenimento può ridurre la durezza a 400-500 VPH, ma la resistenza agli impatti dell’acciaio aumenterà notevolmente: sarà duro ed elastico. Ma non bisogna eccedere: troppi rinvenimenti possono indebolire l’acciaio, formando blocchi di cementite e rendendo la martensite meno dura perfino della perlite non temperata (a pari percentuale di carbonio).

La Resistenza alla Frattura
Abbiamo visto cosa è la durezza e come ottenerla, ma la durezza non è tutto. Anche il vetro è duro (1500 VPH circa), ma se lo colpisci si spezza più facilmente dell’acciaio di pari spessore. Se contasse solo la durezza tutti indosserebbero corazze di vetro che di certo “non si piegano sotto i colpi”, ma sappiamo che in realtà una simile corazza andrebbe in frantumi al primo impatto violento (ma senza deformarsi prima: sai che consolazione…). Quindi la durezza per quanto importante non è l’unica proprietà, come abbiamo visto parlando del rinvenimento della martensite, ma deve essere accompagnata da una adeguata resistenza alla frattura.

La resistenza alla frattura (o “resistenza alla frattura all’impatto” o “resistenza all’impatto”, fracture toughness in inglese) misura la resistenza che un materiale contenente una imperfezione offre alla rottura. Dipende da vari fattori: microstruttura del metallo, durezza, dimensione dei cristalli e presenza di scorie. I test che misurano la resistenza alla frattura totale indagano sia la deformazione plastica che la frattura elastica (un test molto comune è quello di Cottrell-Mai).

Più scorie sono presenti nel metallo (ossido di ferro, silicato di ferro magari mischiato a calcio o alluminio o altre porcherie) e più il metallo è sensibile alla frattura a causa delle aree imperfette che rendono più debole la struttura complessiva. La resistenza alla frattura di un ferro puro, senza carbonio e senza scorie (es: il ferro ARMCO), è circa 200 KJ/m2. Una presenza di scorie al 1-2% (considerata come piuttosto bassa per gli standard medievali) può abbassare fino a 170 KJ/m2 la resistenza. Con un 4,7% di scorie siamo già a 150 KJ/m2 che scende a 120 KJ/m2 al 4,7% e arriva a 28 KJ/m2 al 7,5%.

Il carbonio influendo sulla durezza influisce anche sulla resistenza alla frattura. Un ferro privo di scorie e di carbonio (il ferro ARMCO già accennato) ha una resistenza di 200 KJ/m2. Un contenuto di carbonio allo 0,1% alza la resistenza a 235 KJ/m2 che sale a 320 KJ/m2 per una presenza di carbonio allo 0,55% e raggiunge quasi i 400 KJ/m2 con lo 0,85%.

Ora andiamo a dare un’occhiata più da vicino, ma sempre in breve, alle armature prima di passare ai test di penetrazione. Mi limiterò a presentarle, in modo che siano chiare in mente prima di vederle “in azione”, senza addentrarmi nei dettagli storici sul periodo di diffusione, sul nome o sul prezzo. Ci sarà tempo in futuro per parlare di queste cose meglio.

La maglia di ferro
Le armature di maglia sono formate da una serie di anelli di metallo uniti tra loro, di norma nella modalità 4-in-1 per cui ogni anello è collegato ad altri quattro. Gli anelli devono essere fabbricati e uniti uno per volta. Per ottenere gli anelli l’armaiolo deve partire dal ferro, tirarlo in un filo uniforme, avvolgerlo attorno a un cilindretto fino a formare una specie di solenoide e infine tagliare gli anelli usando un martello e uno scalpello con la punta larga abbastanza da tagliare agevolmente il filo.
Lavorando con le pinze bisogna poi aprire e chiudere i singoli anelli intrecciandoli tra loro, ma questo non è sufficiente: essendo già “rotti” sono facilmente suscettibili ad aprirsi di nuovo quando colpiti! L’armaiolo deve fabbricare dei piccoli chiodi (rivetti) con cui inchiodare tra loro le estremità degli anelli (appiattite a martellate per allargarle) in modo da tenerli chiusi.
Non è necessario che tutti gli anelli abbiano il loro chiodino: circa metà degli anelli in una maglia 4-in-1 possono essere saldati aumentando la robustezza della maglia ed evitando di dover fabbricare l’ennesimo rivetto minuscolo.
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SI: è un lavoraccio indegno!

