Regno di Sicilia

Storia, Araldica, confini, alleati e nemici, gesta ed imprese...

Regno di Sicilia

Messaggio da leggereda Veldriss il 17 febbraio 2010, 9:13

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Re: Regno di Sicilia

Messaggio da leggereda Veldriss il 5 settembre 2012, 9:30

Nel 1266 succede Carlo d'Angiò, per cui inserirò informazioni a riguardo, comincio ora:

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DAL REGNO ANGIOINO AL REGNO ARAGONESE

Messaggio da leggereda Veldriss il 13 novembre 2012, 14:19

I nobili francesi che avevano partecipato alla conquista del regno di Sicilia a fianco di Carlo d’Angiò, si precipitarono sui centri del meridione avidi di bottino. Molti dei feudatari locali, anche quelli che tradirono Manfredi per schierarsi con il principe francese, vennero uccisi o spogliati di ogni loro bene a vantaggio dei nuovi venuti. Per ingraziarsi il Papato, Carlo d’Angiò fece alla Chiesa ampie donazioni di beni del demanio regio, che divenivano di conseguenza beni feudali, causando in tal modo un peggioramento del tenore di vita dei contadini. Il re stesso era oberato di debiti contratti per l’organizzazione della spedizione in Italia, oltre alle somme che doveva pagare alla corte pontificia in cambio dell’investitura ricevuta. Ai saccheggi e alle ruberie seguite alla conquista, fece seguito una durissima imposizione fiscale. Infatti i tributi richiesti in via eccezionale, prima da Federico II e poi da Manfredi, per sopperire alle necessità belliche, sotto la dominazione angioina divennero permanenti. In questo modo il regno meridionale, già prostrato per le continue guerre combattute dagli ultimi Svevi, perse definitivamente la floridezza che aveva raggiunto sotto la dominizazione degli Arabi e dei Normanni. Le ambizioni di Carlo d’Angiò andavano ben oltre i confini del regno di Sicilia e, come già gli Svevi prima di lui, anch’egli iniziò ad immischiarsi nelle questioni italiane, con l’unica differenza che parteggiava per la fazione guelfa anzichè ghibellina. I risultati furono però identici a quelli ottenuti dagli imperatori tedeschi: un aumento della confusione e delle lotte fratricide in Italia e il risveglio di antichi timori nella corte Papale, sempre diffidente nei confronti del rafforzamento del regno nella rimanente parte della penisola. Il re francese mirava inoltre ad abbattere l’Impero Bizantino e a sottomettere la Grecia e la Tracia. Nel contempo, per assecondare la sua politica di espansione ad est, fece sposare al proprio figlio la figlia ed erede del re d’Ungheria. Convinse infine il fratello Luigi IX, re di Francia a compiere una crociata a Tunisi, per poi in caso di successo, impadronirsi dell’opposta sponda del Mediterraneo. Questo suo sogno restò tale, poichè Luigi IX, giunto a Tunisi vi morì di peste. Anche in Italia le cose non andarono benissimo: contro la sua politica che portò al trasferimento della capitale da Palermo a Napoli, si coalizzarono molte forze. Nel Nord Italia i ghibellini riuscirono a riconquistare i territori piemontesi occupati in precedenza dal suo esercito, ed il Papato, turbato dall’ambizione di questo sovrano, gli revocò la carica di Senatore di Roma, che le aveva accordato in precedenza. Ma le difficoltà maggiori provenivano dall’interno del suo regno, dove i nobili siciliani avevano ripreso a cospirare, rivolgendosi in cerca di aiuto presso la corte di Pietro III, re di Aragona e genero di Manfredi; alla sua corte trovarono sicuro rifugio numerosi dignitari della casa di Svevia perseguitati dagli Angioini, fra i quali il famoso medico Giovanni da Procida ed il grande ammiraglio Ruggero di Lauria. La cospirazione dei nobili ebbe pieno successo grazie allo sfruttamento di un tumulto popolare scoppiato a Palermo il martedì di Pasqua del 1282. All’ora del Vespro - da qui derivò il nome di questo storico episodio (Vespri Siciliani)- un soldato francese, che aveva offeso una ragazza siciliana, venne ucciso dal fidanzato di questa. Da questo episodio prese il via un tumulto nel corso del quale, il popolo palermitano si gettò sui francesi massacrandoli. Alimentata dalla nobiltà, la rivolta si estese a tutta l’isola, dalla quale in meno di due mesi vennero cacciati gli invasori francesi. Fu a questo punto che intervenne la flotta aragonese, che unita a quella siciliana sotto il comando di Ruggero di Lauria sconfisse ripetutamente gli Angioini, riuscendo perfino a catturare nelle acque del Golfo di Napoli il primogenito di Carlo d’Angiò, Carlo lo Zoppo. Per l’equilibrio delle forze in campo, la guerra del Vespro durò ancora vent’anni, finchè nel 1302 venne stipulata la Pace di Caltabellotta, che sancì il passaggio della Sicilia a Federico III, il figlio di Pietro III di Aragona. Fu la prima regione italiana a cadere sotto la dominazione spagnola, sotto la quale rimase per quattro secoli.

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LA FINE DELLA CASA DI SVEVIA

Messaggio da leggereda Veldriss il 13 novembre 2012, 14:25

Alla morte di Federico II di Svevia, gli succedette sul trono il figlio Corrado, che assunse da imperatore il nome di Corrado IV. Egli morì dopo soli quattro anni di regno, senza essere riuscito a riconciliarsi con il Papato e lasciando il trono imperiale al figlioletto di due anni, sotto la tutela materna. Di questa situazione approfittò Manfredi, il figlio naturale di Federico II e da questi incaricato della reggenza del regno di Sicilia. Egli si fece incoronare re a Palermo, separando in questo modo la corona imperiale da quella reale, creando in questo modo la possibilità di una vita più tranquilla per il regno meridionale. Per assicurarsi il trono, Manfredi riprese ad immischiarsi nelle questioni italiane, assumendo il ruolo di capo della fazione ghibellina. In questa veste non gli mancarono i successi, il più importante dei quali fu la vittoria nella sanguinosa battaglia di Montaperti nel 1260, nella quale le forze ghibelline toscane, capeggiate da Siena, sconfissero la guelfa Firenze. Furono proprio questi suoi successi ad attirarle l’ostilità del pontefice. Papa Clemente IV, di origine francese, chiese l’aiuto di Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX, offrendole in cambio la corona di Sicilia, che i pontefici avevano sempre considerato un feudo pontificio. Allettato dalla proposta, questi scese in Italia con un esercito di 30.000 uomini. Egli potè recarsi nel meridione praticamente indisturbato, grazie anche all’appoggio delle città guelfe. Giunto ai confini del regno del Sud, riuscì facilmente a penetrarvi grazie alla defezione di molti baroni meridionali, e nel 1266, si scontrò con l’esercito di Manfredi presso Benevento. La fuga o il tradimento di molti baroni, decisero le sorti dello scontro. Manfredi rimasto con pochi fedelissimi a sostenere la battaglia, cadde ucciso e Carlo d’Angiò, assunta la carica di nuovo re, s’insediò a Napoli, la sua capitale. Due anni più tardi, il figlio di Corrado IV, sedicenne, che in Italia venne soprannominato Corradino, decise di scendere nella penisola per riconquistare i propri possedimenti italiani. Facendo affidamento sulla resistenza dei fedeli Saraceni di Lucera e sulla ribellione delle popolazioni siciliane, stufe delle ruberie e delle efferatezze commesse dagli inviati dell’Angioino, egli si diresse verso il Sud alla testa di un buon esercito. Giunto a Tagliacozzo, in Abruzzo, ripetè lo stesso errore di Manfredi, rischiando il regno e la propria vita in un’unico scontro, prima ancora di aver raccolto attorno a se tutte le forze disponibili. Sconfitto dagli esperti comandanti francesi, perse tutto il suo esercito, tentando poi una fuga che si concluse con la sua cattura da parte del nobile romano Frangipane, che poi lo vendette a Carlo d’Angiò. Questi lo condannò a morte come ribelle e nel 1268 Corradino, l’ultimo discendente della casa di Svevia, venne decapitato sulla piazza del mercato di Napoli, ponendo fino ad un casato che per circa un secolo e mezzo aveva dominato la scena politica europea.

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Beatrice di Sicilia

Messaggio da leggereda Veldriss il 19 novembre 2012, 11:02

Beatrice di Hohenstaufen (Palermo, 1260 – 1307) era la prima figlia di Manfredi di Sicilia e della sua seconda moglie Elena Ducas, figlia del despota d'Epiro Michele II Ducas.

Biografia
Suo padre Manfredi, prima reggente del fratellastro e del nipote, poi acclamato re dai baroni nel 1258, era impegnato a difendere il regno dalle pretese del Papa che lo considerava proprio vassallo. Manfredi fu però sconfitto da Carlo d'Angiò nella battaglia di Benevento (1266) e venne ucciso. In seguito alla disfatta e alla morte del padre, Beatrice, insieme ai fratelli ed alla madre, venne imprigionata in Castel del Monte dal nuovo re di Sicilia Carlo d'Angiò, nominato tale da papa Clemente IV[1]. La giovane riacquistò la libertà solo dopo che suo cognato Pietro III d'Aragona nel 1282 liberò la Sicilia dagli angioini[2].
Nel 1284 andò in sposa al toscano Raniero della Gherardesca, Conte di Donoratico.
Nel 1287 sposò Manfredo IV di Saluzzo (1258/59 – 1340) al quale diede due figli: [3]
Caterina, che sposò Guglielmo Enganna, signore di Barge;
Federico (1287 – 29 settembre 1336), marchese di Saluzzo dal 1334 al 1336.
In seguito alla morte del suocero Tommaso I di Saluzzo, nel 1296 divenne marchesa consorte di Saluzzo.
Alla sua morte, nel 1307, Manfredo si risposò con Isabella Doria, figlia del genovese Bernabò Doria, che gli diede altri tre figli.

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Manfredi di Sicilia

Messaggio da leggereda Veldriss il 22 novembre 2012, 0:29

Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), fu l'ultimo re svevo di Sicilia. Figlio dell'imperatore svevo Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente dal 1250 e quindi re di Sicilia dal 1258. Morì durante la battaglia di Benevento, sconfitto dalle truppe di Carlo I d'Angiò. Il suo nome è legato indissolubilmente alla città pugliese di Manfredonia, da lui stesso fondata il giorno di San Giorgio nel 1256 e a cui conferì il suo nome in segno di prestigio e potenza.