La maglia di ferro andava indossata sopra una apposita imbottitura chiamata aketon/gambeson/jack, ovvero una protezione formata da strati di lino sovrapposti allo scopo di ammortizzare i colpi che la maglia di ferro incassava.
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Ora ne sapete abbastanza per affrontare la lettura dei test di penetrazione senza problemi. Parleremo più a fondo delle maglie di ferro in futuro.

La cotta di piastre
La cotta di piastre è formata da una serie di piastre di metallo montate su una base di tela o cuoio. Veniva utilizzata come armatura da sola, non esistendo ancora le corazze in acciaio, o sopra una cotta di maglia come ulteriore rinforzo al prezzo di un peso complessivo molto alto: 30 kg o forse perfino di più che ricadevano pesantemente sulle spalle!
Di queste armature e di quelle lamellari sono piene le fosse comuni della battaglia di Wisby (1361), ma dato che la “cotta di piastre” verrà citata solo al termine dell’articolo sui test di penetrazione direi che non c’è altro da sapere di utile per ora.
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L’armatura a piastre
Questa armatura è formata da una serie di piastre unite tra loro tramite rivetti e cinturini in modo da proteggere il proprietario e assieme garantire la massima mobilità. Possono essere arrotondate per deviare i colpi, come nelle armature alla milanese (es: la AVANT) o spigolate, come nelle armature alla massimiliana, per offrire un pessimo angolo di impatto a gran parte dei colpi andati a segno.
I punti deboli, le giunture di ascelle e gomito ad esempio, possono essere protette da dischi mobili, da lamelle metalliche o da una veste imbottita sottostante dotata di inserzioni ad hoc in maglia di ferro.
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Due cavalieri del XV-XVI secolo:
armatura alla milanese (a sinistra) e alla massimiliana (o tedesca) (a destra)

Alan Williams ha calcolato che un’armatura alla milanese offre un angolo di impatto tipico di 30° gradi e un’armatura spigolata di 45° gradi. Una cotta di piastre, una maglia di ferro o un’armatura lamellare invece non hanno un design studiato per deviare i colpi e questo in parole povere significa che le armature a piastre sono perfino più efficaci di quanto il loro spessore farebbe immaginare.
Il colpo viene deviato non permettendo uno scarico perpendicolare ottimale del vettore forza. Come certamente ricorderete dalle regole di scomposizione di un vettore, l’energia perpendicolare potrà essere ottenuta dividendo l’energia complessiva per il coseno dell’angolo di impatto.
In tal modo un’armatura arrotondata è il 20% più resistente e una spigolata il 40%.

Lo spessore delle piastre dipendeva dalla locazione e dal periodo storico, dato che l’introduzione di armi da fuoco sempre più potenti ha costretto ad adottare piastre sempre più resistenti. In particolare la corazza pettorale e la parte frontale dell’elmo erano i più spessi, dovendo proteggere aree vitali, mentre braccia e gambe erano più leggeri.
Le armature non pesavano molto: tutti i set non “a prova di proiettile” del XV-XVI secolo hanno dichiarato pesi tra i 15 e i 26 kg. La qual cosa è anche dimostrabile teoricamente applicando la formula Mosteller del calcolo della superficie corporea a un uomo di 75 kg circa: con uno spessore in acciaio di 2 mm uniforme su tutto il corpo (incluso retro delle cosce, piante dei piedi, palmi delle mani e altri posti dove di norma non vi è armatura) si ottengo al massimo 35 kg.
Facendo un esempio reale: l’armatura di Valerio Corvino Zacchei, una bella armatura milanese da cavalleria del 1560 con elmo completo e grandi spallacci, conservata nell’Armeria Reale di Torino, pesa esattamente 26 kg.
Il peso era ben distribuito su tutto il corpo grazie a un sistema di incastri e cinturini, per cui risultava meno faticosa da indossare per periodi prolungati dell’usbergo in maglia di ferro che invece gravava integralmente sulle spalle.

Alan Williams fornisce alcuni spessori medi di corazze pettorali: le corazze del 1450-1500 sono spesse 2 mm; quelle del 1500-1550 variano dagli 1,3 mm ai 4 mm con una concentrazione maggiore nella fascia 2-2,5 mm; il periodo 1550-1600 mostra corazze spesse tra gli 1,2 mm e i 6 mm (con un’equa distribuzione nella fascia 1,5-4 mm); infine il periodo 1600-1650 alza il tetto massimo di spessore arrivando al record di 8 mm (con tutte le altre corazze da cavaliere tra i 4-7 mm e quelle da fanteria tra i 2-3 mm).