Biografia
Manfredi soffoca il padre, secondo una leggenda riportata dal Villani; miniatura della Nuova Cronica di Giovanni Villani
Manfredi nacque e visse la sua fanciullezza a Venosa. Era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca dei conti Lancia di Monferrato, sposata dall’imperatore solo poco prima della sua morte e, quindi, pienamente legittimato, malgrado la Curia romana disconoscesse quel vincolo matrimoniale, mossa com'era dal suo profondo odio per la casa di Hohenstaufen.
Studiò a Parigi e a Bologna; dal padre apprese l'amore per la poesia e per la scienza, amore che mantenne da re. Si narra che l'imperatore avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Alla fine del 1248 o all’inizio del 1249[2], la data è incerta, sposò Beatrice di Savoia, figlia del conte Amedeo IV di Savoia e di Margherita di Borgogna.

La reggenza in Sicilia
Federico II morì il 13 dicembre 1250 e lasciò a Manfredi il Principato di Taranto con altri feudi minori; gli affidò inoltre la luogotenenza in Italia, in particolare quella del regno di Sicilia, finché non fosse giunto l'erede legittimo, il fratellastro di Manfredi, Corrado IV, che in quel momento era impegnato in Germania. Anche se Palermo era la capitale del suo regno, Manfredi privilegiò come dimora il castello di Lagopesole, la cui costruzione, iniziata dai suoi avi normanni, fu terminata da suo padre[3]. Il giovane sovrano si trovò in una situazione assai difficile per le molte ribellioni scoppiate nel Regno e fomentate da papa Innocenzo IV, il quale considerava il Regno di Sicilia sotto la giurisdizione della Santa Sede. Manfredi agì con energia per ristabilire il dominio svevo e riuscì a ricondurre all'obbedienza varie città ribelli, ma non Napoli; in questa impresa fu aiutato dallo zio, Galvano Lancia. Tentò anche di giungere a un accordo con Innocenzo IV, ma non arrivò a nulla (si pensa che volesse farsi investire del Regno dal papa).


Manfredi incoronato, miniatura della Nuova Cronica di Giovanni Villani
Nell'ottobre 1251 Corrado scese in Italia e nel gennaio 1252 sbarcò a Siponto, proseguendo insieme al fratello nella pacificazione del regno. Nell'ottobre 1253 Napoli, infine, cadde nelle mani di Corrado. Questi ben presto era divenuto sospettoso e ostile verso Manfredi, il quale dovette rinunciare a tutti i feudi minori e accettare anche la diminuzione della sua autorità nel principato di Taranto. Il 21 maggio 1254 Corrado morì di malaria[4], lasciando il figlio Corradino (ancora bambino e rimasto in Germania) sotto la tutela del papa e nominando governatore del regno il marchese Bertoldo di Hohenburg. Il reggente inviò un'ambasciata di cui faceva parte anche Manfredi a trattare con il pontefice ad Anagni. Il tentativo di abboccamento fallì e Bertoldo rinunciò alla carica lasciando campo libero a Manfredi, che riprese il controllo del Regno di Sicilia. Dichiarato dal Papa l'usurpatore di Napoli, Manfredi fu scomunicato nel luglio del 1254.

Lo scontro con il papato
Il Papato, che continuava a non vedere di buon occhio l'insediamento della casa imperiale di Svevia nel regno di Sicilia, si accinse a occupare il regno con un esercito, considerando quel territorio come proprio vassallo. In questo contesto Manfredi si trovò subito in chiaro dissidio con il Pontefice; grazie però alla fine abilità diplomatica ereditata dal padre, concluse con il pontefice un accordo accettando l'occupazione pontificia con una semplice riserva dei diritti di Corradino e propri: fu assolto dalla scomunica, investito dal pontefice del principato di Taranto (27 settembre 1254) e degli altri suoi feudi e nominato vicario della Chiesa nella maggior parte del Regno. La Campania venne però occupata dalle truppe pontificie.
La scabrosa posizione di Manfredi divenne ancor più difficile in seguito all'uccisione, da parte dei suoi uomini, di un barone protetto dalla Curia pontificia. Manfredi, non ritenendosi sicuro di fronte al papa, si recò in Puglia, a Lucera, ove si trovava la truppa della colonia saracena ivi stanziata da Federico II. Una volta assicuratasi la loro fedeltà, poté arruolare un ingente esercito e muovere guerra all'esercito pontificio, che sconfisse presso Foggia.
Nel dicembre 1254 morì papa Innocenzo IV e il conflitto proseguì sotto il comando del suo successore Alessandro IV, papa assai meno energico del suo predecessore, che pronunciò una nuova scomunica nei confronti dello svevo. Al papa non riuscì l'intento di arruolare i re d'Inghilterra e di Norvegia in una Crociata contro gli Hohenstaufen, anzi la guerra procedette vantaggiosamente per Manfredi, che nel corso del 1257 sbaragliò l'esercito pontificio e domò le ribellioni interne, rimanendo in saldo possesso del regno, mentre dalla Germania il giovanissimo nipote Corradino gli conferiva ripetutamente i poteri vicariali. Roma stessa divenne ghibellina sotto il controllo del senatore bolognese Brancaleone degli Andalò e il Papa fu costretto (1257) a trasferire la sede pontificia a Viterbo, dove morì quattro anni dopo.
Nel 1256 Manfredi fondò Manfredonia, nei pressi dell'antica Siponto: nei progetti del regnante, Manfredonia era stata designata a fungere da capitale di Puglia ("Apuliae Caput", dove per Apuliae si intendeva in quel tempo tutto il meridione continentale) e importante centro per i traffici commerciali del Mediterraneo.
Diffusasi nel 1258, probabilmente per opera stessa di Manfredi[5], la voce della morte di Corradino, i prelati e i baroni del regno invitarono Manfredi a salire sul trono ed egli fu incoronato il 10 agosto nella cattedrale di Palermo. Tale elezione non venne riconosciuta dal papa Alessandro IV che ritenne pertanto Manfredi un usurpatore.
Il 2 giugno 1259 Manfredi, da poco vedovo di Beatrice di Savoia, sposò nel castello di Trani, in virtù di una serie di accordi diplomatici, Elena Ducas, figlia del despota d'Epiro Michele II[6].
Fra il 1258 e il 1260 la potenza di Manfredi, diventato ovunque capo della fazione ghibellina, si estese in tutta Italia. Il comune romano strinse un'alleanza con lui. In Toscana il partito ghibellino, capitanato dalla città di Siena, guidata da Farinata degli Uberti, ottenne una netta vittoria nella battaglia di Montaperti (4 settembre 1260) e divenne così, con l’ausilio delle sue truppe, padrone assoluto di Firenze. Anche in Italia settentrionale, dopo la catastrofe di Ezzelino (1259), i ghibellini rimasti assai forti fecero capo a lui. Poté nominare vicari in Toscana, nel ducato di Spoleto, nella Marca anconitana, in Romagna e in Lombardia. La sua signoria si estese anche in Oriente, sulle terre portategli in dote dalla seconda moglie; la sua potenza fu aumentata anche dal matrimonio della figlia Costanza con Pietro III d'Aragona (1262).

L'avvento degli angioini e la fine
Eletto al soglio pontificio nella sede di Viterbo papa Urbano IV nel 1261, questi scomunicò nuovamente Manfredi e cercò di assegnare il Regno di Sicilia a un sovrano più influenzabile dal papato. Quindi, in un primo tempo, Urbano IV tentò di vendere il regno a Riccardo di Cornovaglia, che vantava anche una discendenza normanna, e poi a suo nipote Edmondo di Lancaster, ma senza successo. Nel 1263 riuscì, invece, a convincere Carlo I d'Angiò, fratello del Re Luigi IX di Francia e "senza terra" a prendere Sicilia e Piemonte. Lo stesso Papa avrebbe incoronato Carlo come Re di Sicilia l'anno successivo: i Francesi d'Angiò venivano ufficialmente chiamati in Italia per una sorta di Crociata nei confronti degli Svevi. Nello stesso anno 1264 moriva Urbano IV e a questi succedeva papa Clemente IV che proseguì la politica anti-sveva e favorì ulteriormente lo scontro con gli Angioini.
Carlo giunse a Roma per mare, nel giugno 1265, sfuggendo alla flotta siciliana. Vano riuscì l'appello rivolto da Manfredi ai Romani con un manifesto (24 maggio) in cui chiedeva di essere nominato Imperatore da loro, quali detentori dell'autorità imperiale. L'esercito di Carlo nel dicembre 1265 penetrò per la Savoia e il Piemonte in Lombardia, ove la parte ghibellina non riuscì ad opporre sufficiente resistenza, e di là per la Romagna giunse nell'Italia centrale e a Roma, ove Carlo fu incoronato re di Sicilia il 6 gennaio 1266. Mosse, quindi, verso il Mezzogiorno e poté entrare nel regno con poca difficoltà dopo che le truppe di Manfredi cedettero sul ponte sul Garigliano nei pressi di Ceprano.
La decisiva battaglia di Benevento, avvenne il 26 febbraio 1266; le milizie siciliane e saracene insieme alle tedesche difesero strenuamente il loro re, mentre quelle italiane abbandonarono Manfredi, che morì combattendo con disperato valore. Riconosciutone il corpo, fu seppellito sul campo di battaglia sotto un mucchio di pietre da parte degli stessi cavalieri francesi, che ne vollero così onorare il valore.

La vicenda delle spoglie e Dante
Sette mesi dopo la morte di Manfredi, la tomba fu violata dall'arcivescovo Bartolomeo Pignatelli, vescovo di Cosenza, con il consenso di papa Clemente IV. Gli storici sono concordi nel ritenere il fatto derivante da un'iniziativa autonoma dell'arcivescovo che nutriva per Manfredi un profondo odio personale; Clemente IV diede in realtà soltanto il proprio consenso, da Viterbo, a questa iniziativa e il corpo riesumato fu deposto o disperso, quale scomunicato, fuori dai confini dello Stato della Chiesa.
Dante Alighieri nella Divina Commedia (Purgatorio canto III, vv. 103-145), lo pone tra coloro che si sono pentiti in punto di morte (si era infatti sparsa voce che moribondo avesse pronunziato la formula: Deus propitius esto mihi peccatori) e riporta la notizia:

« [...] Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.
...
Poi sorridendo disse: Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice
[...]
Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l'ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
dov'e' le trasmutò a lume spento. »


(Dante Alighieri, Divina Commedia, Purg. c. III, v. 103-145)

Matrimoni e figli
Manfredi ebbe due mogli.
Alla fine del 1248 sposò Beatrice di Savoia, figlia del conte Amedeo IV di Savoia e di Margherita di Borgogna, da cui ebbe una figlia:
Costanza (1249), che fu poi regina d'Aragona (1262-1285), in quanto sposa di Pietro III d'Aragona, figlio di Giacomo I il Conquistatore e di Iolanda d'Ungheria.
Il 2 giugno 1259 Manfredi, da poco vedovo di Beatrice di Savoia, sposò nel castello di Trani, Elena Ducas, figlia del despota d'Epiro Michele II. Dall'unione nacquero cinque figli:
Beatrice (1260 - 1307);
Federico (1261 - 1312);
Enrico (1262 - 31 ottobre 1318);
Enzo (o Azzolino) (1265 - 1301);
Flordelis (1266 - 1297).