Abbiamo parlato degli acciai e abbiamo visto le tipologie di armature simulate nei test: ora non resta che combinare le informazioni, leggere i resoconti dei test e… trarne le conclusioni.

I test riportati e i dati utilizzati provengono perlopiù dal libro The Knight and the Blast Furnace del dottor Alan Williams (che ringrazio per l’assistenza fornita via e-mail), ma sono stati integrati e controllati sfruttando ulteriori informazioni provenienti da The Great Warbow di Robert Hardy e Matthew Strickland e da Weapons & Warfare in Renaissance Europe di Bert Hall. Più altre fonti minori, lette solo a scopo confermativo, che non vale la pena citare.

Le armi da simulare e il macchinario utilizzato
Le principali minacce per le armature sono le frecce e i proiettili. Le frecce sono pericolose perché hanno sia molta energia cinetica che una superficie di impatto molto piccola, il che si traduce in un’alta pressione che può perforare la corazza. Una lama di spada o di alabarda a pari energia cinetica avrà una superficie di impatto molto superiore il che si traduce in una pressione nettamente minore.
Superficie di impatto e pressione esercitata sono inversamente proporzionali: al raddoppiare della superficie si dimezza la pressione esercitata dalla forza applicata secondo la normale (ovvero perpendicolarmente).
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Tutti test considerati utilizzano l’energia cinetica (in Joule) per quantificare la violenza del colpo. L’energia cinetica, come ricorderete, è determinata dalla massa del corpo e dalla velocità. In parole povere: un macigno che vi piomba addosso a 100 km/h vi farà più male di un sassolino che vi percuote a 20 km/h.
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Come potete vedere dalla formula l’energia raddoppia al raddoppiare della massa e quadruplica al raddoppiare della velocità. Potete anche facilmente intuire che se serve una pressione X a penetrare una data corazza, allora la forza disponibile deve crescere con la superficie su cui si applica (non necessariamente con l’esatta proporzione, nel caso dei proiettili e della formula di Krupp, ma ne parleremo un’altra volta).

Per questo motivo la seconda minaccia principale presa in considerazione sono i proiettili: seppure l’energia cinetica necessaria per perforare sia molto superiore rispetto a quella delle frecce, i proiettili hanno il vantaggio di poter disporre di enormi quantità di energia cinetica per compensare lo svantaggio.

Anche le lame sono state testate, ma in modo meno approfondito, principalmente perché perfino con una lama di soli 4 cm di lunghezza si è visto che penetrare corazze era fuori dalla portata di chiunque...a meno che non fosse un bestione con tricipiti grossi come meloni e possibilmente armato di alabarda.

I test sono stati condotti con il Rosand IFW5, la macchina infernale, che permette di scegliere “l’arma” e il carico da applicare in caduta. Poi il tutto precipita e sfonda (o almeno prova a sfondare) quello che gli hai messo sotto. Usando un carico posizionato dietro la lama/punta/proiettile in caduta, si aumenta in modo proporzionale sia la quantità di moto che l’energia cinetica, grossomodo (per un proiettile, come da formula di Krupp, la distinzione è irrilevante). Con questo attrezzo un ingegnere meccanico può passare un bel fine settimana sfondando fogli di acciaio, giubbotti di cuoio, scatole di preservativi e dispense del corso di macchine a fluido.

Tre delle armi usate nelle simulazioni, tutte di ottimo acciaio, sono: una lama (lunga 4 cm), una freccia (con un design da sfondamento, come le più pesanti frecce da guerra o i dardi da balestra, punta da 40 gradi) e un proiettile (largo 20 mm). Sul proiettile simulato torneremo più avanti nel corso dell’articolo, con alcune considerazioni utili per chi sta storcendo il naso pensando “come sarebbe a dire acciaio e non piombo morbido?“.
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La simulazione delle armature
Nel caso delle corazze non è stato possibile utilizzare reali armature per i test, dato che questo avrebbe comportato il grave danneggiamento di decine di reperti di notevole valore storico, dovendo agire su un gran quantità di combinazioni di spessori, scorie, percentuali di carbonio, tipologie di acciaio e durezze.
Partendo dai dati raccolti sulla durezza e la composizione microscopica delle armature reali è però possibile costruire un modello che dia una stima attendibile del comportamento di queste armature a partire da test compiuti su fogli di acciaio di qualità note, ma privi di valore storico.