L'eredità culturale
Alla corte di Federico, ebbe probabilmente occasione di frequentare i cantori della Scuola Poetica Siciliana e di scrivere composizioni.
Pur non potendosi paragonare al padre nel mecenatismo delle arti, Manfredi ha lasciato segni e documenti della sua liberale predisposizione nei confronti delle arti e della cultura.
La c.d. Bibbia di Manfredi è un codice miniato duecentesco scritto dall’amanuense Johensis: questa bellissima Bibbia - che presenta notevoli influssi dell'arte gotica francese e inglese - fu realizzata a Napoli per lo stesso Manfredi tra il 1250 e il 1258, come attesta la dedica al principe[8]: essa fu di prototipo per altri codici, che si pensa siano usciti da una bottega miniatoria di Napoli attiva per la corte e per l’ambiente universitario. A questa bottega si fa riferire anche il famoso esemplare del De arte venandi cum avibus della Biblioteca Vaticana che è una copia parziale ma splendidamente illustrata del famoso trattato di Federico II, certamente commissionata da Manfredi.

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Adinolfo da Mineo

Messaggio da leggereda Veldriss il 22 novembre 2012, 12:26

Adinolfo da Mineo (Catania, 1264 – Trapani, 1287) fu un nobile siciliano.

Biografia
Partecipò, insieme a Giovanni da Procida e allo zio Alaimo da Lentini, alla rivolta dei Vespri del 1282, dato che la cittadina di Mineo subiva ingiustizie e mal governo sotto la dominazione angioina, che occupò la città nel 1266. Per placare gli animi intervenne Pietro III d'Aragona che tentò una riconciliazione. Agli aragonesi i ribelli offrirono la corona siciliana, in cambio dell'aiuto offerto per scacciare gli Angioini.
Per la sua opera, il popolo di Mineo tributò ad Adinolfo una porta chiamata appunto Porta Adinolfo, presente ancora oggi.

Disgrazia e morte
Adenolfo condivise la disgrazia in cui cadde suo zio Alaimo di Lentini e della di lui moglie Macalda di Scaletta, in quanto la grande popolarità acquisita dopo le coraggiose gesta militari diventava troppo pericolosa per gli Aragonesi. Accusati di congiura, i due militari furono dapprima condotti in Spagna e poi rispediti in Sicilia nell'agosto 1287[1]. Prima di poter toccare terra però ai due sospettati venne letta la sentenza di morte del re Giacomo II di Aragona, succeduto al padre Pietro nei domini siciliani. La sentenza fu quindi eseguita con la mazzeratura: zio e nipote furono gettati in mare zavorrati, morendo annegati.

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Corradino di Svevia

Messaggio da leggereda Veldriss il 23 novembre 2012, 17:13

Corrado Hohenstaufen, detto Corradino (Landshut, 25 marzo 1252 – Napoli, 29 ottobre 1268), è stato duca di Svevia (1254-1268, come Corrado IV), Re di Sicilia (1254-1258, come Corrado II) e Re di Gerusalemme (1254-1268, come Corrado III); fu l'ultimo degli Hohenstaufen regnanti.

Biografia

Infanzia
Era figlio dell'imperatore Corrado IV e di Elisabetta di Wittelsbach. Alla morte di suo padre, avvenuta quando egli aveva solo due anni, Corradino gli successe nella titolarità delle corone della casata (quantomeno quelle ereditarie). Corrado IV, pur scomunicato da Papa Innocenzo IV, aveva affidato a lui il figlio. Innocenzo era intenzionato a offrire la corona di Sicilia a Edmondo il Gobbo, di soli nove anni, figlio di Enrico III d'Inghilterra, ma, vedendosi data la reggenza del regno, sospese l'accordo. Il fratellastro di Corrado IV, Manfredi, si recò dal pontefice per far valere subito la sovranità del nipote, ma il Papa obiettò che Corradino era troppo piccolo e, fino all'età adulta, al Papato sarebbe spettata la reggenza. Manfredi accettò, prese tempo e si preparò ad attaccare militarmente il Papa per prendere il controllo del regno, ma dopo la prima sconfitta militare, il pontefice si spense per malattia. La reggenza passò a Papa Alessandro IV. Data la tenerissima età di Corradino, l'uomo forte della fazione sveva non poteva che essere suo zio Manfredi, il quale ne usurpò il trono (la vulgata vuole anche facendo spargere la voce, falsa, della morte del bimbo Corradino), ma forse furono le circostanze a fare di suo zio un usurpatore di fatto e, di conseguenza, il re. Manfredi godeva di un prestigio immenso presso i suoi sia per le sue qualità di condottiero (dimostrate anche nella Battaglia di Montaperti, magnifica vittoria ghibellina) sia per quelle di uomo di corte e di amante delle lettere e delle arti. Insomma, con la morte di Corrado forse parve naturale che il comando dovesse essere di Manfredi e certo il principe di Taranto non si fece troppi scrupoli legalistici.
Corradino, re di Sicilia per soli quattro anni, dai due ai sei anni d'età, crebbe così in disparte, in Baviera lontano dall'agone italiano, il vero terreno dello scontro tra guelfi e ghibellini, tra papato e impero, il teatro dei trionfi e dei rovesci della straordinaria storia della sua stirpe. Crebbe sotto l'ala protettiva di sua madre e dedito alla poesia e alle virtù cortesi.
Ma il suo destino lo raggiunse egualmente e Corradino gli corse incontro. Dopo la morte dello zio Manfredi, ucciso nella battaglia di Benevento, il 26 febbraio 1266, i ghibellini italiani ne implorarono la venuta nella penisola e Corradino nel settembre del 1267 si mosse finalmente alla riconquista del suo regno, passato nel frattempo sotto la corona di Carlo I d'Angiò, il vincitore a Benevento. Se i ghibellini italiani ne invocarono la discesa, i dignitari tedeschi invece si misero sostanzialmente alla finestra in attesa degli eventi. Ancora una volta, anche al suo epilogo, la storia degli Staufen era un fatto essenzialmente italiano.

La discesa in Italia
Arrivato in Italia, Corradino venne ben accolto a Verona, a Pavia e specialmente a Pisa, città da tempo legatissima alla casata staufica e senza oscillazioni di fede ghibellina, se si eccettua l'iniziale appoggio pisano ad Ottone IV di Brunswick, iniziale antagonista di Federico II nell'ascesa al trono imperiale. I pisani misero a disposizione danaro e soprattutto la loro potenza marinara. Giunto a Roma, gli venne tributato un vero e proprio trionfo e molti furono i romani che lo seguirono in battaglia, guidati da Enrico di Castiglia, senatore di Roma che, pur imparentato con l'Angiò e con il beneplacito di questi salito alla guida della municipalità Capitolina, abbandonò il partito guelfo-angioino per sposare le sorti ghibelline. Ovviamente il papa non attese lo Staufen a Roma, ma si ritirò a Viterbo.
A proposito dell'apoteosi romana, il grande storico Ernst Kantorowicz ebbe a considerare che ciò che non era mai riuscito al grande Federico, trionfare a Roma, riuscì al piccolo Corradino. Il trionfo romano fu però effimero. Anche a Sud la discesa di Corradino risvegliò entusiasmi filo-svevi e in particolare nella enclave musulmana di Lucera, i cui guerrieri, ancora una volta, si dimostrarono fedelissimi agli Staufen e alla memoria di Federico II, del quale erano stati per decenni la temibile guardia scelta.
“Presa” l'Urbe, Corradino valutò l'ipotesi di espugnare Viterbo e fare prigioniero il papa, ma desistette, seguendo così l'esempio di suo nonno Federico, più volte trovatosi di fronte al dilemma se far cessare l'odio curiale mettendo in ceppi direttamente il pontefice, ma sempre dissuaso dal compiere questo passo dalla facile previsione del disastro propagandistico che un'azione del genere avrebbe causato.
In ogni caso, tutti questi episodi impensierirono non poco la Curia papale, inizialmente assai scettica sulle possibilità di successo del giovane svevo: prova ne siano gli scritti propagandistici del tempo dove, per mettere all'erta i guelfi italiani, la Curia prende ad apostrofare Corradino come odioso basilisco, ultimo mostruoso parto della stirpe del drago. Sono i consueti toni apocalittici e di taccia di Anticristo, cui tutti gli Staufen, in primis il grande Federico II, dovettero sottostare. Naturalmente anch'egli, come tutti i suoi predecessori, fu scomunicato.
Incoraggiato dalle vittorie riportate in Toscana sugli Angioini dal suo sodale Federico duca d'Austria e da alcuni rilevanti successi marinari degli alleati pisani, che tra Calabria e Sicilia inflissero perdite ingenti alla flotta angioina, Corradino si illuse di aver facilmente ragione del nemico.