Le tabelle dei test con le frecce e i proiettili contengono dati estrapolati a partire dai dati sperimentali ottenuti con dell’acciaio dolce (mild steel) spesso 2 mm, col 0,15% di carbonio, privo di scorie, di durezza 152 VPH e resistenza alla frattura 235 KJ/m2. La durezza può non sembrare molto alta, ma come ricorderete quello che conta davvero è la resistenza alla frattura perché senza frattura non può nemmeno avvenire la penetrazione.

Quell’acciaio è stato considerato come termine di paragone per tutti gli altri. Conoscendo le relazioni che intercorrono tra la percentuale di carbonio, il contenuto in scorie e la resistenza alla frattura, Alan Williams ha suddiviso gli acciai in fasce di qualità attribuendo a ogni fascia un coefficiente W da moltiplicare con i risultati ottenuti sull’acciaio morbido (W = 1,0) per stimare la loro resistenza ai colpi.

Fasce di qualità
I – Ferro da munizione (scorie 3-4%, senza carbonio)
120-150 KJ/m2, W = 0,5
esempio: il ferraccio delle armature da picchiere prodotte in massa nel Seicento.

II – Acciaio con poco carbonio (scorie 1%, carbonio 0,3%)
180-210 KJ/m2, W = 0,75
esempio: le armature da fanteria di Norimberga.

III – Acciaio con un livello medio di carbonio (scorie < 1%, carbonio 0,6%)
240-260 KJ/m2, W = 1,1
esempio: le armature milanesi del XV-XVI secolo o quelle di Greenwich di inizio XVI secolo

IV – Acciaio con un livello medio di carbonio, indurito (scorie 0,5% circa, carbonio 0,6%)
300-500+ KJ/m2, W = 1,5 e oltre
esempio: armature provenienti da Innsbruck, Augsburg, Landshut e Greenwich (dopo il 1560), con carburi formati da martensite invece che da perlite.

I test con le frecce
I test con le frecce erano volti a simulare frecce da guerra, con punte da sfondamento forgiate in un acciaio molto duro per non deformarsi all’impatto: la punta vista in foto sembra soddisfare pienamente i requisiti. L’energia disponibile con le frecce tirate dai veri archi può variare dai 46 ai 140 J circa.
Gli unici archi interessanti sono però quelli da guerra da 100-150 libbre, non i deboli archi da 50-70 libbre usati nei circoli di tiro. Un arco lungo da 150 libbre può lanciare una freccia da 3,3 once (96 grammi) a 250 metri con una energia iniziale di 134 J e una energia all’impatto di 90 J. O frecce più leggere, da poco meno di 2 once, capaci però di volare fino a 330 metri con un’energia iniziale di 111 J e una finale di 64 J.
Una balestra può inviare dardi più pesanti delle comuni frecce a velocità simili, fornendo tra i 100 e i 200 J, forse addirittura 250 J con dardi da 5 once (140 grammi).

La freccia simulata ha iniziato a penetrare un foglio di acciaio morbido da 1 mm con 30 J e uno da 1,5 mm con 80 J. Ma se si vogliono ottenere anche 40 mm di penetrazione, ovvero una “ferita decente” tale da poter dire che l’armatura è stata sconfitta, l’energia aumenta rispettivamente a 55 J e a 110 J. In particolare l’energia necessaria all’aumentare dello spessore non aumenta proporzionalmente allo spessore, ma con una potenza di 1,6.
In parole povere: al raddoppiare dello spessore triplica l’energia necessaria.