La sconfitta e la fine
Corradino si diresse quindi verso il Sud e giunto alle porte del suo regno, presso Scurcola Marsicana, venne finalmente a contatto con le schiere di Carlo d'Angiò. Qui ebbe luogo la tragica e fatale battaglia che poi Dante Alighieri ha reso celeberrima col nome di battaglia di Tagliacozzo, il 23 agosto 1268. Corradino fu sconfitto dopo un'apparente vittoria iniziale: si narra che un nobile di parte angioina indossasse in battaglia le vesti di Carlo e ne esponesse le insegne. Caduto questo combattente, i ghibellini ebbero l'illusione di aver ucciso l'odiato francese e di avere in pugno la vittoria. Si lanciarono così all'inseguimento dei guelfi in apparente rotta, per essere poi travolti dalla carica di 800 cavalieri di parte angioina, fino ad allora tenuti in riserva. Lo schieramento ghibellino non resse il colpo e si disperse, subendo la strage.
Corradino si dette alla fuga, dirigendosi verso Roma. La città che poco tempo prima lo aveva trionfalmente accolto, si dimostrò ora ostile allo sconfitto. D'altronde, l'ira di Carlo verso i romani, ritenuti traditori per l'appoggio dato allo Staufen, fu terribile, come atrocemente sperimentarono i cittadini romani fatti prigionieri a Scurcola. Essi, infatti, furono barbaramente massacrati con inumani supplizi. Forse la bellissima statua di Arnolfo di Cambio, che raffigura Carlo d'Angiò in trono con un'espressione torva, dovette avere anche la funzione di monito al popolo romano sul prezzo dell'infedeltà[1]. Il viatico di questi eventi non favorì la solidarietà dei romani verso il fuggiasco Corradino. Lo svevo e i suoi risolsero che sarebbe stato più prudente lasciare Roma per lidi più sicuri. Raggiunta con i suoi compagni Torre Astura, località del litorale laziale nei pressi di Nettuno, Corradino tentò di prendere il mare, probabilmente diretto verso la fedelissima Pisa. Fu invece tradito da Giovanni Frangipane, della omonima famiglia, signore del luogo, e consegnato a Carlo d'Angiò[2]. Processato e condannato a morte, fu decapitato a Campo Moricino (l'attuale Piazza del Mercato di Napoli), il 29 ottobre 1268.
Carlo, implacabile nella decisione di giustiziare Corradino ma temendo di alienarsi, con l'uccisione di un fanciullo, la fedeltà delle popolazioni conquistate (anche perché era ovvio che Corradino era incolpevole del crimine di majestas - cioè di infedeltà all'usurpatore francese - di cui era assurdamente imputato), volle giustificarsi con la difesa dei diritti della Chiesa, la cui autorità Corradino avrebbe minacciato; da ciò nacque la celebre frase attribuita senza alcuna prova a Clemente IV: Mors Corradini, vita Caroli. Vita Corradini, mors Caroli (La morte di Corradino è la vita di Carlo. La vita di Corradino è la morte di Carlo). Non ci sono documenti in cui il Papa, che invece più volte aveva rimproverato a Carlo la sua crudeltà e la durezza dei suoi metodi coi quali avrebbe perso il favore del popolo, abbia detto ciò; abbiamo però una lettera di Carlo al Papa in cui gli dice che Corradino ha meritato la fine che spetta ai "persecutori della Chiesa".
I cadaveri di Corradino e degli altri giustiziati, come era stato per lo zio Manfredi, non ebbero sepoltura; furono trascinati verso il mare, che dista pochi passi dal luogo del supplizio, e abbandonati, ricoperti solo parzialmente con sassi dal popolo impietosito. Solo le preghiere della disperata madre riuscirono a ottenere che il corpo di Corradino avesse infine sepoltura.

Testimonianze
Sul luogo dove avvenne l'esecuzione fu edificata una chiesa, l'attuale Santa Croce e Purgatorio al Mercato, dove si trova una delle testimonianze più suggestive del triste evento. Si tratta di una colonna commemorativa in porfido che reca incisa questa frase: Asturis ungue leo pullum rapiens aquilinum hic deplumavit acephalumque dedit, così traducibile: il leone artigliò l'aquilotto ad Astura, gli strappò le piume e lo decapitò.
È invece nella vicina chiesa di Santa Maria del Carmine che riposano le spoglie di Corradino: qui si ammira il monumento funebre dello sventurato principe, fatto erigere, secoli dopo, da Massimiliano II di Baviera e disegnato dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen. La lastra frontale del basamento su cui poggia la statua di Corradino reca incisa la dedica del Duca di Baviera che definisce il giovane re “l'ultimo degli Hohenstaufen”. Ciò che se cronologicamente non è vero - Enzo, figlio di Federico II, sopravvisse a Corradino, sia pure per veder consumata inutilmente la propria vita nella perpetua prigionia bolognese – è certamente vero sul piano storico: in campo Moricino si consuma l'ultimo atto significativo della stirpe del Barbarossa e dello Stupor Mundi[3].
Al Carmine, in virtù del lascito della madre, vanamente accorsa a Napoli per riscattarlo, vien detta annualmente una messa in suffragio di Corradino di Svevia.
Dopo l'8 settembre 1943, i monaci del Carmine dovettero occultarne le spoglie di cui Hitler aveva disposto il "ritorno" in Germania.
Ancora un'altra chiesa reca un'interessante testimonianza della vicenda di Corradino, vista, per così dire, dalla parte opposta: è la chiesa di Santa Maria della Vittoria a Scurcola Marsicana[4]. Qui è custodita la Madonna della Vittoria, bellissima statua lignea francese del sec. XIII[5], donata dall'Angiò all'originaria abbazia e che una leggenda vuole realizzata personalmente dal re di Francia Luigi IX (San Luigi), fratello di Carlo. Dalla rocca Orsini lo sguardo spazia sui Campi Palentini, luogo della battaglia.