Spessore Moltiplicatore
1 1
1,5 1,9
2 2,9
2,5 4,9
3 5,5
3,5 7
4 8,6


Tabella di Resistenza alle Frecce
1mm 2mm 3mm 4mm
Impatto 90° 55 J 175 J 300 J 475 J
Impatto 30° 66 J 210 J 360 J 570 J
Impatto 45° 78 J 250 J 425 J 670 J

Le frecce usate nei test contro le piastre riportati qui sopra credo siano quelle con la punta da 40 gradi, da sfondamento (quella da 18-20 mm visibile in cima all’articolo), la cui parte più larga della testa -subito prima della punta- è più larga dell’asta (da 13-15 mm). Le frecce storiche potevano anche essere meno pesanti e meno larghe, 16 mm circa per quelle pesanti (con 20 mm immagino sia una bodkin pesante da 4-4,5 once), per cui l’energia necessaria per la completa penetrazione di 4 cm potrebbe essere meno grande di quanto stimato qui. Una via di mezzo, immagino, calcolata però solo sull’energia necessaria ad allargare il foro, non su quella per iniziare la frattura. Prendo un esempio di Williams: contro il foglio da 1,9 mm di acciaio svedese di pessima qualità (W 0,6 circa), la punta di freccia da 40 gradi ha impiegato 80 J per causare un buco da 5 mm di diametro, mentre quella da 18 gradi 75 J. Non è una gran differenza. La differenza tra una freccia con la punta da 18 gradi e una con la punta da 40 è che magari la prima sarà larga quanto l’asta o meno (13-14 mm) mentre la seconda di più (16-20 mm) e quindi la seconda necessiterà di più energia per affondare la testa completamente. La seconda magari sarà una freccia pesante adatta per sfruttare al meglio gli archi potenti, 4-4,5 once per un arco da 150 libbre, mentre la prima sarà una freccia più leggera, 2-3 once, per i primi tiri a lunga distanza.
A occhio la mia stima è che se per iniziare la frattura servono 80 J a una e 75 J all’altra (W 0,6: immagino allora servano 130 J e 120 J contro dell’acciaio AISI 1010-1020) e per completare il buco da 40 mm servono 175 J, allora la bodkin aguzza da 18 gradi dovrebbe richiedere circa la metà dell’energia dell’altra per completare la penetrazione più l’energia per iniziarla: 140-145 J.

Anche una maglia di ferro è stata testata contro le frecce. Si tratta di un pezzo originale del XV secolo, 4-in-1, in acciaio a basso contenuto di carbonio indurito tramite tempra (forse 200 KJ/m2, ma con pezzi così piccoli non è possibile calcolare la resistenza), poggiato sopra una imbottitura di ben 26 strati (o forse 32, visto che a 180 J dice di averne passati 26 con la lama da 4 cm, nel test della alabarda contro maglia di ferro, mentre pone il superamento per intero a 200 J) di lino (un “jack” bello pesante). La punta di freccia in questo caso è indicata come una punta bodkin da 18 gradi (non penso sia una bodkin ad ago, credo sia solo una bodkin da sfondamento molto aguzza), quindi più aguzza delle punte da 40 gradi precedenti. La freccia con 120 J ha spezzato due anelli e ha penetrato completamente l’imbottitura (circa 80 J per spezzare gli anelli, 20 J per perforare il jack pesante e altri 20 J per causare 35 mm di ammaccatura nella plastilina sottostante).
La buff coat (protezione in cuoio spessa 5 mm) è stata perforata con 30 J. Del corno di spessore non specificato è stato penetrato con 50 J.

I test coi proiettili
I test sono stati condotti utilizzando proiettili sferici simulati in acciaio. Le simulazioni con proiettili sferici in piombo morbido non sono ancora state studiate a fondo data l’enorme complessità che la deformazione “dinamica” del proiettile aggiunge. In un esempio della differenza tra proiettili in acciaio (pressoché indeformabile) e in piombo (deformabile) si è notato che se per causare una frattura in un foglio di metallo sono necessari 900 J con il proiettile di acciaio allora servono 1500 J con quello in piombo (+66%). Ma questo non è coerente con lo studio della differenza tra proiettili blindati e tondi in piombo fatto sulla formula di Krupp, che prevede una differenza di penetrazione di solo 20% (+34% energia cinetica). I valori forniti da Williams sono però abbastanza validi, dato che sono coerenti con altri test in cui erano stati utilizzati proiettili di piombo di calibro 16-18 mm.
I proiettili sferici hanno un comportamento diverso da quello delle frecce e l’energia necessaria per penetrare piastre sempre più spesse cresce, grossomodo, secondo una potenza di 2,2 (si veda la tabella). Questa però è una considerazione non completamente esatta. È valida solo se si vuole modellare l’ambito 1-3 mm come ha fatto Williams. In realtà, se si riconduce il tutto a formule più generali (come Krupp) si vedrà che i dati sotto i tre mm in questo caso si riconducono a livello più o meno grave all’ambito delle lamine sottili e non alla formula generale valida per spessori maggiori a causa della grande dimensione della sfera usata nei test (20mm in acciaio) rispetto allo spessore del foglio. Ci tornerò in futuro.
Comunque, in questo caso, i dati estrapolati da Williams sono sufficienti per il nostro ragionamento.
La tabella considera “sconfitta” l’armatura se il proiettile vi forma un buco largo quanto il proiettile stesso.

Tabella di Resistenza ai Proiettili
1mm 2mm 3mm 4mm
Impatto 90° 155 J 750 J 1700 J 3400 J
Impatto 30° 186 J 900 J 2000 J 4000 J
Impatto 45° 217 J 1050 J 2300 J 4700 J

L’energia fornita dalle armi da fuoco è molto variabile, ma possiamo considerare questa guida divisa per periodo:
XIV secolo, prime armi da fuoco, 250 J; XV secolo, cannoni maneschi Hussiti (delle rozze bocche da fuoco in cui la carica veniva accesa con un ferro caldo), 500-1000 J; fine XV secolo – inizio XVI secolo, archibugi a miccia, 1300 J (polvere fine) o 1750 J (polvere in grani); dopo il 1525, moschetti di grosse dimensioni con forcella di supporto, 2300 J (polvere fine) o 3000 J (polvere in grani).
Per l’energia cinetica fornita dalle varie armi ad avancarica vi ricordo che c’è anche questo link.

Prendiamo in esame alcuni dei più famosi test realizzati in Austria (Krenn, 1990).

Sappiamo che un moschetto da 4444 J alla bocca ha penetrato completamente un foglio di acciaio morbido da 2 mm a 100 metri scagliandogli contro un proiettile di piombo di 38 grammi (calibro 19 mm). A quella distanza l’energia residua era probabilmente ridotta a metà o un terzo di quella originale, quindi circa 1800 J. Secondo la tabella è una cosa possibile, anzi, abbiamo perfino energia sovrabbondante!

Test condotto su un blocco di sapone con una pistola (14 grammi di proiettile, 1071 J alla bocca) e un moschetto (27 grammi, 2767 J alla bocca): la pistola a nove metri di distanza ha causato nel sapone una cavità di 23 centimetri cubi; il moschetto alla stessa distanza ha perforato un foglio in acciaio spesso 3 mm (con 300 VHP, equivalente a un’armatura di qualità III al massimo) e ha scavato una cavità di 25 centimetri cubi nel sapone, praticamente identica a quella della pistola.
Considerando che per scavare nel sapone un buco poco superiore (25 contro 23 cm cubi) l’energia necessaria è stata in proporzione poco maggiore a quella data dalla pistola, per semplice sottrazione possiamo notare che il proiettile di piombo (diametro 16,5 mm) ha impiegato 1600 J per forare l’acciaio il che è coerente con quanto ci attendevamo, considerando il calibro minore rispetto ai 18 mm possibili dei moschetti di grosso calibro per cui quella tabella è stata ottimizzata (dovendo agire come “generica”).

Un ulteriore test allo scopo di farsi un’idea più chiara di come la diminuzione del calibro diminuisca l’energia richiesta per perforare le armature: una pistola del XVI secolo ha sparato un proiettile (9,54 grammi, 11,7 mm, 907 J al momento dell’impatto) che ha penetrato una corazza del XVI secolo spessa 3 mm (300 VHP, identica al foglio usato prima) e si è fermato adagiandosi contro i due strati di lino posti sotto la corazza, a contatto con il sacco che faceva da supporto.

La palla da 16,5 mm ha penetrato l’acciaio con 1600 J (stimati!) e quella da 11,7 mm con 900 J. Poco più di metà dell’energia e se si guarda il rapporto tra le aree superficiali delle due sfere si vede infatti che la maggiore è due volte più grande della minore (in realtà, dalla formula, la differenza di dimensioni conta solo in parte ed entra in gioco anche il rapporto tra spessore della corazza e calibro del moschetto, maggiore di quello tra corazza e pistola, come accennato prima con Krupp). I conti sembrano tornare, grossomodo.
Si tratta comunque di stime, per quanto plausibili. Gli unici dati certi rimangono solo quelli dei test effettuati realmente con il moschetto e la pistola.