Corradino nel mito
La tragica fine dell'ultimo degli Svevi commosse in ogni tempo letterati e artisti, che circondarono di un alone romantico la sua personalità.
E alcune leggende fiorirono già negli anni immediatamente successivi alla sua morte, tutte relative alla sua decapitazione. Una prima versione vuole che Corradino, affrontando con coraggio la sua sorte, gettasse tra la folla un guanto prima di porgere il capo al boia. Questo guanto sarebbe stato raccolto da Giovanni da Procida, medico e già consigliere di Federico II, che poi sarebbe stato tra gli animatori dei Vespri Siciliani, rivolta che sottrasse la Sicilia agli angioini per metterla sotto il dominio aragonese. E proprio durante i Vespri gli insorti sventolavano bandiere su cui era raffigurata una testa mozzata, ovviamente la testa di Corradino.
Altra leggenda vuole che ad esecuzione avvenuta un'aquila (non a caso simbolo che compare sulle insegne della casata staufica) piombasse dal cielo per intingere un'ala nel sangue di Corradino e poi volare verso il Nord. Evidente presagio di vendetta. Forse fanno parte di questo ritratto patetico anche le ipotesi, in effetti prive di qualsiasi fondamento documentale, di un amore omosessuale tra Corradino, che cronache del tempo vogliono bellissimo ("bello come Assalonne"), e il suo fedele seguace e cugino Federico di Baden, pressoché coetaneo del principe svevo. Dopo la sconfitta e la cattura Corradino e Federico condivisero la prigionia e la sventura: erano insieme in cella, nelle segrete di Castel dell'Ovo, quando arrivò la fatale notizia della condanna a morte. Pare che in quel momento fossero intenti in una partita a scacchi.
Dante ricorda Corradino in un passo del canto XX del Purgatorio:

« Carlo venne in Italia e, per ammenda[7],
vittima fé di Curradino; e poi
.... »

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio XX, 67-68)

Il poeta ottocentesco Aleardo Aleardi gli dedicò una lirica dal titolo Corradino di Svevia. Anche lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius ha dedicato dei versi alla vicenda del giovane principe svevo.

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Glicerio de Persona

Messaggio da leggereda Veldriss il 23 novembre 2012, 23:12

Glicerio de Persona, noto anche come Glycerius de Matina (Mottola, circa 1235 – Brindisi, 1269), è stato un signore feudale, fedele alla dinastia imperiale sveva.

Biografia
Glicerio era figlio di Gervasio de Persona (Gervasio de Matina), giudice imperiale di Capitanata nel 1250. Fu signore delle terre di Soleto (comprendente Cutrofiano, San Pietro in Galatina, Sternatia, Zollino, Sogliano e Aradeo), di Matino, di Ceglie del Gualdo e Mottola[1]. Sposò Riccarda (o Raimonda) di Giurdignano (che gli portò in dote la città di Maglie) ed ebbe tre figli maschi (Gervasio, Giovanni e Perrello) e quattro femmine (Sibilla, Smirilla, Peregrina e Rogerella).
Dopo la morte di Federico II rimase fedele al figlio di questi, Corrado IV, e poi a Manfredi, in lotta contro gli angioini. Caduto anche Manfredi, il nuovo re di Sicilia, Carlo I d'Angiò, lo condannò per fellonia e ne ordinò la cattura. Glicerio si diede alla latitanza nelle campagne di Otranto, ma nel 1269 venne catturato, condotto in carcere nel castello di Brindisi insieme al padre e ai figli e subì infine il patibolo[2]: prima fu legato ad un cavallo e trascinato per la città, poi fu impiccato.
Il padre Gervasio e i figli maschi furono liberati per intercessione della regina d'Ungheria e forse scamparono in Sicilia. Ma i possedimenti che deteneva la famiglia furono confiscati: Matino fu concessa a Giovanni De Tilio (Jean de Tully); le terre di Soleto andarono ad Anselino de Toucy; Monte Fellone, insieme al vasto territorio di Martina Franca, fu affidato alla famiglia Caracciolo.

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Gervasio de Persona

Messaggio da leggereda Veldriss il 25 novembre 2012, 11:03

Gervasio de Persona, noto anche come Gervasio de Matina o de Maytino (Mottola, circa 1210 – post 1270), è stato Giustiziere di Capitanata, signore di Mottola e Ceglie Messapica, fedele alla famiglia Hohenstaufen.

Biografia
Fu Giustiziere imperiale di Capitanata nel 1250, signore delle terre di Ceglie del Gualdo, di Mottola, di Soleto e del casale di San Pietro in Galatina. L'imperatore Federico II tenne con lui una discreta corrispondenza relativa all'attività degli ordini monastico militari (in particolare Ospedalieri e Templari).
Gervasio continuò la sua collaborazione con gli Hohenstaufen anche dopo la morte di Federico II, divenendo (insieme a Goffredo da Cosenza), segretario di Manfredi: nel 1255 dovette subire il bando da parte di papa Alessandro IV per aver appoggiato la dinastia sveva invisa alla Chiesa. Dopo la sconfitta di Manfredi a Benevento, Carlo I d'Angiò, nuovo re di Sicilia, lo accusò di tradimento, lo condannò a morte e gli confiscò i beni, con atto emanato a Trani il 16 novembre 1268. Gervaso fu catturato e detenuto nel castello di Brindisi, fino alla liberazione, concessa per intercessione di Elisabetta, regina d'Ungheria.
Glicerio de Persona, il figlio avuto dalla moglie Pellegrina, fu anche lui protagonista della lotta contro gli Angioini e dopo la cattura fu giustiziato: prima fu legato ad un cavallo e trascinato per la città, poi fu impiccato.
Si suppone che Gervasio e i superstiti della famiglia abbiano trovato scampo in Sicilia, a Monreale, dove nel XIV secolo è ancora documentato un Gervasio de Matina.

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