I test con lame e lance
Un uomo armato di lancia, spada o ascia può fornire qualcosa tra i 60-130 J. Un uomo molto forte con un’ascia o una spada impugnata a due mani può probabilmente arrivare a 200 J o oltre, come anche un uomo armato di alabarda.

Lama di 4 cm.
Con un impatto di 180 J la lama di 4 cm ha sconfitto la maglia di ferro del XV secolo: due anelli spezzati, due aperti, cinque piegati e l’imbottitura completamente penetrata. In particolare gli strati di lino sono stati penetrati in questa sequenza: 100 J (quinto strato), 120 J (nono), 140 J (sedicesimo), 160 J (ventitreesismo), 180 J (superato il ventiseisimo). La maglia di ferro di per sé ha offerto una resistenza di 80 J e l’imbottitura altri 100 J circa. Aggiungendo un po’ di energia per fare male al bersaglio sottostante, possiamo dedurre che servano più di 200 J per ferire un uomo coperto da un usbergo di maglia di ferro.
Questo con una lama di 4 cm, che può simulare le lame a mezzaluna di certe alabarde, ma se consideriamo che l’impatto reale di una spada può arrivare a coinvolgere 10 o più centimetri si può dedurre che sfondare una cotta di maglia usando la spada è fuori questione.
Per penetrare un foglio di ferro svedese di 1,9 mm (170 KJ/m2, W = 0,55 o forse 0,6 a causa dell’alta percentuale di scorie) la lama ha richiesto più di 190 J.
Altri test: la buff coat (in cuoio, 5 mm di spessore) è stata tagliata con 70 J; il corno (spessore non noto) è stato rotto con 120 J; il cuoio indurito nell’olio (spesso 5 mm) è stato tagliato con 90 J; l’imbottitura tipica che si indossa sotto le armature a piastre (16 strati di lino) è stata tagliata con 80 J.

Lancia
Una lancia con la punta di 60° gradi ha richiesto 140 J per sconfiggere la maglia di ferro: tre anelli spezzati, due aperti, uno piegato e l’imbottitura completamente penetrata. L’imbottitura in questo caso si è comportata meno bene di prima, data la superficie di impatto più ridotta, offrendo probabilmente 70 J al massimo.
Contro il ferro svedese visto precedentemente la lancia ha richiesto più di 100 J per penetrare.
Altri test: il cuoio indurito nell’olio (spesso 5 mm) è stato perforato con 30 J; l’imbottitura tipica che si indossa sotto le armature a piastre (16 strati di lino) è stata penetrata con 50 J.

Conclusioni divise per periodo storico
Applichiamo quanto abbiamo visto e vediamo se è coerente con quanto storicamente è accaduto nel campo delle armature.

XI-XII Secolo
L’armatura del cavaliere di quest’epoca è la cotta di maglia. Un’arma con lama richiederà più di 200 J per perforare la maglia: solo un uomo molto forte armato con un’ascia a due mani dalla lama piuttosto piccola (come l’ascia danese lunga 1,2-1,5 metri) può sperare di farcela. Però una freccia richiede solo 120 J per conficcarsi a fondo nel bersaglio, il che è nelle possibilità di un arco lungo da 150 libbre a distanza ravvicinata o di una balestra non molto potente.
I colpi di spada, mazza e ascia potrebbero riempire di lividi o anche spezzare le ossa del cavaliere, ma non subirà tagli, amputazioni immediate o ferite aperte estese. I medici medievali sapevano trattare benissimo le fratture, ma nei confronti delle ferite infette erano pressoché impotenti: la cotta di maglia non si limitava a offrire una buona protezione, ma evitava che la morte sopraggiungesse successivamente a causa dei batteri entrati nelle ferite da taglio.
Le frecce provenienti da distanze medio-lunghe si conficcheranno nella cotta di maglia o verrano deviate, creando quell’immagine del cavaliere puntaspilli (ma illeso!) che i narratori medievali hanno tramandato.

XIII-XIV Secolo
Il cavaliere deve rinforzare la propria armatura per resistere al crescente pericolo determinato dalle balestre. Aggiungendo sopra la maglia di ferro una cotta di piastre spessa 2 mm, in ferro da munizione (qualità I), può aumentare di 70 J circa la resistenza contro le frecce e i dardi. Una freccia avrà bisogno di 200 J per infliggergli una ferita, il che è completamente fuori dalle capacità dell’arco lungo, ma può essere ancora possibile con un colpo a bruciapelo delle balestre da guerra più pesanti (200-250 J, per balestre da 1200-2000 libbre caricate con martinetti o sistemi a carrucola).
Ulteriori rinforzi sotto forma di piastre per braccia e stinchi in cuoio indurito, bronzo o ferro andranno a formare quell’armatura in maglia e piastre metalliche del Trecento, periodo di transizione tra l’usbergo e l’armatura bianca.

XV Secolo
Un cavaliere equipaggiato con la protezione migliore disponibile indosserà un’armatura milanese, spessa 2 mm, arrotondata e fatta con acciaio a contenuto medio di carbonio (consideriamo qualità III, ma potrebbe essere anche stata indurita fino a qualità IV).
Una freccia avrà bisogno di 230 J per penetrarla e altri 50 J per superare l’imbottitura sottostante e causare una ferita: 280 J sono fuori dalle possibilità perfino delle balestre con archi in acciaio. L’armaiolo può dichiarare senza problemi che questa armatura è “a prova di balestra”. Un proiettile di grosso calibro avrà bisogno di quasi 1000 J per penetrarla, il che è nel limite dei cannoni maneschi più potenti usati dagli Hussiti. Il cavaliere è salvo, ma per poco.
Se la sua armatura fosse stata fabbricata nel Nord Europa, con acciai peggiori (qualità II), la protezione contro i proiettili sarebbe di circa 700 J il che lo metterebbe in pericolo nel caso dovesse incontrare cannoni maneschi a distanza ravvicinata. Un problema compatibile con quelli avuti dai cavalieri tedeschi nel corso della repressione dell’eresia Hussita sostenuta dal movimento taborita (1420-1434).

XVI Secolo
Un lanzichenecco o un picchiere svizzero indosserà probabilmente una corazza di Norimberga (acciaio di qualità II), spessa 2,5 mm e di forma spigolata. Una freccia colpendo a 45° avrà bisogno di 260 J per penetrare (310 J se è presente una imbottitura, cosa che dalle immagini dell’epoca pare non fosse molto comune…) il che è fuori dalle capacità perfino delle balestre. Un proiettile d’altro canto avrà bisogno di solo 1250 J, il che è perfettamente nelle possibilità di un archibugio a breve distanza.
Un cavaliere con indosso un’armatura spigolata di produzione milanese (qualità III), spessa 3 mm, potrà resistere a proiettili fino a 2500 J. Gli archibugi e i caliver non potranno minacciarlo, ma un pesante moschetto con la forcella caricato con polvere in grani potrà offrire 3000 J a distanza ravvicinata.
Questo è coerente con le riforme dell’epoca (il tercio spagnolo di Spinola, ad esempio, o le innovazioni olandesi di Maurizio d’Orange) per cui vennero inseriti nei battaglioni di fanteria un certo numero di tiratori armati di moschetti di grosso calibro, pesanti anche 9 kg l’uno, e sostenuti in posizione di tiro grazie a una lunga forcella.

XVII Secolo
Un’armatura a tre-quarti da corazziere sarà arrotondata, spessa 4 mm e fatta in ferraccio da munizione (qualità I). Un proiettile avrà bisogno di 2000 J per sfondarla, il che è al di là delle possibilità di una pistola (anche a bruciapelo) o di un archibugio leggero, ma è nelle possibilità di un moschetto pesante con la forcella. Questo genere di armatura, prodotta in massa per armare cavalieri temibili come i corazzieri livoniani di Gustavo Adolfo o simili, è molto pesante a causa del grande spessore e può arrivare anche a 40 kg (89 libbre in un esemplare storico realizzato per un uomo decisamente robusto): decisamente troppo per un soldato appiedato!

Lieto (?) Fine
L’effettiva evoluzione delle armature sembra essere stata rispettata dai modelli che abbiamo considerato. Le armi da fuoco hanno portato a una corsa prima alla qualità degli acciai e poi allo spessore della armature, anche a scapito della qualità. Rendere l’armatura spessa il doppio costa molto meno che impiegare un acciaio tre o quattro volte migliore e una corazza in ferraccio da 4 mm prodotta in massa è solida quanto una corazza di 2 mm forgiata nel migliore acciaio indurito dai maestri armaioli di Greenwich.
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